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5 Dicembre 2013 | Racconti d'autore

Il reazionario

Racconto di Stefano Cammelli, tratto dal libro “Muri rossi. Storie di occidentali in Cina” (Firenze, Mauro Pagliai Editore, 2013) – prima puntata.

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

5 dicembre 2013

Hong Kong, 1990: uno storico francese ritorna, a distanza di anni, nella città che attende di tornare sotto il controllo della Cina. Con il ricordo di una donna, riemerge il rapporto tormentato con un paese che continua ad amare, nonostante tutto. 
Stefano Cammelli, storico dell’età contemporanea, dirige il centro di ricerca sulla politica contemporanea cinese “Polonews” e frequenta da oltre trent’anni il pianeta Cina.

Quando giunse sulla baia, e l’aereo quasi toccò la cima dei grattacieli, fu inevitabile. Certo, sapeva bene che prima o poi gli sarebbe tornato in mente tutto, ma aveva volentieri evitato di pensarci. Non aveva rimosso nulla, anzi: nemmeno quanto successo negli anni successivi era servito a fargli dimenticare anche solo parte del peso che aveva dovuto sopportare. Nessuno gli avrebbe mai reso gli anni che se n’erano andati in quel modo. Faticando a inviare le proprie corrispondenze, a effettuare interviste. Bollato, come si bolla solo nella chiesa, o nella sinistra europea. Bollato e condannato: anticomunista.

Per una ragione che sapeva essere insensata, di tutto quel tempo ricordava – più che le dichiarazioni irridenti degli intellettuali del suo paese – una ragazza che se ne era andata. Forse non per quanto era accaduto, magari per molte altre cose, sebbene fosse cosciente che, in certe circostanze, quelle “molte altre cose” che di solito non hanno senso finiscono con l’averlo, e diventano determinanti. A volte pensava di non averlo più nemmeno presente, il suo volto; e anche gli occhi, che ricordava intensamente neri, restavano in un’area incerta della memoria. Come se, assurdamente, avessero potuto essere verdi o azzurri.

Lo aveva aspettato davanti al traghetto Star Ferry, quello che collega la penisola di Kowloon all’isola di Hong Kong. Era il tramonto e l’aria era satura del profumo del mare, come era sempre stato, come sarebbe sempre stato. I grattacieli stavano cominciando ad accendersi. Lei era lì: i capelli corti, la bocca carnosa e sensuale che l’aveva così profondamente impressionato, fin dal primo momento, quando ancora non aveva scoperto un corpo sinuoso e provocante, due seni perfetti, quasi scolpiti. O – come le aveva detto una volta – rubati a una statua greca, di quelle del V secolo, quando le ragazze venivano rappresentate come Atena e le sculture avevano l’acerba sensualità di un’adolescente, dall’erotismo fragile e istintivo, bisognoso di essere scoperto con gentilezza e accompagnato con prudenza verso la maturità. Anche allora si era chiesto come un corpo con una tale carica passionale potesse nascondersi così bene in un vestito quasi dimesso. Così intensamente ordinario da sembrare quasi sciatto, povero.

Li avevano presentati. Lei stava prendendo il PhD all’università di Hong Kong, dopo una laurea a Berkeley. Madrelingua cinese, parlava correttamente anche l’inglese. A Hong Kong, aveva notato più tardi, l’accento aveva preso una lieve intonazione britannica, quasi elegante. Sarebbe stata una giornalista di successo, non aveva avuto dubbi: bella, determinata, colta, per quanto sia possibile esserlo provenendo da un’università americana. Ma con quel fondo complesso e articolato, in ogni caso indecifrabile, che ogni cinese porta in sé. Memoria del passato ormai diventata DNA, trasferitasi nei geni. Una complessità culturale indefinibile, ma che ogni tanto riemergeva, improvvisa: come se lei fosse anche un’altra persona e vivesse, contemporaneamente, in due mondi.

Talora si chiedeva se avrebbe dovuto sposarla. Se negli anni in cui lui andava e veniva da Pechino e lei studiava a Hong Kong, quando era poco più che trentenne e lei aveva solo cinque o sei anni di meno, non avesse perso l’occasione della vita. In fondo, lui scriveva già per un grande giornale francese e lei non era ancora diventata una delle più famose giornaliste della costa occidentale degli USA. Ma anche quando ripensava alle lenzuola dell’hotel Peninsula dove qualche volta l’aveva portata, anche quando rivedeva il corpo di lei sopra il suo, mentre lo accompagnava nei movimenti dell’amore, mentre il seno rimaneva immobile e la luce dei grattacieli si rifletteva sulla sua pelle, sapeva che quello che era sembrato a tanti non era destinato a diventare altro. Qin era troppo cinese – nonostante la nascita in California, nonostante Berkeley, nonostante le apparenze di una vita pienamente americana – per accettare l’idea di sposare un occidentale. I cinesi non lasciano la Cina, pensò, e se lo fanno non sposano gli occidentali. Non quando sono così vicini, così in sintonia con la loro terra; e questo malgrado l’esilio, l’anticomunismo, il rancore per un governo da cui erano fuggiti perdendo tutto.

Poi, una sera, quell’incontro davanti alla biglietteria dello Star Ferry. La salita sul traghetto, avanti e indietro, tra Kowloon e Hong Kong, come quando volevano parlare e sentirsi soli, anche in mezzo agli altri. Davvero non ricordava cosa si fossero detti: erano passati troppi anni. Le parole si dimenticano, resta quello che si è pensato di capire, quello che si è creduto; a volte quello che ci si racconta dopo per superare la perdita. O l’abbandono.

Rammentava solo una discussione stranamente politica, loro che erano d’accordo su tutto, e che su questo accordo avevano basato gran parte del loro rapporto. Poi lei aveva detto qualcosa, del genere che assieme a lui non avrebbe mai fatto strada. Che il suo antimaoismo era così deciso e senza mediazioni che si era creata una sorta di aura negativa attorno a lui. Nessuno lo cercava, nessuno lo invitava, nessuno gli parlava: un uomo solo contro un regime, proprio nel momento in cui tutto il mondo ne era incantato, persino rapito. Lui sapeva di averle ripetuto che poteva dirgli tutto, fuorché quello: avrebbe potuto parlare della sua voglia di tornare in California, della sua famiglia. Ma quello no: non lei, non a lui. Era stato allora? Probabilmente sì. Di una discussione durata tutta la sera, ricordava solo lei che aveva aperto la borsetta dicendo: «In ogni caso, ho già deciso. Parto domani per Londra. E poi da lì l’America: casa mia».

Il traghetto stava puntando verso l’isola di Hong Kong.

Ricordò, come se fosse stata l’unica scena di quella sera, la terrazza del Mandarin. Quella dove l’aveva incontrata la prima volta. Quella dei corrispondenti europei e americani, dei Martini cocktail. La stessa terrazza dove avevano sfidato insieme la comunità di corrispondenti occidentali impegnati a tessere gli elogi della “forza rivoluzionaria delle masse” evocata da Mao e posta al centro di ogni cosa: dell’economia, dell’istruzione, della medicina, di tutto.

Mentre compilava il visto d’ingresso in Hong Kong, si chiese quanti passaporti aveva cambiato: sei, sette, otto? E a quanti anni corrispondeva ciascuno? Aveva smesso di contarli, poi di tenerli. Anche le foto col tempo erano cambiate. Poi aveva deciso di farsi crescere la barba e questa era diventata grigia, quindi bianca; infine il suo volto si era fatto somigliante, almeno così immaginava, a quello del pittore Shitao da vecchio, il grande eroe cinese di cui aveva scritto una biografia. Oppositore del potere nel XVII secolo, monaco, poeta, pittore ed eremita taoista: lui che era nato a corte e che un destino diverso avrebbe forse portato al soglio imperiale.

Non si aspettava di subire quel travolgente flusso di ricordi, né immaginava che la presenza di Qin aleggiasse ancora in una città troppo commerciale per essere amata, troppo britannica perché vi ci si riconoscesse. Ma allo stesso tempo troppo bella, troppo romantica per essere dimenticata. O forse era lui che non riusciva a staccarsi da quel corpo, dalle labbra morbidamente dischiuse, dalle palpebre appena accostate quando, in pieno monsone, blindati in albergo durante l’allarme tifone, scatenavano tra di loro un’altra tempesta, di odori intensi e di membra indolenzite. E quando le cameriere entravano in camera per risistemarla li trovavano nudi, addormentati. Riversi, come morti, uno da una parte e l’altra dall’altra: stremati.

[continua]

 

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