lo sguardo altrove, storie di emigrazione
N°3-LO SGUARDO ALTROVE - STORIE DI EMIGRAZIONE
Struggente Rimini, un ricordo della Riviera anni '70 di Anna Foschi Vancouver (Canada)
Molti anni dopo, in un altro paese e sotto un altro cielo, avrei ripensato alla trasparenza del mare ed all’azzurro soffuso delle mattine di primavera sulla spiaggia di Rimini con un senso di sorpresa, ché quei ricordi pensavo di averli riposti, chiusi e ben custoditi come i corredi di lino delle antiche spose, in qualche scrigno della memoria dove la nostalgia ed il dubbio non potessero insinuarsi mai. Ma è tornata primavera anche quest’anno e sulla passeggiata a mare di West Vancouver aspiro l’odore salmastro dell’oceano, guardo i gabbiani volteggiare stridendo nella luce mattutina chiara e pallida, la gente che passeggia o fa la corsetta ed i pescatori dilettanti inerpicati sugli scogli a gettare l’amo o piazzare le reti per i granchi; tutto è ordinato, anonimo ed asettico, eppure, sará il profumo dell’oceano che è quasi lo stesso, mi porta a fantasticare di scene e momenti vissuti piú di trenta anni fa in quella che era allora la mia nuova residenza e fu in fondo la mia prima esperienza di "emigrazione": la Riviera romagnola agli inizi degli anni ’70.
La spiaggia di Rimini era un brulicare di attività per i preparativi della stagione: bagnini e proprietari di pensioni tiravano a lucido, ridipingevano, ripulivano tutto per la grande kermesse estiva; per me, venuta da una città circondata da colline e lontana dal mare piú di cento chilometri, le passeggiate mattutine lungo spiaggia e fino al molo erano un piacere intenso e non capivo la muta disapprovazione della mia vasta famiglia riminese acquisita per matrimonio, o almeno dei suoi componenti piú anziani e tradizionalisti, i quali ritenevano che la spiaggia fuori stagione fosse teatro di tentazioni e seduzioni e fosse adatta solo alle ragazze oziose e sfarfallone e di certo non alle mogli serie che hanno da tirare due uova di sfoglia e fare
La giovane generazione della famiglia era molto piú aperta e, per i tempi spregiudicata; non erano forse stati i cugini Giorgio e Carla a portarci a vedere il primo spettacolo di spogliarello della mia vita al "Lady Godiva", un night club situato in uno degli annessi del Grand Hotel di fronte al caffè Zanarini, dove si esibiva
La mamma,
In una piccola strada traversa di Corso Cavour, un paio di ragazze intraprendenti avevano aperto una boutique di abbigliamento giovane, minigonne, maxi-abiti e mantelli, roba che compravano a peso e sui mercatini di Londra, la Londra di Mary Quant e dei Beatles, e rivendevano bene perchè era divertente, provocante e all’ultima moda. La sera spesso ci attardavamo dopo la chiusura con un gruppo di ragazze e ragazzi a chiacchierare e risolvere i problemi del mondo, a parlare delle cause che erano le nostre cause, il referendum sul divorzio, quello per la legalizzazione dell’aborto perché le donne continuavano a morire dissanguate o di infezione per lo scempio degli aborti clandestini, ma anche a farsi due risate o spettegolare a ruota libera sulle presunte infedeltà di questo e quella.
A sentire quei racconti un pó boccacceschi mi ero fatta l’idea di una città godereccia e liberata nei costumi, di gente che assaporava la vita con la stessa voluttà con cui trangugiava un piatto di strozzapreti o addentava i cascioni di erbe e squacquerone, gente che lavorava sodo e volentieri e volentieri si divertiva, sicché rimanevo un pò confusa nel vedere che poi anche fra i giovani in fondo c’era un certo tradizionalismo, che la domenica in famiglia era ancora sacra al punto che ai miei inviti "Allora, facciamo qualcosa domenica?" veniva inesorabilmente risposto "Eh no, domenica siamo a mangiare dai miei!", che le ragazze con le minigonna sapevano anche tirare la sfoglia delle tagliatelle come dee della cucina mentre io, riminese d’importazione, non ci riuscii mai pienamente.
Ma negli anni a venire, e attraverso la mia esperienza di immigrazione in un paese multiculturale come il Canada, ricordai l’esempio dell’ equilibrio e del buonsenso con cui i romagnoli e i riminesi gestivano l’afflusso dei "furastieri" estivi che portavano non solo una ondata di nuova ricchezza ma riversavano anche esempi di altri stili di vita, di altre idee e fermenti, insomma anticipavano la grande fusione di culture e razze che sarebbe diventata l’emblema delle decadi future; la bonomia e l’apertura con cui accoglievano queste mode ma continuavano a rispettare e vivere le solide tradizioni della loro civiltà di agricoltori, imprenditori, e gente che ha un impegno civile ma anche profonde radici nella unità familiare.
Sono tornata a Rimini per un breve pomeriggio di aprile, ed era già un altro secolo, il ventunesimo secolo. Il negozio di pasticceria di via Clodia, di proprietà della zia Renata che, sempre impeccabilmente elegante, presiedeva sopra una schiera di affaccendate commesse in uniforme e col berretto bianco è ora gestito da altri e
Anna Foschi Ciampolini - Vancouver (Canada)
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