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5 Giugno 2014 | Racconti d'autore

Donna su un aereo

Un racconto di Andre Dubus tratto dal libro “Ballando a notte fonda” e tradotto da Nicola Manuppelli (Fidenza, Mattioli 1885, 2013).

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Alessia Del Bianco

Andre Dubus è uno dei più raffinati narratori americani del Novecento, maestro del racconto breve. La sua ultima raccolta è stata pubblicata in Italia da un editore di Fidenza: Mattioli 1885.

Per Marie

Era sulla trentina, una poetessa, e aveva paura di volare. Il fratello stava morendo in un’altra città. La donna non aveva un marito o dei figli a trattenerla nella città in cui viveva, ma un lavoro. Fino a quando il fratello non aveva fatto ritorno a casa dei genitori per morire, era stata lei a dedicare tempo al lavoro. Ma ora era il lavoro a chiederle tempo. Lo sentiva.

Leggeva le poesie degli studenti e quelle contenute nei libri. Era con quelle poesie che passava le sere, pensando a cosa avrebbe detto il giorno dopo a lezione. Sapeva di non poter pianificare tutto. Sapeva solo con che parole avrebbe iniziato a parlare. Si trattava di lasciarsi andare di fronte agli studenti e aspettare che arrivasse l’illuminazione. Di solito si presentava sotto forma di parole e immagini a cui non doveva porre freno. Se lo avesse fatto, davanti alla classe, queste avrebbero perso la vita che parevano trarre da quella improvvisa rivelazione. Si sarebbero trasformate in oggetti morti da possedere e portare con sé per esibirli davanti agli studenti. Sapeva che insegnare poesia era come scriverla: potevi solo dare il la e sporgerti ad aspettarla. Se provava a imporre uno schema per salvarsi dal fallimento, sulla pagina non sarebbe comparsa alcuna rivelazione. La stessa cosa sarebbe successa con gli studenti. Prima di ogni lezione aveva paura, ma era una paura muta. Sapeva che le serviva per evitare di essere noiosa e distante. Adorava fare questo – fino a quando il fratello non si era ammalato e si era preso la sua concentrazione. A quel punto la donna aveva cominciato a sentirsi distante dal proprio lavoro e aveva dovuto fare uno sforzo di volontà per recuperare la propria voce, il proprio essere.

Era il dolore a frenarla. Sempre – tutte le volte che parlava con gli studenti o mangiava con le amiche – si sentiva abbracciata da quella sofferenza. Appena era sola, cedeva e gli permetteva di stringerla a sé mentre nutriva il proprio corpo, lo teneva pulito e respirava. Il dolore la stringeva quando sedeva alla scrivania per lavorare alle proprie cose. Le premeva le braccia contro le costole. Le stringeva il cuore fra schiena e seno. Scrivere poesie le diveniva impossibile. Sedeva con carta e penna e abbozzava parole, ma – come quando mangiava un toast o beveva il caffè – sentiva che lo stava facendo solo perché era viva e sveglia. Nei fine settimana prendeva l’aereo e andava a trovare il fratello.

Mentre guidava verso l’aeroporto il venerdì e si faceva accompagnare dal padre la domenica a prendere il volo di ritorno, la paura scacciava il dolore. Questo le rimaneva accanto, le librava dietro le spalle. E alcuni frammenti le rimanevano conficcati nel corpo. Riusciva a toccare i punti dove le perforavano il cervello e il cuore. Ma la paura era presente nel sangue, nei muscoli, nello stesso respiro. Ascoltava se stessa parlare con gli impiegati delle compagnie aeree. Non faceva nulla per suscitare quella paura – non guardava gli occhi o la postura degli altri passeggeri per scovare quello che pareva spacciato o quello che bramava morire in un’esplosione aerea su un volo affollato. Né fantasticava su un’improvvisa caduta dell’aereo, con la schiena rivolta alle stelle e la faccia a terra, la cintura di sicurezza che la piegava in due mentre cercava delle parole da dire prima dello schianto con l’amata terra. Si limitava a respirare e salire sull’aereo, e tutte le volte scegliere un posto che dava sul corridoio.

L’ampiezza e l’altezza del corridoio le garantivano aria e luce. E poteva fissarlo. Sull’altro lato, due posti a sedere occupati dai passeggeri, una paratia con una finestra di vetro oscurato, il vano portabagagli sopra la testa. Ci volevano due ore di volo per raggiungere la città dove il fratello stava morendo. Le passava bevendo vino e guardando il corridoio.

Il fratello stava morendo d’amore. In un primo momento si era messa a scrutare gli occhi dei genitori per trovarvi tracce di vergogna, ma tutto ciò che vi aveva trovato era dolore. La mortalità aveva liberato il fratello dai segreti. Non c’era niente da nascondere e ora giaceva con tutto se stesso fra lenzuola pulite. Era lei, invece, a lasciarsi dietro parti di sé quando entrava in casa. Il fratello aveva due anni in più di lei. Giaceva magro e debole nel letto. Negli occhi non aveva più paura. C’era stata, a lungo – una luminosità umida che la sorella avrebbe voluto consumare col corpo. L’aveva vista negli sguardi del fratello. Era come se la morte fosse un volto che si frapponeva fra loro e lo fissava. Lei si chinava sul letto e si infilava in mezzo a quella morte, stringendo il corpo magro del fratello. Attraverso i seni sentiva energia e vitalità. E aveva desiderato assorbire le paure del fratello per ridargli vita. Lo aveva stretto a sé come se ciò fosse possibile. E non si era accorta di quando la paura lo aveva abbandonato. Era semplicemente successo. Negli occhi, ora, gli era rimasta saggezza e malizia e una nuova, più luminosa profondità. La donna non sapeva cosa fosse. Sapeva solo che era bello da vedere. Certe volte credeva che fosse semplicemente bontà – come se la morte lo stesse spogliando di tutto ciò che era scuro e volgare, meschino e vano, non solo in lui, ma nel mondo, dovunque egli fosse passato con la propria vita.

Così ora pensò di poterglielo dire: aveva paura di volare. Gli stava tenendo la mano. Lui le sorrise. “La paura è un fantasma,” le disse. “Abbracciala e tutto ciò che vedrai fra le tue braccia sarai tu.” Era come se fossero seduti al tavolo della cucina a bere vino. Avrebbe potuto benissimo dirle, come aveva fatto anni prima, bevendo vino a casa di lei: “leggi Tolstoj, prendi il sole, fai l’amore solo con chi ami.” Gli osservò il viso posato sul cuscino. Avrebbe voluto vederlo come vedeva se stessa, mentre stringeva la paura con le proprie braccia. Invece vedeva il fratello morire.

Sul volo per tornare a casa incrociò le braccia sotto i seni. Poi chiuse gli occhi e li tenne stretti. Si vide legata con la fibbia al sedile, sotto l’arco stretto del corpo dell’aereo. Vide quest’ultimo nel cielo immenso, poi il fratello a letto. Era in bilico fra la gravità della terra e l’infinito. Mesi prima, quando le riusciva ancora di scrivere, aveva cercato di capire la paura del fratello scrivendo una poesia. Ma si era trasformata in una poesia d’amore e le uniche paure di cui parlava erano le proprie – la paura di amare ancora, del cuore che si gonfiava per poi essere trafitto e svuotato.

Stringendosi delicatamente a sé, riuscì anche a vederle – le parole della poesia che uscivano dalla penna, il taccuino, gli avambracci e le mani appoggiate sulla scrivania di quercia che sua nonna aveva usato per scrivere lettere. Vide la nonna, morta da tempo, scrivere con una penna stilografica. Si vide seduta in classe, sulla cattedra che alcuni pomeriggi era ricoperta da un leggero strato di polvere di gesso che spazzolava con la carta da lettere, in modo che non sporcasse le maniche del maglione. Tracce di qualcuno che aveva fatto lezione prima e che aveva maneggiato nervosamente il gesso – tracce di se stessa sparse nel mondo. Vide il libro che aveva pubblicato, tenuto aperto da mani che non avrebbe mai incontrato. Si vide mentre abbracciava l’ultimo amante, sotto le coperte, in una notte fredda, e si svegliava con lui per dare inizio alla giornata.

Le piacevano gli inizi: una poesia, una lezione, una cena per gli amici che affollavano la cucina intanto che preparava. Ma non le piaceva iniziare la giornata – non ora che era da sola. Abbandonava i sogni e la notte senza sapere che cosa stava iniziando e, per diversi minuti, rimaneva nel letto, cercando di riprendersi. Poi si alzava per andare a lavorare, per vedersi con qualche amica. Le piaceva la sensazione degli stivali di pelle sui polpacci, della lana morbida sulle braccia, della neve sul viso.

Si chiese che cosa vedesse ora il fratello – adesso che la paura aveva abbandonato i suoi occhi. Ora, erano simili a quelli della nonna, quando era vecchia ma non visibilmente morente. Sembrava guardarti da un punto lontano e felice. Forse, già proiettata verso il luogo in cui si stava dirigendo, provava ancora piacere per questo mondo mortale. Forse, era un dono per coloro che hanno vissuto a lungo. E per quelli che stanno lentamente morendo. Avrebbe voluto provarlo anche lei, ora che il corpo era ancora forte, finché era vibrante e bella. Stringendosi fra le braccia, con gli occhi chiusi, ora lo desiderò, mentre respirava su quell’aereo traballante che prendeva velocità nel buio, sotto le stelle. Continuò ad avere paura fino a quando l’aereo non si fermò sulla pista.

Brano corrente

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