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25 Aprile 2013 | Racconti d'autore

Nebbia. Un’orazione civile

di Pierluigi Tedeschi, monologo tratto dall’omonimo spettacolo prodotto da Altro Teatro di Cadelbosco Sopra e ARCI Spettacoli di Reggio Emilia

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

25 aprile 2013

“Viviamo nell’iperrealtà, sotto una pioggia ininterrotta di informazioni e di immagini. Ci sembra di vedere e di avere tutti gli strumenti per capire, muoverci, decidere, scegliere e invece siamo immersi nella nebbia. Per questo un’orazione civile: si può vivere veramente senza parteggiare? Senza essere partigiani nel senso più profondo e moderno dell’etimologia?”.
È con queste domande che l’attore ed autore teatrale Pierluigi Tedeschi presenta il monologo multimediale che lo ha visto debuttare nel 2011 all’Altro Teatro di Cadelbosco Sopra, e che nel gennaio 2013 è stato replicato al Teatro Bismantova di Castelnovo ne’ Monti. Domande che riprendiamo oggi, in occasione della festa della Liberazione dal nazifascismo.

Io sono nato qui.
Sono nato qui nel 1963.
 Nel 1968 avevo cinque anni, nel 1977 quattordici,
nel 1989 ventisei, nel 2001 trentotto.
Oggi quelli che sono…

Già la nebbia! Da bambino ci pedalavo in mezzo in bicicletta, con un foglio di giornale sotto la giacca per non beccarmi un accidente! Andavo ovunque: dagli amici, a scuola, da mia zia Elide soprattutto.
Mia zia Elide della famiglia era quella che aveva studiato di più, perché era arrivata alla seconda Avviamento. A lei piaceva imparare le poesie a memoria e raccontare storie. Ogni volta che l’andavo a trovare mi raccontava delle storie accadute qui, in questi posti. A me sembravano inventate di sana pianta, mi piacevano moltissimo.
Me le facevo raccontare e raccontare, tutte le volte che l’andavo a trovare. Tutte le volte che l’andavo a trovare mi preparava la ciambella e mi dava un bicchierino di marsala all’uovo o di vov fatto in casa, era un nostro segreto!

Vorrei raccontarvi, un po’ come faceva mia zia Elide con me da bambino, una di quelle storie. Una di quelle storie che mia zia mi raccontava dopo avermi fatto mangiare la torta e bere il marsala all’uovo. Potremmo intitolare questa storia Il muro della memoria e – un po’ per gioco della memoria che troppo spesso trascuriamo e un po’ a causa di quella nebbia del tutto particolare e innaturale che invisibile e pervasiva sempre più spesso ci avvolge – farla iniziare così:

«… e poi c’era questo muro, questo muro che mi girava tutt’attorno. Non si riusciva a vederne l’inizio e la fine, scompariva nella nebbia. Camminavo radente al muro, sfiorandolo appena con le dita della mano sinistra. Era ruvido, irregolare, sbrecciato. Non me ne resi subito conto, ma era pieno di parole, di scritte, di frasi. Mi fermai. Un velo sottile di polvere le ricopriva. In alcuni tratti si capiva che le parole erano state coperte da poco con della vernice o della pittura a calce. In alcuni punti il lavoro era più preciso, in altri più grossolano: “cara moglie se qualcuno ti porterà queste parole sappi…”, “non piangete per me, non fatelo…”, “ho deciso io di non essere indifferente e quindi…”, “ditelo anche a Francesca, vi prego…”, “a mio figlio quando potrà capire…”, “soffro per il vostro dolore, ma io sono in pace con me…”».

Ovunque parole: più mi abituavo alla luce di quel luogo e più ne vedevo. Erano state coperte, rifatto il muro bianco, azzerata ogni memoria, ogni ricordo, ogni storia. La memoria è un muro di parole, parole per ogni persona che le ha scritte, chissà come, chissà dove, chissà quanto tempo fa. La memoria è uno strato di calce che ricopre le parole se smetti di leggerle, è uno strato di polvere che fa scomparire le persone che le hanno scritte, è una nebbia insinuante che fa tutto bianco e senza prima e senza dopo.
La memoria se diventa un muro di calce bianca ci puoi scrivere, riscrivere, sovrascrivere quante volte vuoi sempre le stesse parole. Lo puoi fare perché quelle che erano state scritte ieri non ci sono più, o meglio è come se non ci fossero mai nemmeno state. Tu per il tempo effimero della tua vita puoi forse trattenerle nel tuo ricordo, nella tua personale memoria. Lo puoi fare se ti ricordi di pensarle, di dirle almeno a te, di dirle agli altri. Se non prendi un pennello delle cose dell’oggi e tiri una mano di calce sulle storie di ieri, se non pensi che il solo tempo del ricordo sia il presente, un eterno presente. Oppure scopri che la memoria se non la cancelli può farsi storia, narrazione di quell’eterno fare e disfare umano. Essere un muro sbrecciato di parole, un muro male illuminato che a tratti ci parla.

Forse sì, dovremmo essere ciechi e leggere quelle tracce alla maniera dei ciechi, sfiorando coi polpastrelli delle dita quei muri sbrecciati della memoria, malamente cancellata da chi ha paura di vedere e rivedere e rivedere. Ecco sì, farò così: chiuderò gli occhi, così. Fatelo anche voi, provate. Provate a farlo ora, lì dove siete. Non abbiate paura o vergogna o che altro.
Ecco: lo vedete il muro delle parole della memoria? Non è detto che si veda subito. Basta poco per perdere l’abitudine e la confidenza con la memoria delle cose. Io intanto resto qua vicino al mio muro, tra questa nebbia che si mangia tutto e questa calce bianca che vorrebbe fare tutto nuovo e liscio e costante eterno presente di parole sempre nuove, ma forse sempre più vecchie e logore e manomesse.
Solo che se si perdono l’abitudine e la confidenza con la memoria, il racconto della memoria che poi può diventare storia e storia di storie e memoria di altre storie, va a finire che ogni giorno che viene al mondo ci potrebbe propinare una bella dose di parole vecchie, logore e manomesse spacciandocele per nuove. La sapete o no quella storiella del ripetere cento, mille, un milione di volte sempre le stesse parole. Ripetere proprio le stesse parole e frasi ogni giorno. Lo sapete, vero, che meno sono le parole e più è facile che si possano alla fine scambiare per vere? Lo sapete o no?! La cosa importante è proprio ripeterle da ogni altoparlante, microfono, video, monitor, foglio, giornale che avete a disposizione. Questo funziona sempre!

Non so come sia messa la vostra personale memoria (a proposito: potete provare a riaprire gli occhi e vedere che effetto vi fa), l’avevate pennellata anche oggi con le parole di oggi? Su un bel muro di calce bianca di oggi? Non vi era rimasta lì per sbaglio nemmeno una parola di ieri? E di ieri l’altro? Menchemeno mi direte!
Allora figurarsi se vi ricordate di quel tizio che diceva: «Ripetete una cosa qualsiasi cento, mille, un milione di volte e diventerà la verità» suppergiù una settantina di anni fa! Ve lo ricordate? Avete perso la memoria, la storia e la memoria della storia?! Ma no! Non ci credo! state solo facendo finta o siete dei falsi timidi: lo sappiamo tutti chi era… vabbé lo dico prima io: era Joseph Goebbels. Sì, proprio lui, lo so che lo sapevate: lui in persona, il ministro della Propaganda del Terzo Reich.
Lo sapevo che il vostro muro non era poi del tutto bianco di calce fresca dell’oggi!

Ecco mia zia Elide era così! Raccontava storie come questa! Storie incredibili ed improbabili, di cui a malapena riconoscevo i contorni, i luoghi, i personaggi. «Non bisogna aver paura», mi diceva mia zia Elide, «basta non perdere la memoria, il ricordo». Lei diceva che non bisogna perdere l’allenamento: è per questo che imparava le poesie a memoria. Credo mi abbia trasmesso anche questa mania…

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