lo sguardo altrove, storie di emigrazione
Da Caorso a Buenos Aires
La storia semplice di Ferruccio Maini
6 aprile 2010
Un triste giorno del 1935, poco prima della guerra in Etiopia, Ferruccio Maini guardò con tenerezza per l’ultima volta la sua Caorso - terra emiliana – prima di imbarcarsi per l’Argentina. Nello specchio delle sue lacrime si riflettevano due immagini. Una riguardava i suoi diciannove anni vissuti con la famiglia, l’altra il futuro avventuroso che immaginava in Argentina, dove c’erano più possibilità di lavoro. L’una non era migliore dell’altra, ma entrambe erano la sua vita e il suo destino.
Ferruccio era nato il 17 giugno 1916 a Caorso, in provincia di Piacenza. Era figlio di Amado Maini ed Elena Dordoni, titolari dell’Osteria Maini fuori Caorso, e nipote, per parte di madre, di Lorenzo Maini e Teresa Tencati, e per parte paterna di Uldorico Dordoni e Teresa Avanzi. Al momento della partenza lasciava nel paese natale i genitori e i fratelli Vole, Daria e Ande. L’altro fratello Avanti, che nel nome tradiva propositi socialisti, lo aspettava a Buenos Aires insieme allo zio Luigi Dordoni.
Appena arrivato a Buenos Aires, Ferruccio si sistemò da solo nel quartiere di Saavedra. Aveva un lavoro di meccanico presso l’agenzia di automobili Ford Copello. Nel tempo libero frequentava il club sociale: al Dopolavoro s’incontrava con altri italiani e compaesani, come i fratelli Aldo e Paride Bonatti, e Attilio Pavesi.
Al club tramite i futuri cognati conobbe l’argentina Maria Italina Guggina, nata nel 1913, che sposò il 28 settembre 1940 nella chiesa della Risurrezione nel cuore di Buenos Aires, all’angolo delle vie Corrientes e Dorrego. Dal matrimonio sono nati i figli Francesco nel 1941, Lucia nel 1943 e Mario nel 1949 (deceduto nel 2002).
Nel 1946 arrivarono in Argentina il fratello Ande, la moglie Lina Raimondi e il loro figlio Sandro. Vi restarono fino al 1972, poi la famiglia rientrò a Piacenza.
Nel 1947 Ferruccio aveva fatto progressi con il lavoro. Con i risparmi aveva aperto con uno spagnolo, José Santos, un’officina meccanica al 3700 di Corso Rivadavia, nel quartiere di Boedo, che conservò fino alla pensione nel 1981.
Nel 1949 prese la decisione di portare in Argentina i suoi genitori. Questi si stabilirono in un primo momento a San Isidro, nei dintorni di Buenos Aires, e quindi nel quartiere di Belgrano, dove vissero fino agli inizi degli anni Sessanta. Ferruccio cambiò residenza tre volte, mentre l’impresa cresceva economicamente e la famiglia si allargava. Abitò in via Roseti 663, in via Conde 740 nel quartiere di Chacarita e in Dorrego 2219 nel quartiere di Palermo, proprio nell’angolo in cui abitava la moglie quando era bambina.
Nel 1982 morì Maria e lui, Ferruccio, il 30 ottobre 1986, a settant’anni. Queste le date della sua vita. Le sue case, il suo lavoro, la sua famiglia: tutto passato. Ma ricordarlo spetta a noi, ora. Perché Ferruccio Maini era una persona speciale, amico con gli amici, sempre disponibile con i clienti e i vicini. Di carattere allegro, la sua vita fu ricca dal punto di vista sociale e culturale. Aveva studiato spagnolo presso l’Istituto Dante Alighieri e canto lirico nel quartiere di Palermo con la professoressa De Zeta, oriunda delle Marche, da cui ottenne il diploma di tenore. Amante del bel canto, cantava le arie delle opere nelle rappresentazioni presso il club del Tiro al Segno, nel Circolo Italiano e, ogni sabato, nelle celebrazioni dei matrimoni presso la chiesa della Santissima Trinità di Belgrano.
Amava la buona tavola e il buon vino, meglio se fatto in casa come quello che produceva insieme ai fratelli Bonatti. Ferruccio era l’animatore delle feste familiari, dove cantava le canzoni tradizionali italiane coinvolgendo tutti i presenti.
A volte si ritirava in solitudine a scrivere. Alcuni di questi scritti sono stati trovati dopo la sua scomparsa. Uno, in particolare, era ispirato alla morte della moglie.
Gli piaceva molto il calcio, era tifoso del River Plate, di cui non perdeva le partite allo stadio Monumental. Seguiva anche con interesse le gare automobilistiche. Quando gli amici lo invitavano ad andare a pesca o a caccia, lui era sempre pronto a partecipare con la sua vecchia Ford del 1936, che non cambiava mia, benché apparissero nuove macchine sul mercato. Usava anche una vecchia Jeep Willys della seconda guerra mondiale, con cui tante volte aiutò i clienti, che lo chiamavano per rimorchiare le loro auto in panne.
Caorso e Piacenza possono essere orgogliose di Ferruccio che le rappresentò con dignità, senza dimenticare mai l’Italia, la sua terra, alla quale mai ritornò per paura di avere emozioni tanto forti da non riuscire a sopportarle. Il suo cuore non avrebbe retto all’impatto con l’aria di casa. Ma provava sincera gratitudine verso l’Argentina, che l’aveva accolto e gli aveva dato lavoro e una famiglia. Lì sono nati i suoi figli e i suoi dieci nipoti.
| Note | A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri. |
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