lo sguardo altrove, storie di emigrazione

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N°7-LO SGUARDO ALTROVE - STORIE DI EMIGRAZIONE

Da sguattero a proprietario di un prestigioso ristorante a Parigi: il “San Francisco”. Le 2 stelle 'Michelin' e i suoi clienti famosi

In Francia, dalla Costa Azzurra a Parigi, era conosciuto come Pierre Berdondinì, con l’accento sulla “i”. In realtà, Pietro Berdondini era romagnolo, nato nel 1898 a Cotignola, un piccolo paese sulla sponda sinistra del Senio, in provincia di Ravenna, dove il padre faceva il falegname. Erano tempi duri per l’Italia, i primi anni del secolo scorso, e Natale Berdondini, in un momento di sconforto, si buttò dall'alto del buatòn, la grande botola in cemento in cui il canale proveniente dalla Ciusaza e costruito per far funzionare il vecchio mulino, confluisce nel Senio, lasciando la moglie e i tre figli, Virginia, Pietro e Giuseppe, nella completa indigenza.

Virginia, la maggiore, aiutava la madre, la quale si arrabattava in mille modi per sbarcare il lunario. Il piccolo Giuseppe entrò in seminario. Pietro, ormai tredicenne, scorrazzava per le campagne cercando di racimolare qualcosa da portare a casa. Aveva fama, tra i compagni, di ragazzo sveglio, che cercava di emergere, e per questo era chiamato “il conte”. Le ambizioni di Pietro mal si adattavano alla vita di paese priva di grandi prospettive, e fu così che prese al balzo l’occasione fornitagli da uno zio emigrato in Germania per raggiungerlo. Le nuove esperienze, anche se non fortunate economicamente, servirono senz’altro a maturare Pietro che allo scoppiare del primo conflitto mondiale rimpatriò e si arruolò negli alpini, battaglione dei Sette Comuni, distinguendosi e rincasando alla fine con una meritata decorazione.

Un altro zio, questo emigrato in Francia, gli fornisce il motivo per partire di nuovo ed eccolo a vendere fusti di birra con il suo parente, ma il commercio non era per lui: iniziò così a lavorare nei locali della Costa Azzurra, bagni, ristoranti, alberghi, dalla gavetta e pian piano sempre più su con caparbietà. Da sguattero a caposala, a direttore, Pietro diventa Pierre e si sposa con una sartina nizzarda di origine piemontese: Isabella Reviglio.

Montecarlo, Saint-Gervais-les-Bains, Nizza, Beaulieu sur Mer e in inverno più a nord, a Puy de Dôme, e di nuovo sulla costa, sempre cercando di migliorare sinché a Nizza diviene socio, poi proprietario unico di una piccola trattoria, il Casanova, che riesce a trasformare a modo suo e a iniziare così la sua fortuna.

Intanto sono trascorsi diversi anni e siamo arrivati all’occupazione tedesca di Parigi e al governo collaborazionista di Pètain nel sud. Pierre ha venduto il Casanova e acquistato l’Auberge che in breve tempo diviene il locale preferito dai cineasti francesi fuggiti dalla capitale: Jean Gabin e Michèle Morgan imparano da lui a mangiare gli spaghetti, quindi Jean Marais, Arletty e tanti altri divennero suoi clienti abituali.

Il suo divenne l'unico locale della zona sempre gremito e ciò per merito di quel ‘macaronì’ che alla raffinata cucina francese abbinava tagliatelle alla bolognese e i saporiti piatti romagnoli imparati dalla madre a Cotignola. Ma la fame vien mangiando e così Pierre, al termine del conflitto, vende e parte alla conquista di Parigi.

In periferia rileva un piccolo locale male in arnese frequentato da operai e autisti che in breve riesce a trasformare e a dargli tono ma, pochi mesi dopo, si trasferisce in una nuova costruzione più vicino alla Senna, alla confluenza di rue Mirabeau con l’avenue de Versailles.

Nel nuovo ristorante “San Francisco” resterà una ventina d’anni. Non era spazioso quel locale lungo e stretto come la prua di una nave, appena una decina di metri per quattro, ma il nostro romagnolo riuscirà, nonostante tutti i pareri contrari, a lanciarlo. Alla sera andava per i luoghi più chic del centro a distribuire i suoi biglietti e a invitare personalmente tutti i personaggi che aveva conosciuto durante il suo peregrinare.

In breve giunsero ad assaporare le sue vivande i nomi più noti del momento: i duchi di Windsor che pasteggiavano con vodka, Orson Welles mai sazio di manzo, l’Aga Khan che prima mangiava da solo e quindi con la Begun manteneva una rigida dieta, il frugalissimo Onassis che si saziava con fragole e noci, Alì Khan che lì si fidanzò con Rita Hayworth e così via.

Berdondini e Isabella con il loro fox-terrier accoglievano familiarmente Maurice Chevalier, Isa Miranda, Onassis, Aimone d’Aosta, il celebre pilota Jean-Pierre Wimille, Anna Magnani, re Farouk d’Egitto, Gino Cervi, Roberto Rossellini, Umberto di Savoia, l’attrice Linda Darnell, Tazio Nuvolari, il tenore Tito Schipa, gli attori Pierre Blanchard, Paul Muni, Fernandel, Ebe Stignani, Annabella, Ira Furstenberg con Baby Pignatari e tanti tanti altri e ognuno di loro ha lasciato una firma e una dedica nel libro d’oro del ristorante.

La menzione sulla Guida Michelin che gli assegnò due stelle di merito, fu un punto d'orgoglio per il nostro romagnolo.

Da lui si poteva gustare un ottimo galletto novello Chambertin o i Tournedos a la Rossini oppure un soufflé al Roquefort o un Foie gras d’anatra accompagnati da pregiate bottiglie di Bordeaux o Macòn, o altri raffinati vini francesi, ma anche un’abbondante razione di ravioli o di lasagne con Sangiovese, o tagliolini ai frutti di mare con Valpolicella seguiti da Bel Paese, o provolone, o gorgonzola.

Ogni anno in estate tornava, con la sua Mercedes dorata, per un mese a Cotignola dove si era fatto costruire una villa a cui aveva dato il nome della moglie. Orgoglioso della posizione raggiunta con ammirevole caparbietà non nascondeva i mezzi di cui ora disponeva ed era felice di poter ospitare vecchie conoscenze come Fausto Coppi in occasione dei Giri di Romagna o la Sophia Loren, che si trovava a Lugo per le riprese dell'episodio «la Riffa» del film Boccaccio ‘70.

Ora le sue proprietà a Cotignola sono state vendute, la sua lucida Mercedes dimenticata: Berdondini scomparso ormai da 17 anni non ha lasciato eredi diretti e i suoi possedimenti in Francia sono andati ai parenti di Isabella.

In un ufficio del Comune che gli dette i natali è conservato il libro d’oro del San Francisco con le tante, tantissime dediche che testimoniano il successo e la notorietà raggiunti dal ‘francese’ figlio di quel falegname che quasi cent'anni or sono finì nel buatòn.