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16 Gennaio 2014 | Racconti d'autore

Bologna Slang

Testo tratto dal volume “Dizionario Slang. Bologna in parole e numeri” di Fernando Pellerano (Bologna, Pendragon, 2013).

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Ivan Orsini

16 gennaio 2014

Bolognese di adozione, il giornalista Fernando Pellerano ha fatto propria la lingua che si parla ogni giorno sotto le Due Torri, compilando un piccolo dizionario delle parole che si possono ascoltare nelle vie, nei bar e negli autobus. Dove una persona molesta è un “bagaglio”, per farti aprire il portone devi chiedere il “tiro” e se fai arrabbiare qualcuno ti “becchi una cioccata”.

A balùs – Significa “molto”, “moltissimo”: “T’è piaciuto il concerto degli Skiantos?”, “A balùs!”; ma anche “alla grande”: “Allora Ugo, vai in vacanza?”, “A balùs!”.

Andersen – Quando ci si trova in gruppo ed è il momento di andare via, basta citare il famoso scrittore danese: “Règaz… Andersen!”.

Babbiona – Per indicare una donna di una certa età. Tutto è naturalmente relativo: per un ragazzino di 18 anni è una babbiona quella di 40, mentre per un quarantenne è una babbiona la sessantenne. Potenzialmente sinonimo di tardona. Esiste anche la versione inglesizzata, babbions: “Oh! ’Sto locale è pieno di babbions!”.

Bagaglio – Termine utilizzato per indicare cose o persone con un’accezione negativa o di scarsissimo significato; si attribuisce alle cose quando queste sono inservibili, inutili o di un’utilità infima e comunque non all’altezza: “Ma lascia stare quel bagaglio lì e passami il cacciavite!”; “E te, vorresti fare la maionese con quel bagaglio lì?”; si attribuisce invece alle persone per dileggiarle, in genere però con simpatia: “Ma cosa fai? Sei proprio un bagaglio!”. Questo termine ha un sinonimo perfetto: zavaglio.

Borazzo – Il contrario della persona fine ed elegante. Quindi persona un po’ rozza, un burino, un gradasso senza qualità, un maleducato: “A Marisa non hai neppure pagato la cena: sei un gran borazzo Gino!”. Un po’ peggio di sborone, qualche attinenza con maraglio.

Branda – Letto. La parola è italianissima e indica tecnicamente il letto dei militari, ma a Bologna è semplicemente il letto di casa: “Ragazzi è tardi, vado in branda!”; “Sono finito in branda con Marisa” (in questo caso s’ipotizza qualcosa di diverso dal dormire).

Cioccata – Cazziatone, piazzata, sfuriata, sfogo, forte arrabbiatura, rimprovero: “Mi son beccato una gran cioccata da Marisa!”. C’è chi pronuncia questa parola con una sola “c”, come vorrebbe l’originaria espressione bolognese, ma ormai ha preso il sopravvento la doppia “c”. Si usa anche per indicare una persona che ha perso lucidità: “Marisa è completamente cioccata!” o una cosa che s’è rotta e non funziona più, “Niente partita, la tv è cioccata”.

Cioccapiatti – Persona che racconta storie poco credibili e talmente improbabili che quando le racconta si sente il tonfo dei piatti che cadono e si rompono: “Alè, è arrivato il cioccapiatti!”.

Fogna – Persona particolarmente vorace che mangia consistenti quantità di cibo: “Ugo fai schifo, sei una fogna!”.

Fontaniere – È semplicemente l’idraulico. Bolognesissimo. È bene saperlo, potreste averne bisogno.

Fracco – Tanto, molto, notevole quantità: “Smettila subito che se no ti do un fracco di botte!”.

Galvani – Tutti sappiamo chi era Galvani: fisiologo, fisico e anatomista bolognese, celebre per i suoi studi sull’elettricità. A Bologna è famoso il liceo classico (da cui i galvanini, ovvero fighetti figli di papà con tutto quello che ne consegue). Naturalmente c’è anche la piazza con relativa statua ed è proprio per quella statua che abbiamo aggiunto questa voce nel dizionario: c’è infatti un detto, ormai poco usato, che parla di Galvani (inteso come statua) ricurvo e intento a consultare il suo libro, e che dice “È più facile che Galvani volti pagina!”, giusto per spiegare che la tal cosa (la visita di un amico, un viaggio da fare di cui si parla da tempo, il Bologna che vince l’ottavo scudetto, eccetera) difficilmente si avvererà.

Giandòne – Persona fisicamente alta e sgraziata nella postura e nei movimenti. Esiste anche la contrazione “giando”. Si può estendere il significato anche a tonto, tontolone.

Goldone – Preservativo, detto anche “goldons”: “Gino, hai portato i goldoni?”. Il caso vuole che il proprietario della fabbrica Hatù di Casalecchio, una delle più importanti produttrici di profilattici, fosse il bolognese Goldoni: questo termine però non è stato coniato in suo (diciamo) onore (anche se la combinazione è davvero incredibile), ma proviene dal nome dei profilattici in uso alle forze armate statunitensi che transitarono da Bologna dopo la liberazione del 21 aprile: ebbene, i preservativi americani erano prodotti da un’azienda che si chiamava appunto “Gold One”.

Gubbiare – Dormire: “Bòna, règaz! Io vado a gubbiare”; “Mi sono fatto una gubbiata storica: quattordici ore!”. Il sonno è il gubbio.

Gufo – Vigile urbano, da non confondersi con il pulotto, che è il poliziotto della Polizia di Stato: “Sgamba in fretta che ci sono i gufi”. Termine da cui deriva gufare, ovvero lanciare una sfiga: “Non c’è più benza: adesso rimaniamo a piedi”; “E smettila di gufare!”. Il gufo perciò può essere sia un menagramo sia un vigile urbano (che spesso, appunto, porta brutte notizie).

Imbalzarsi – Inciampare maldestramente, e di conseguenza far ridere i presenti che assistono all’imbalzata o imbalzo: “Mi sono imbalzato proprio mentre entrava lei!”.

Imbarellato – Viene definito così chi, la mattina, versa in condizioni un po’ disastrate dopo aver trascorso una nottata, presumibilmente, un po’ movimentata: “Oh, Gino! Come sei messo? Sei imbarellato?”. Il riferimento alla barella ospedaliera è chiaro.

Intortare – Fare la corte a qualcuno: “Marisa me la sono intortata ben bene”; anche non necessariamente per scopi sessuali: “Mi sono intortato il controllore e alla fine… niente multa”.

Invornìto – Indica una persona non proprio “sveglia”. Sinonimo di stordito: “Non dovevi calare l’asso adesso, invornito!”.

(brutto) Lavoro – Ci si riferisce a un’attività particolarmente complicata o negativa o pericolosa o problematica o faticosa o impegnativa o scocciante, eccetera; non è legato direttamente a un mestiere o a una professione. Ci si può riferire anche a una data situazione: “Devo andare a prendere Ugo a Vergato: che brutto lavoro!”; “Sòccia, ma quanta gente c’è in spiaggia? Che brutto lavoro…”.

Loffio / a – Persona con poca verve, un po’ spenta, facilmente noiosa: “Il barista del Frulè è loffio!”. Riferibile anche a cosa o situazione: “Concerto loffissimo quello di ieri”; “Oh! Ma ’sto vinello è proprio loffio!”.

Ludro – Uno che mangia senza ritegno: “Ugo, sei proprio un ludro!”.

Maraglio – Nell’accezione peggiore trattasi di soggetto poco raccomandabile, spesso un mezzo delinquentello, un teppista, magari pure un violento: “Il Pilastro è (era) pieno di maragli”. Col tempo ha però assunto un significato meno pesante, che si associa anche a persone che di base rispettano il codice penale ma che magari ogni tanto esagerano nei loro atteggiamenti. Maraglio è anche una persona grezza, che non sa comportarsi nei modi dovuti in società: uno poco educato, affatto raffinato, decisamente ignorante.

Muffo – Risultato negativo dopo l’intorto: “Marisa mi ha dato un muffo”.

Muro – Il classico rifiuto. Quando l’amata/o non ne vuole mezza: “Ho preso un muro da Marisa”. Sinonimo di muffo.

Nasare – Attenzione perché non significa annusare (verbo arcaico e desueto utilizzato soprattutto nel settentrione), ma intuire, smascherare, scoprire, stanare: “È inutile che ci giri intorno, tanto t’ho nasato!”; “Macché cena coi parenti, ho nasato benissimo che è una scusa!”.

(prendere dei) Nomi – Ovviamente per “nomi” non si intendono quelli di battesimo: nello slang sono invece sinonimo di offese e/o insulti più o meno pesanti e non specificati: “Non sai quanti nomi mi son preso quando ho sbagliato il rigore!” (in pratica lo hanno ricoperto di insulti). Non esiste invece “dare dei nomi”: i nomi si prendono e basta.

Non c’è pezza – Non c’è alternativa, non c’è soluzione: è così. “Se continua a giocare così, il Bologna retrocede: non c’è pezza!”.

Non ne vuole mezza – Per esempio una ragazza che non si vuol fidanzare con te: “Niente! La Stefy non ne vuole mezza”. Può valere per altre mille situazioni.

Pacco – Fregatura; i pacchi si danno, si tirano, si prendono: “Alle otto in piazza, ma non tirarmi un pacco!”. Si diceva soprattutto prima che arrivassero i cellulari. Ma vuole dire anche “tanto”, “molto”, per esempio nell’espressione “Ne voglio a pacchi da Marisa”, oppure “Ugo ne sa a pacchi di basket, ma non ne sa mezza di calcio”.

Panterona – Donna di una certa età (e pure di una certa altezza: mai vista una panterona di un metro e mezzo) agghindata vistosamente per far colpo sul maschio.

(andar giù) Pari – Quando uno dice al suo interlocutore le cose in faccia, senza tante perifrasi: “Marisa con Gino è andata giù pari!”. Da intendere soprattutto come una sfuriata orale, ma non solo.

(non essere mai) Pari – Vale a dire non essere mai in pace, con se stessi o con gli altri, non essere mai a posto.

Plumma – Materialmente è quel rimasuglio di cotone e lana appallottolato che si trova in fondo alle tasche di giacche, pantaloni, eccetera; nello slang bolognese significa quindi che in tasca non c’è niente, cioè non c’è denaro: “Non ho un ghello, ho solo della gran plumma”.

(arrivare dopo la) Puzza – Classica frase per dire che si è arrivati tardi, troppo tardi: “Sòccia, Gino! Sei arrivato dopo la puzza!”.

Règaz – Gli amici, la compagnia, la ballotta o balotta. Vale anche la contrazione “règa”.

Rusco – Spazzatura, immondizia, rifiuti; uno dei termini doc dello slang bolognese, insieme a tiro. Rusco è usato però anche in Romagna: “Ugo, porta fuori il rusco!”. Tutta da verificare la voce che spiega l’origine di questo termine in quanto acronimo di Rifiuti Urbani Solidi COmunali. Così si definisce anche una persona particolarmente vorace, che mangia sconsiderate quantità di cibo: “Sòccia, Ugo, che rusco che sei!” (al posto di rusco è però più utilizzato fogna). E ancora si può utilizzare unendolo a “brusco” quando ci si rivolge senza tanti mezzi termini a qualcuno: “Gli ho detto il rusco e il brusco!”. Il ruscarolo è di fatto lo spazzino, ma si può indicare così anche una persona abituata a ravanare nel rusco (per sopravvivere, ma più precisamente come modo di fare in senso figurato).

Tiro – L’interruttore che apre il portone o il cancello (o cancellino) del condominio, interruttore che a Bologna, e solo a Bologna, è contrassegnato dalla scritta “tiro”. Dare il tiro vuol dire aprire il portone: “Aspetta che ti do il tiro”; “Oh, Gino! Mi dai il tiro o no?”. Il termine nasce dal fatto che un tempo, per aprire il portone, si tirava una corda che alzava il chiavistello della porta. […]

Tora – Una donna di una certa età che suscita forti sensazioni sessuali, anche un po’ animalesche e trash, a causa dell’abbigliamento e della stazza fisica. Ha una qualche parentela con la panterona.

Umarèll – Uomo di mezza età o anziano e/o pensionato con tanto tempo a disposizione: solitamente vaga per la città a osservare, curiosare, commentare. L’umarèll-tipo guarda per ore gli operai di qualsiasi genere di cantiere al lavoro. Emblematico l’evento accaduto a Bologna il 20 settembre 2010, quando un umarèll di ottant’anni, incuriosito dai lavori, è caduto dentro uno scavo di un cantiere in via Ferrarese. Sovente interviene con gli operai per dare delle dritte. L’umarèll “mobile” va spesso sui ponti dell’autostrada per seguire, con bici appresso e mani dietro la schiena, l’esodo estivo e le lunghe file dei vacanzieri. L’umarèll, quando guida, preferibilmente a trenta all’ora e in mezzo alla carreggiata, fa dei disastri. Divenuto vero e proprio soggetto di studio grazie allo sdoganamento fatto da Danilo Masotti, indefesso investigatore/navigatore della bolognesità, con il suo libro Umarèlls.

Va’ mo là – Tipica espressione per dire “ecco!”, “ecco fatto”, “guarda un po’: “Va’ mo là, che tagliatella che ho preparato!”.

Brano corrente

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