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23 Gennaio 2014 | Racconti d'autore

Dallo scudetto ad Auschwitz

Testo di Matteo Marani, tratto dal libro omonimo (Reggio Emilia, Aliberti Editore, 2011) – prima puntata.

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

23 gennaio 2014

Tra i 6 milioni di ebrei uccisi nei lager nazisti c’era anche Arpad Weisz, l’allenatore ungherese che nel 1936 e nel ’37 guidò la squadra di calcio del Bologna alla conquista di due scudetti. Nel ’38, a causa delle leggi razziali di Mussolini, fu costretto a dimettersi e fu dimenticato dalla città che lo aveva adottato. Morì ad Auschwitz, come la moglie Elena e i figli Clara e Roberto, di 8 e 12 anni. 
Il giornalista Matteo Marani, direttore del “Guerin Sportivo”, ha ricostruito la sua vicenda.

Prima di cominciare a scrivere questo libro, di Arpad Weisz non conoscevo quasi nulla. Ricordavo a malapena che si trattasse di un allenatore di calcio degli anni Trenta e che era stato obbligato, dalle leggi razziali, a lasciare il nostro Paese alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Ammetto: non molto per chi si occupa di calcio da anni.

Per fortuna mia, o sfortuna, ero comunque in ottima compagnia. Dell’ungherese inghiottito in un forno crematorio di Auschwitz nessun altro sapeva alcunché. Né gli storici, né gli addetti ai lavori, né tanto meno i giornalisti. Il mistero era calato sulla storia dal giorno stesso dell’epilogo, senza più separarsene. Possibile? Sì, possibile. «Chi?», «Come ha detto?» mi sono sentito rispondere ogni volta in cui ho cercato di rompere il muro di oblio.

«Lei conosce Arpad Weisz?»: l’ho ripetuto per decine, forse centinaia di volte davanti a facce disorientate. Per oltre un anno è stata la frase che mi ha accompagnato in maniera costante. Più mi rendevo conto che la storia era sconosciuta, tuttavia, più cresceva la passione di scoprirla, di scavare. Soprattutto, spingevo per portare alla luce l’ultima parte, quella non scritta negli almanacchi. Il dopo-calcio. La fine. Come erano morti Arpad e la sua famiglia?
Sono diventato un detective della memoria.

Era incredibile, ma era come se una mano invisibile avesse via via sottratto alla vista gli elementi utili a ricostruire la vita dei Weisz.
Come avevano vissuto? Con quali ansie? In quali luoghi? Figurarsi che non esistevano certezze neppure sulla morte nel lager nazista. Lo si immaginava, sì, ma più che altro per deduzione. Non avendo visto rientrare nessuno dei componenti dopo il 1945, qualche giornalista italiano aveva collegato il vuoto alle prime notizie che giungevano sulla Shoah. Era logica, insomma, non storia accertata. Persino il nome, riportato come Weisz o Veisz a seconda del documento o del Paese, si prestava a facili fraintendimenti.

Mettere insieme gli elementi della storia è stato un viaggio unico. Sarei tentato di usare la parola affascinante, se nel mezzo non scorresse un’immane tragedia, personale e collettiva. La cosa che mi colpisce ancora adesso, a lavoro finito, è capire come mai un personaggio tanto importante nello sport più amato del Paese sia scomparso nel vuoto. Cancellato. Il passaggio della guerra aveva certamente influito. Probabilmente aveva agito un’inconscia rimozione. O magari era stata del tutto casuale la dimenticanza. Chissà.

Fatto sta che di Arpad Weisz, a sessant’anni dalla morte, si era perduta ogni traccia. Eppure aveva vinto più di tutti nella sua epoca, un’epoca gloriosa del pallone, aveva conquistato scudetti e coppe. Ben più di tecnici tanto acclamati oggi, allenatori che finiscono sulle prime pagine ogni mattina e nei telegiornali della sera. Sarebbe immaginabile che qualcuno di loro scomparisse di colpo? A Weisz è successo.

C’era soltanto un’eccezione, sulla quale continuo a interrogarmi con curiosità. Negli anni Sessanta, sulla rivista del Bologna che celebrava la storia rossoblu in occasione dell’ultimo scudetto vinto da Bernardini, guarda caso allievo di Weisz, un cronista locale aveva fornito riferimenti dettagliati sul tormentato percorso della famiglia ungherese prima della fine. Come aveva fatto a saperlo? Da quali documenti, su quali giornali stranieri si era informato? Avrei voluto chiederglielo, ma non è più vivo. Come purtroppo mancano all’appello i giocatori del Grande Bologna e quelli dell’Inter guidati da Weisz. Restavano soltanto le carte, i documenti originali.

Ahimè, i libri mi hanno aiutato poco. La bibliografia su Weisz è scarna. A volte fuorviante. Richiede poco per essere liquidata. Secondo i testi più informati, l’uomo di Solt «fu deportato e ucciso dai nazisti». Nulla di più. Ma sempre meglio di quello sciagurato testo – lo dico nell’economia della ricerca – che impropriamente racconta di un ritorno di Arpad a Budapest, nella patria d’origine, dove sarebbe stato catturato assieme al resto della famiglia. Chi è arrivato sin qui [nella lettura del libro, ndr] sa bene che non andò in quel modo. Ma certi depistaggi sono costati ogni volta settimane di nuovo lavoro, giorni interi passati a studiare la deportazione in Ungheria capitanata da Eichmann, senza che purtroppo c’entrasse nulla con la mia vicenda.

Se è per questo, mi è capitato pure di andare sino ad Alessandria per leggermi un’intera annata di giornali, scoprendo successivamente che gli statistici del calcio, in genere molto attendibili, avevano preso un abbaglio: la prima squadra italiana era stata il Padova, non il sodalizio piemontese. Oppure di visitare l’Archivio centrale dello Stato di Roma e scoprire che del censimento sugli ebrei svolto nel 1938 nulla è rimasto, a parte qualche isolata scheda degli abitanti del ghetto di Roma (1.024 furono deportati ad Auschwitz dopo la cattura da parte dei nazisti il 16 settembre).

Gianni Brera e Antonio Ghirelli, maestri che hanno tentato di scrivere una storia complessiva del calcio italiano, citano di rado il tecnico magiaro. Assolutamente niente, però, relativo all’epilogo. Le altre antologie sportive lo ignorano quasi. Idem studiosi come Papa e Panico, che pure spiegano meglio di chiunque altro la funzione divulgativa del libro di Weisz.

Ho cercato dunque strade diverse per ottenere indizi sulla sorte toccata ai quattro, dalle riviste dell’epoca a ogni lista di ebrei, inserendo le ambasciate di Olanda, Ungheria, Francia. Ho chiamato i centri di documentazione ebraica di Parigi, Berlino e Amsterdam. Ho fatto visita in quegli stessi giorni a Lucio Pardo, il responsabile della comunità ebraica di Bologna che mi ha fatto vedere la lista degli ebrei stranieri censiti dal ministero nel 1938, ereditata da un suo parente e della quale parlo nel libro.
Quel dettaglio mi ha dato nuova forza, come l’impegno di Pardo a far apporre allo stadio di Bologna, intitolato a quel Dall’Ara che fu presidente del Grande Bologna, una lapide in memoria di Weisz, che ne fu l’allenatore. Ma rimaneva un dato, un ago nel pagliaio.

A un certo punto, sembrerà paradossale, ho quasi dubitato dell’esistenza dell’ungherese. Non che fosse un’astrazione, ma i contorni erano talmente sfumati e vaghi da lasciare troppi dubbi. Il colmo, e oggi ci sorrido, è che pure sulle date di nascita si registravano divergenze. Se per una parte di coloro che hanno scritto qualche riferimento a Weisz, quest’ultimo doveva essere nato a Solt nel 1896, per altri si trattava del 1891. Differenze pure sul giorno di nascita: chi lo poneva il 16 aprile e chi il 6 luglio. Elementi non secondari quando si è trattato di scovare il nome tra i milioni di morti di Auschwitz e tra decine di omonimi.

Eccoci. La fine è stata il mio punto di partenza. Cercare di sapere se Arpad Weisz fosse morto ad Auschwitz. E sapere quando, in che modo. Qui ho avuto in Michele Sarfatti, direttore del Centro di documentazione ebraica di Milano, il primo concreto aiuto per non smarrirmi: il suo consiglio di consultare lo Yad Vashem, il sito della memoria che contiene i nomi dei milioni di morti di Auschwitz, Bergen-Belsen, Treblinka, dei ghetti e delle decine di campi di morte, è stata la bussola.

È un archivio straordinario, basato interamente sulla testimonianza dei pochi sopravvissuti. Ogni vittima ha una propria scheda, le quattro della famiglia Weisz fanno parte dell’elenco olandese fornito dall’omonima associazione olandese. A proposito, devo un ringraziamento al presidente dello Yad Vashem di Amsterdam: Joop Levi. Accanto alle schede, in alcuni casi si trovano ulteriori informazioni o foto. Non nel caso dei Weisz, almeno sino a oggi. Le foto che ho raccolto nel corso della ricerca, riprodotte in questo libro, verranno inviate allo Yad Vashem.
Eppure i primi tentativi sul sito (www.yadvashem.org) non sono stati fruttuosi. Digitavo e mi usciva una lista troppo lunga. Riprovavo e non riuscivo a scoprire il dato che rincorrevo, temendo seriamente che nessuno avesse testimoniato la morte di Weisz, come è successo ad altri reclusi rimasti anonimi.

Quanto ai motori di ricerca, ho provato tutte le soluzioni possibili. Ho addirittura ipotizzato che Weisz non fosse morto ad Auschwitz. Finché una notte, a tarda ora, l’occhio è caduto sul computer e sul paese di provenienza di quel deportato nato nel 1896. Alla parola Olanda, destinazione che ricordavo segnalata nell’infausto peregrinare per l’Europa dopo la fuga dall’Italia, era associata la scheda di Weisz. Un brivido difficile da spiegare.
Ma persino dopo quel successo elettrizzante ero soltanto all’inizio, inutile cantare vittoria come invece ho fatto. L’altra cosa da capire era se Weisz avesse avuto una famiglia. Qualche libro sosteneva che fossero tutti scomparsi nell’Olocausto. Ma esisteva una moglie? E i figli quanti erano? Uno, due, tre?

Posso dire che il secondo aiuto importante l’ho ricevuto dal Comune di Bologna, nella persona di Claudio Roncarati, il responsabile dell’anagrafe storica. Ho fatto la richiesta del certificato di residenza di Weisz e del suo stato di famiglia, con la malcelata paura che non si fosse registrato (magari era rimasto a vivere in albergo come capita ad allenatori e giocatori di oggi). Dopo una settimana è suonato il telefono, dall’altra parte mi comunicavano che i dati erano pronti. È impossibile trasmettere anche qui l’emozione nella corsa per avere il foglio in mano e poter guardare il nome di Weisz, quello della moglie Elena e dei figli Roberto e Clara stampati lì, nero su bianco. Ma soprattutto il riferimento alla casa di via Valeriani 39, meno di trecento metri dalla mia.

Altri nessi si sono presentati più tardi, comprese certe date di nascita. Ma la cosa davvero sconvolgente era come la storia iniziasse a profilarsi davanti ai miei occhi.

[continua]

 

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