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N°36-ARTI MUSICA E SPETTACOLO

Bologna Jazz Festival, echi afroamericani sotto i portici medioevali.

E’ finito tra le ovazioni, così com’era iniziato, il Bologna Jazz Festival, rinnovata rassegna che per quattro sere ha portato al teatro Duse di Bologna un foltissimo pubblico di appassionati della musica improvvisata.

Ma non solo teatro: il Festival Jazz ha coinvolto locali notturni, osterie, cinema che per una settimana hanno programmato concerti di livello, proiezioni, jam sessions all’insegna della più elevata qualità. Bologna non è certo un centro dove manchi la programmazione musicale, ma stavolta, grazie all’impegno degli organizzatori ed al sostegno di Regione Emilia-Romagna e Comune di Bologna, è stata possibile una full-immersion come sotto le due torri non accadeva da tempo.

I jazz club coinvolti, “Chet Baker”, Cantina Benvoglio, “Bravo Caffè” e “Wolf”, hanno programmato in tarda serata concerti con musicisti, tra gli altri, del calibro di Ray Mantilla, Buster Williams, Lenny White, Cameron Brown e Billy Hart: una sezione “Round about Midnight” perfettamente in linea con l’usanza che da sempre completa i più importanti festival jazz. E “Round Midnight”, titolo della più celebre composizione di Thelonious Monk, è stato anche il brano che il pianista George Cables ha voluto dedicare, il 10 novembre dalle tavole del Duse, alla memoria di Alberto Alberti, recentemente scomparso mentre collaborava alla creazione del Festival bolognese e che del jazz a Bologna è stato tra i principali promotori per una quarantina d’anni. Nell’occasione, l’assessore alla Cultura della Regione Emilia-Romagna, Alberto Ronchi, ha voluto consegnare una targa ricordo alla moglie di Alberti, in un momento di commemorazione collocato nel cuore del Festival.

Tornando alla musica, si può dire che tutta la rassegna sia stata attraversata da un elevatissimo livello delle esecuzioni. Ma i picchi, per riscontro del pubblico e qualità dell’offerta, si sono registrati in apertura e chiusura del Festival. L’onore di aprire la rassegna al Duse, il 9 novembre, è toccato alla formazione della cantante Cassandra Wilson.

Cassandra è oggi una delle voci più profonde del jazz contemporaneo, una cantante (anzi una cantautrice) dal timbro sporco, bluesly, in un panorama che sta esprimendo solo manierismi molto raffinati alla Diane Krall o Norah Jones. La Wilson da sempre ama le contaminazioni, ed anche sul palco del Duse ha portato temi quali “I Want To Be Loved” di Willie Dixon (resa famosa dai Rolling Stones) o “Time After Time” di Cindy Lauper, uno dei cavalli di battaglia dell’ultimo Miles Davis. Ma l’artista, con “Easy Rider” e “Lost” non ha disdegnato le atmosfere drammatiche, alla Billie Holiday, ed è riuscita ad imporre la sua personalità in ogni frammento del discorso musicale.

La chiusura del Festival, domenica 12 novembre, ha espresso la miglior musica della rassegna con il nonetto di Joe Lovano. Il sax di chiare origini italiane ha portato sul palco un repertorio straordinario per scelta delle composizioni, arrangiamenti ed interventi solistici. Una front line di fiati dall’impasto timbrico alla Woody Herman (non a caso Lovano ha mosso i primi passi con la grande big band) ha messo in evidenza l’eccelsa capacità del leader, ma anche la perizia di solisti quali Gary Smulyan al baritono, Steve Slagle all’alto e James Weidman al piano. L’impasto sonoro ha variato dalle atmosfere mingusiane a quelle di Oliver Nelson e Mel Lewis, così come densi sono stati gli omaggi a Coltrane con “After the Rain”, Gil Evans con “Boplicity” e Tadd Dameron, compositore troppo dimenticato e giustamente rivalutato da Lovano.

Infine applausi a scena aperta, bis e un caldo arrivederci all’edizione del prossimo anno. Vi lasciamo con la splendida On a Misty night di Joe Lovano …

a cura di Vanni Masala