lo sguardo altrove, storie di emigrazione
N°9-LO SGUARDO ALTROVE - STORIE DI EMIGRAZIONE
Il Fantasma
Accadde a Marina di Ravenna nell’anno 2002.
Quando scesi dalla corriera, la brezza di mare mi riportò aromi della mia fanciullezza; il profumo aspro della marina, fatto di essenze di vita acquatica e di pineta. Dopo trentasei anni lontano dalla mia terra, cercavo di riconoscermi in qualche parte, di identificarmi in qualcosa, in qualcuno che testimoniasse che, una volta, io ero stato lì. Avevo diciannove anni quando emigrai seguendo i passi di mio padre, senza volere in verità lasciare l’Italia. Ma la famiglia doveva riunirsi in Argentina dove prima si erano stabiliti mio zio e i miei cugini già proprietari di un prospero negozio.
Tanti anni all’estero avevano marcato il mio italiano con uno strano accento forestiero ed ora, appena rimpatriato, mi sentivo spaesato come il giorno in cui arrivai, giovane e ansioso, al porto di Buenos Aires. Alla mattina cercando qualche vestigia di quel giovane di diciannove anni, ero stato a Ravenna, la mia città natale. Ma quel paesaggio urbano che guardavo con ansia, si era distanziato dai miei ricordi e mi aveva visto camminare per le sue strade rinnovate come se io fossi un estraneo. Nessuno si era accorto di quell’uomo attempato che cercava gente che già non c’era più, e luoghi da dove era assente da tanto tempo e dove forse non era mai stato.
Una parte della mia vita era sparita: io non ero lì, non c’ero più. In effetti, la mia presenza in quei luoghi, dall’infanzia alla giovinezza, non trovava riscontro nella mia mente. L’enorme lasso di tempo che significavano nella mia vita quei trentasei anni di espatrio, aveva cancellato o distorto le immagini della mia memoria, e lo spazio che ricordava la mia presenza era evoluto senza di me ed era ormai irriconoscibile. I fatti, le persone, le cose concrete che testimoniassero la mia realtà sembravano evaporati. Fra emozione e nevrosi, mi sentivo come un’immagine illusoria capace di attraversare un muro, un assente che cercava di materializzarsi di nuovo, ma che continuava a sfumare senza ricuperare la nettezza delle forme. In questa bizzarra e sconosciuta dimensione già non esistevo, ero semplicemente un fantasma.
L’angustia di questa assenza mi spinse a cercare un frammento di vita indelebile, un ricordo che si facesse tangibile, e così tornai verso il mare. Era là, a Marina di Ravenna, dove tante estati avevano alimentato la mia passione per il mare. Era là, dove la natura aveva svegliato i miei sensi e cullato le mie malinconie, fortificando il mio spirito con la sua carezza rustica fatta di sabbia, salsedine ed energia generatrice. Vicino al mare - pensavo - mi sarei ritrovato. Ero un bambino quando, nei lunghi mesi estivi, le vacanze portavano al mare la mia famiglia, e mia madre mi insegnò a godere della natura, del vento sulla spiaggia, del rumore del mare nel cavo di una conchiglia, dell’acqua salata, e mi insegnò a nuotare quando ancora non camminavo.
Un ricordo dolcissimo che il mio spirito conservava con nostalgico affetto, si delineava sempre più chiaramente nella mia mente. Era l’immagine snella di una bambina, di un nome scritto tante volte sulla sabbia e cancellato dal mare. Erano le sensazioni di un semplice amore, insieme alla vergogna di un errore d’amore, subito castigato e teneramente perdonato. La conobbi come il mare, non so quando, in un momento lontanissimo della mia infanzia. E come il mare fu la mia compagna di giochi, quella bimba che mi salutava con gli occhi umidi quando finiva l’estate, ma che sempre ritrovavo l’estate seguente. Quando con la rudezza dei miei giochi a volte la facevo piangere, o la trascuravo per dirigere scorribande con altri ragazzini. Ma nella mia passione infantile irrequieta e distratta c’era ugualmente un sentimento profondo e consapevole che mi assicurava che lei era lì, e che per lei io ero disposto a tutto. Già fanciulli eravamo innamorati, e la pineta era il rifugio che nascondeva a occhi indiscreti le nostre carezze e i nostri baci ingenui. Eravamo troppo piccoli per il sesso e il nostro amore era candido, ma fatto di un sentimento così intenso che quando ci abbracciavamo tremavamo di emozione.
Talvolta accade che le cose più belle soffrano la violenza del mondo. Una sera un adulto mi vomitò addosso i consigli della sua esperienza per indurmi a violare il delicato codice delle nostre carezze. Le sue parole – “tutte si lasciano toccare” e “se non sei tu sarà un altro” - avevano contaminato il mio cuore con un sentimento nuovo di gelosia e rabbia repressa. Quella sera cercai una intimità che non corrispondeva ai nostri anni e lo sguardo di lei, sorpreso e furioso, si accompagnò a un solenne schiaffo che lasciò rovente la mia guancia. Fu l’immediato castigo che percosse l’anima più che il viso, doloroso perché meritato. La vergogna e la disperazione mi paralizzarono, mi alzai di scatto e fuggii incespicando fino alla spiaggia. La mia bocca era aperta come i miei occhi per lo stupore di fronte alla mia villania e al fatto inevitabile di non essere più amato. Caddi in ginocchio e singhiozzai in silenzio. E il mare era lì, davanti a me, così bello, rivelato a tratti da una luce incerta. Un paesaggio magnifico e indifferente all’abbattimento del mio spirito, alla certezza di averla perduta. Ero solo un ragazzo di dodici anni che piangeva sulla spiaggia, con il corpo chino e il viso rigato di lacrime.
Una mano leggera accarezzò i miei capelli. Esitante sollevai lo sguardo. Lei era in piedi vicino a me. Il cuore mi esplose martellando nel petto, lei prese il mio viso fra le mani e disse: “Non lo fare più”. La sua bocca baciò i miei occhi ed io mi abbracciai a lei sentendo che l’amavo come mai più avrei amato. Quell’estate fu l’ultima. Motivi di lavoro portarono la sua famiglia a Milano impedendoci di vederci per anni. In quella lontananza si diluì la nostra emozione, tenuta in vita solo da qualche mia lettera dall’Argentina. Poi più nulla.
Eccomi ora a Marina di Ravenna, per cercare nei luoghi un segnale, un ricordo che mi liberasse da quel sentire di assenza, di identità perduta, che mi rendeva un estraneo, un fantasma. Mi incamminai per una strada che conduceva al mare perché vagamente sapevo che nei pressi ci poteva essere la casa della nonna di lei, dove per tanti anni mia madre aveva affittato un appartamento per le vacanze: la casa dove ci eravamo conosciuti. Ma le strade, le abitazioni, i marciapiedi erano muti. E i ricordi sfumati, assorbiti nel lento vortice del tempo che mi allontanava e mi rendeva irreperibile a me stesso.
Volli ricominciare procedendo dal mare verso terra, convinto di riuscire ad orientarmi meglio. Vagavo alla ricerca di un segnale, di un’indicazione riconoscibile. Improvvisamente apparve il bivio dove si aprivano le strade che portavano al mare. Ora era tutto più chiaro. Ecco, è là! La vecchia casa esisteva ancora, era grande e divisa in appartamenti abitati, con il tetto di tegole perfettamente conservato. Mi sembrava addirittura tinteggiata con gli stessi colori.
Affrettai il passo e arrivai alla porta che ricordavo appartenere all’abitazione della nonna. Suonai senza sapere cosa avrei detto a chi mi avesse aperto. La porta si aprì ed apparve un’elegante signora già matura, ma ancora bella, benché il viso pulito non nascondesse l’età. Il suo sguardo interrogativo cercava una risposta. Chi ero? Senza nessuna logica la mia voce pronunciò il suo nome. Con sorpresa lei disse un sì ugualmente indeciso.
Incredibile: lei era lì! Il mio sguardo si velò di lacrime.
Ora sapevo di non essere più un fantasma.