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27 Febbraio 2014 | Racconti d'autore

Come il Titanic

Testo di Pietro Floridia tratto dal libro degli Expris Comics Come il Titanic. Diario a fumetti di un affondamento (Bologna, Nuova S1, 2014)

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

27 febbrio 2014

Quattro fumettisti entrano in un teatro, dove una quarantina di attori provenienti da quattordici diversi paesi del mondo stanno provando uno spettacolo che parte dalla storia del Titanic per raccontare il nostro tempo. Dal libro illustrato da Innai Marini, Federo Trofo, Antonella Selva e Francesco Lopez Visicchio (gli Expris Comics) ascoltiamo le parole del regista che li ha accolti a bordo della sua “nave”.

Queste storie nascono nella testa dei loro autori. Queste storie nascono nella matita dei loro autori.

Queste storie nascono in una sala prove teatrale. Nascono in mezzo ai rifugiati politici. Nascono nella Storia del Titanic che affonda. Nascono nella realtà dell’Europa che affonda. Eppure, nonostante questa genesi gomito a gomito, queste storie sono tutte meravigliosamente diverse. E dico meravigliosamente perché, per me, aprire lo sguardo, ovvero vedere cose diverse osservando la stessa cosa, ha a che fare con un tratto fondamentale dell’esperienza estetica. È come entrare in un caleidoscopio, in una stanza sfaccettata di specchi che scompone e moltiplica un’immagine prima pensata come unica, abolendo qualsiasi discorso univoco e qualsiasi definitivo questo è o questo significa.

Ma facciamo un passo indietro: per alcuni mesi i nostri autori sono stati invitati a tenere un diario di bordo per immagini delle prove teatrali di uno spettacolo ispirato alla vicenda dell’affondamento del Titanic dove, sotto la mia direzione, hanno lavorato una quarantina di attori: rifugiati politici, studenti, migranti, pensionati, professori, licenziati, allievi di teatro, bambini. Gli autori hanno visto le stesse prove, hanno ascoltato gli stessi versi del poeta Hans Magnus Enzensberger, ma a ciascuno di loro la fine del Titanic ha detto cose profondamente diverse. E allora è da questo che vorrei partire. Credo sia interessante continuare a chiederci: perché la vicenda del Titanic ci parla ancora? E di cose tanto diverse?

Innanzitutto il Titanic è una nave e, nella cultura occidentale, la nave continua a essere la più potente metafora dell’avventura esistenziale. Come scriveva Blumenberg: «L’uomo conduce la sua vita ed erige le sue istituzioni sulla terraferma. Ma il movimento della propria esistenza cerca di comprenderlo, nella sua totalità, specialmente con la metafora del temerario navigare». Inoltre, come invece scriveva Foucault: «la nave è un frammento galleggiante di spazio, un luogo senza luogo, che vive per se stesso, che si autodelinea e che è abbandonato, nello stesso tempo, all’infinito del mare […]. È l’eterotopia per eccellenza, il più grande serbatoio dell’immaginazione. Nelle civiltà senza navi, i sogni si inaridiscono, lo spionaggio sostituisce l’avventura e la polizia i corsari». E se questo non fosse già più che sufficiente a scatenare le nostre visioni, va ricordato che il Titanic non era certo una nave qualunque. Era, come la chiamavano prima che partisse per il suo viaggio inaugurale, l’inaffondabile. Era il simbolo stesso di un’epoca che credeva di avere conquistato la propria imperitura felicità, anche grazie all’inarrestabile avanzata del progresso. E invece fece naufragio. E invece, colpita da un iceberg, affondò. E furono centinaia i morti. E fu un gigantesco trauma collettivo, una sorta di brusco risveglio, pari, se non maggiore, a quello che ai giorni nostri ha provocato il crollo delle Torri Gemelle.

Ho scelto il Titanic come materia di creazione di uno spettacolo perché, a mio parere, questa vicenda è come una sonda per indagare, sia a livello individuale che a livello collettivo, il passaggio da uno status a un altro, la scoperta di non essere invulnerabili.

L’esperienza a cui faccio riferimento ha più o meno questa struttura: una navigazione, un’esistenza, sicura per alcuni e addirittura trionfante per altri, subisce un urto. In principio non sembra grave, ma in realtà apre delle crepe sotterranee, che gradualmente ci fanno affondare. Il nostro status cambia, il nostro scafo che oscillava tra la tranquillità e il successo, da un giorno all’altro, imbarca acqua da tutte le parti. Entriamo in una condizione di fragilità, in una sorta di agonia, ovvero letteralmente in una lotta per la sopravvivenza, per salvare la nostra salute, o il nostro lavoro, o la nostra casa, o la nostra famiglia o “soltanto” i nostri valori… perché, questo è certo (e questa è la grande differenza con lo status precedente), ora non a tutto è dato sopravvivere, ora qualcosa va sacrificato. Soltanto così, forse, domani, qualcos’altro non andrà ulteriormente perduto. Ebbene, in questo momento, nel momento in cui si deve decidere cosa sacrificare, ben di più delle dichiarazioni, è quello che nei fatti si sceglie di “buttare giù dalla torre” direbbe Landolfi, e quello che invece si sceglie di salvare, a rivelare la natura intima e nascosta di chi è chiamato a decidere.

Ed ecco che, a livello macro, in Europa si è scelta una strategia di uscita dalla crisi in cui al lavoro e allo stato sociale viene preferito il capitale, ai valori che ci rendono umani viene anteposta la salvezza del mondo della finanza. Ma davanti alle lacrime della violinista greca che suona il suo ultimo concerto perché hanno tagliato l’Orchestra Nazionale, una volta di più ci rendiamo conto che in realtà, nonostante quello che dall’alto ci dicono, stiamo affondando, perché l’Europa, la nostra Europa che sentiamo nata proprio in Grecia, sceglie di buttare in mare quei valori che sono l’essenza più preziosa della sua identità. Purtroppo ora, per l’Europa che decide, quella della finanza, questi valori sono diventati zavorra, peso sacrificabile: la cultura, la scuola, il diritto a venire curati, il diritto a contrattare degne condizioni di lavoro (della “terza classe” naturalmente). Con il risultato che quando ci annunceranno che il PIL ha ricominciato a risalire, che, grazie a tali manovre, non siamo affondati, noi penseremo al prezzo pagato, noi, al contrario, ci sentiremo affondati, perché ci ritroveremo privi di servizi essenziali, privi di dispositivi di solidarietà, privi di quei valori che ci rendevano più umani. Ci ritroveremo regrediti a prima di tante battaglie, a prima di tanti morti. In un silenzio spettrale. In un silenzio dell’anima. Come sarebbe stato quello dei poveracci rimasti a bordo del Titanic se non ci fossero stati gli orchestrali, i violinisti appunto, a suonare fino alla fine, a cercare di rendere quegli ultimi momenti più umani, a cercare di unirsi attraverso la musica in un destino comune, a cercare di contrastare quello che, altrimenti, non poteva che degenerare nella lotta fratricida del si salvi chi può.

Questo è il fulcro del mio Titanic. Ricevere il colpo. Cadere. Ma poi muovere verso l’altro. Intuire che non ci si rialza da soli. Almeno a me è successo così. Mi sono ritrovato in compagnia. In compagnia peraltro di gente che arriva da quattordici paesi diversi. (E questo non è un caso, questo è il mondo nuovo in cui viviamo!). E allora la crisi è diventata, forse, anche un’opportunità. L’opportunità di affrontare fino in fondo e di ridisegnare quello che anche prima, in modo latente, sentivamo non funzionare. La crisi è una scossa, fa saltare le strutture, i modi abituali di pensare, crea aperture dove non ne vedevamo. Crea un momento di passaggio fecondo per il cambiamento. Credo che, senza la crisi, non avrei fondato la Compagnia dei Rifugiati. Non avrei tentato di trasformare quella specie di “armata Brancaleone”, che alle prove mi faceva così disperare, in una compagnia teatrale vera e propria. Non avrei tentato di reagire all’affondamento che il senso del mio fare teatro stava subendo, saltando su questa scialuppa.

No, neanche una scialuppa, qualcosa di ancora più piccolo, di ancora più precario, una zattera. Una zattera che però ci siamo costruiti noi. Noi che abbiamo studiato all’università le metafore, insieme a noi che abbiamo attraversato il mare su zattere non metaforiche. Una zattera non calata dall’alto, ma costruita a nostra misura, con quello che troviamo in giro e che, quindi, sa costare poco e sa improvvisare in questi tempi cambiati all’improvviso. Già, non vanno più bene molte delle imbarcazioni di prima, perché ora il mondo è radicalmente cambiato. Invaso dalle acque, semiaffondato, è diventato liquido, direbbe Bauman, sempre in movimento, meticcio nelle categorie e nelle persone. Ora che la terraferma non è più ferma e che le posizioni, le divisioni, i confini (quasi sempre incisi sulla terra) si stanno in gran parte sciogliendo, il Titanic è troppo pesante, troppo costoso e troppo diviso in compartimenti stagni tra prima, seconda e terza classe. Ora serve qualcosa di più duttile per ripartire, per dare un senso alla propria rotta, per non essere preda delle correnti e dei tempi che corrono.

Come mi trovavo a scrivere durante le prove di luglio: «Però chi l’avrebbe mai detto fino a qualche anno fa, fino a quando il Titanic fendeva le acque a venti nodi all’ora, e la prima classe stava con la prima classe, e la seconda con la seconda, e la terza con la terza, e noi orchestrali con noi orchestrali, chi l’avrebbe mai detto che un giorno a salvarci la pelle, a orientarci nella notte, sarebbero state le stelle di ragazzi venuti da tanto lontano, chi l’avrebbe mai detto, solo qualche anno fa, che ci saremmo trovati nella stessa barca con afgani, congolesi, siriani, esodati, licenziati, studenti orfani di studi, pensionati, chi l’avrebbe mai detto! Però queste mani che s’intrecciano sui remi, questi denti così bianchi nella notte, questo vento che sferza la faccia, ci sveglia e ci fa battere il cuore, ci lascia ben sperare d’esser tornati vivi».

 

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