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13 Febbraio 2014 | Racconti d'autore

Pensieri in piazza

Testi tratti da Contromosse, un libro di poesie di Paolo Maccari (Monghidoro, con-fine edizioni, 2013).

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

13 febbraio 2014

Poeta e critico letterario, autore di una preziosa indagine su Dino Campana, il toscano Paolo Maccari ha pubblicato la sua ultima raccolta di versi e prose con la casa editrice con-fine, attiva sull’Appennino bolognese.

Ouverture senza pudore lirica

Paura e dolore non sono in questa piazza flemmatica-
mente circolare e colma di tigli,
non nei seduti (les assis!) delle panchine,
nelle macchine rade che proseguono
o nel vento giovane che sfoglia scombina il giornale.
Non nelle ustioni dei pensieri,
nello sguardo che deliberatamente scivola su cielo e
sguardi, creature e macchine, alberi e cose e le mie scarpe.
Dolore ora e paura sono un pungolo indefinito e liqui-
do, indefinito liquidamente, che tento di ignorare e che
mi torna a gola, intransigente nonostante la mia finta
indifferenza.
Un sapore e un disgusto.

La piazza è tonda

Il cerchio della piazza è quasi perfetto: ho provato a mettermi in mezzo al giardinetto, accanto alla statua: e le case mi sono parse tutte lontane allo stesso modo. È una forma di regolarità che mi conquista, che apprezzo anche quando, in macchina, costeggio le aiuole in cerca di un posto. La strada è come un nastro rotondo che fascia il rotondo giardino. Giro lo sterzo, all’inizio, quanto è necessario, poi lo tengo fermo. Le mani stanno ferme sul volante come se andassi dritto, solo che inclino il busto e, quasi per aiutare la macchina, la testa. Mi sembra d’essere un bambino che finge di guidare. Ogni volta che mi sembro un bambino mi faccio tenerezza e mi piaccio di più. Ho dei momenti di terribile accondiscendenza per la mia immaturità. Mi brontolo dolcemente, attento a non offendermi.

Un vecchietto traversa la strada

In questa piazza ho visto un ometto vestito di tutto punto, vecchio vecchio, che camminava lentamente con una specie di rassegnata dignità. Fu per attraversare la strada, si guardò dalle due parti, fece un passo. Nel mentre sopraggiunse veloce una macchina; frenò, facendo urlare le gomme, all’ultimo momento. Il fatto è che sarebbe potuta passare. Il guidatore si fermò per mostrare al vecchio che si fermava. Per gentilezza si dirà. Ma io non credo. Io che c’ero dico: per il piacere di rimproverare, di far pesare al signore la sua lentezza. Per fargli misurare la distanza tra la scattosità felina dell’auto e la sua lentezza. Potrei giurarci. Anche il vecchio la pensò come me (e in fondo è questo che conta). Alzò le mani come per scusarsi. Quindi passò, sforzandosi penosamente alla sveltezza. Giunse alla mia panchina e si sedette. Io che leggevo alzai lo sguardo. Il vecchio mi fece un sorriso dolcissimo. Continuava a scusarsi. Si scusava col mondo intero. Anch’io sorrisi: mi scusai di far parte del mondo, dei suoi nemici.

Il padre del capellone

Il signore vestito bene e il figlio capellone sono seduti a una panchina di fronte alla mia, e mangiano. Il figlio sta con la testa reclinata, guarda in terra e mastica, tra il distratto il colpevole l’annoiato. Il padre invece ben dritto, con un’espressione beata: mi sembra che voglia dare l’impressione di provare sensazioni di grande pace e di felicità. Ogni tanto si spolvera dalle briciole la cravatta, sorridendo. Anche il panino lo riempie di soddisfazione: agli angoli della bocca gli si fermano piccoli grumi di una salsa bianca (nove su dieci maionese); ogni tanto il grasso del prosciutto fa resistenza e allora lui tira girando un po’ la testa. Poi, ancora, sorride, perché mangiare così evidentemente lo imbarazza e lo diverte. Il capellone è tutto nero di vestiti e tra due o tre anni, a giudicare dalla situazione del testone, gli si formerà una bella chierica. E allora forse si raperà o forse resterà spelacchiato. Per ora mastica e soffre il supplizio del padre allegro. Secondo me suona il basso. Può darsi anche benino. In più, ovviamente, si fa le canne. Da poco si è liberato dell’acne, che gli ha lasciato un po’ di sensibilità verso gli altrui impacci. Con una ragazza non lo vedo. Lo sospetto forte di (ovvero: potrei scommettere sul suo pertinace) onanismo. I suoi diciassette diciotto anni sono senza violenza. Non picchia e non è picchiato. Ha amici simili a lui, con qualche eccezione, magari scolastica: e a scuola non va male. Nello sport era mediocre, e infatti ha smesso di giocare a tennis. Il padre e il figlio si somigliano: e il genitore non è troppo dispiaciuto dal figlio capellone. Lui ai suoi tempi non lo è stato ma ai suoi tempi non ce ne erano molti. Capisce che ora è diverso. E che il figlio diventerà qualcosa di abbastanza simile a quello che lui si aspetta che diventi. Ha notato che perde i capelli. Qualche anno e avrà pari pari la sua testa, con la stessa forma oblunga. Del resto – si compiace – è una cosa ereditaria. A un certo punto il padre s’accorge che li guardo. Mi alzo e con la coda dell’occhio vedo che il figlio batte forte in terra il piede. I piccioni che gli ancheggiavano intorno beccando le briciole dei panini s’alzano in volo. Un volo breve e svogliato. Tra poco si riavvicineranno. Io mi avvio verso casa.

Tigli e piccioni

Gli alberi, s’è detto, sono tigli. In primavera profumano e d’autunno perdono foglie in modo rapido. Col vento le foglie secche si staccano imperiosamente, fanno bei voli, piovono in diagonale e formano un pavimento soffice e croccante. Che poi, dopo la pioggia, diventa limaccioso e infido. D’inverno, nudi, scuriscono, e la trama dei rami esprime imbarazzo e vergogna. Sui tigli cantano solo i passeri e qualche rara tortora. I piccioni, che pascolano in piazza a caccia di briciole, non ci salgono. Non ho mai visto sui tigli un piccione. Se mi capitasse proverei rabbia. Non so perché, ma non devono azzardarsi.

A mia madre (liricamente)

Vorrei portarti in questa piazza. D’inverno. Con l’aria fredda pungente che quando entra nei polmoni sembra un vapore benefico di menta. Seduti, ci guarderemmo con un sorriso dolce sulla bocca e un altro in gola, più frizzante, di pura allegria, a farci il solletico. E ti racconterei di me quello che sento quando nemmeno mi ricordo di sentire. I rami degli alberi, ondulati da un vento pigro, getterebbero ombre in movimento sui nostri volti, alternate a lampeggiamenti di sole negli occhi. Ma un sole che si lascia guardare senza ferire. Parlando, mi vedresti sdoppiare in due tranquille figure: il bambino che si ripara all’ombra della tua smisurata maternità e un giovane uomo pieno di forza, carico di idee nere ma con in fondo l’incancellabile cupidigia di partecipare allo stupore delle cose. Allora saresti felice e il bambino e l’uomo si terrebbero per mano occhieggiandosi a vicenda con ironia. E quell’uomo e quel bambino, incantati da quella felicità, smetterebbero di essere un rimpianto e un miraggio e per qualche ora, magicamente, esisterebbero.

Come mi sarebbe apparsa la piazza quando stavo male

Al tempo della mia paura una piazza come questa m’avrebbe terrorizzato. Tutto ciò che è circolare mi terrorizzava: temevo e sentivo d’esserne il centro. Aspettavo che la punta metallica di un compasso smisurato mi ribadisse centro foro e abisso. Sudato e con la vista sfocata m’andava a male il sangue nelle vene e l’aria diventava torba e sassosa non appena m’entrava nei polmoni. Al tempo avevo sempre paura di morire. Cercavo compagnia, qualcuno pronto a soccorrermi. Invece le persone non mi rassicuravano. In molti quando li vedevo scansavano l’argomento. Nessuna voglia d’entrare nel mio incubo. Conto gli amici, da allora, con molta più cura.

Restauri di monumenti (in special modo di statue)

Hanno chiuso la statua tra le sbarre. Il volto accigliato del personaggio famoso continua a fissare il medesimo punto indefinito. Molto seriamente. Effetto comico. Verrebbe voglia di spostargli la faccia pigiandogli una guancia. Come fanno i bambini quando parli con qualcun altro e vogliono la tua attenzione: un gesto irresistibile. Alla base la statua è circondata da un recinto di lamiera ondulata. Poi ci sono le impalcature, due ordini che arrivano fin sopra la testa. Sembra impossibile che fosse necessario un restauro. Al massimo, si sarebbe potuto dare una sistolata alla parte in bronzo per liberarla dal guano dei piccioni. Ma il ridicolo cipiglio del famoso personaggio quasi quasi ci guadagna dal suo sudicio. Pare un cristo ricoperto di sputi il giorno del calvario. Guadagna in eroismo così indecorosamente afflitto dalle offese dei volatili. E invece vai a sapere come lo tireranno a nuovo. I primi giorni la sua lucentezza darà fastidio. Poi ci si farà l’abitudine. E in ogni caso i piccioni non saranno certo intimoriti dalla lunga cura estetica. Dovrebbero forse applicare sopra la testa un ombrello. Dargli magari un significato allegorico. C’è quello che, pare, tiri su un bel po’ di grana impacchettando gli edifici. E che non si potrebbe iniziare a piazzare ombrelli sulle statue, a simboleggiare l’attuale inimicizia del cielo o la mancanza di contatto, ormai, con le grazie e le forze celesti eccetera? o insomma roba simile. Questa mia è una proposta agli artisti e un serio monito ai committenti.

[…]

Sole

Ha preso il sole di petto la signora: sta immobile su una panchina sotto la statua e si lascia aggredire dai raggi. Non suda. Gode. Ai suoi piedi giace un cagnetto legato a un guinzaglio rosso di quelli riavvolgibili come certi metri. Niente, pare, potrebbe svegliarla, nemmeno una persona che le scuotesse la spalla. È tanto piena di luce che sembra disincarnata. Porta pantaloni color crema e una camicia chiara a fiorami, i capelli biondi tirati su da una molletta, infradito ai piedi ornati di perle. È un’immagine antipatica di autosufficienza: un essere umano seduto a una panchina che non aspetta. S’abbronza, sta. Quando arriva un uomo e le si siede accanto non apre gli occhi. Gli domanda se ha preso tutto: l’uomo, il marito a questo punto, elenca una serie di prodotti guardando dentro il sacchetto che tiene tra le ginocchia. La signora non risponde. Il marito la invita ad alzarsi per andare alla macchina. Poi, cozzando con la perdurante immobilità della donna, le propone di aspettarlo: sarebbe arrivato fin lì con la macchina. Si mettono d’accordo, e l’uomo si avvia. Io resto indeciso tra la curiosità di vedere la signora resuscitare e il timore di sorprenderla viva. Infine mi decido; corro a casa. Tutto sudato mi butto sul letto e cerco il sonno.

[…]

Pioggia di primavera

Ora ci vuole pazienza. Dopo che i mesi invernali, rigidi e asciutti, hanno rassodato la terra e reso la luce dei giorni densa di un’accesa, trasparente granulosità, sono arrivate una dietro l’altra, pronte al raduno, le nuvole di primavera. I pomeriggi di pioggia. Me ne sto mio malgrado chiuso in casa, fingendo occupazioni per non confessarmi che sono occupato soltanto in questo: aspettare, avere pazienza. La piazza semivuota di persone è battuta soltanto dalle macchine. Radono le pozze producendo schizzi. I tergicristalli in azione frenetica paiono occhi occhialuti di miopi che sbattono senza posa le palpebre per vedere, non perdere un particolare. Funghi frettolosi e intristiti, i radi pedoni si danno da fare a scansarsi a vicenda e a non bagnarsi i piedi. Le panchine vuote, lucidate, tornano ad essere panchine in modo atroce: oggetti autosufficienti. Degli alberi non saprei dire altro che: si ergono. Dove sono i piccioni i passeri le tortore? Ho qualche tremito, corro a casa e mi ci chiudo. Devo inventarmi qualche altro gioco. Cerco di leggere, passo da un libro a un altro, da un pensiero a un altro. La televisione, per decreti insindacabili, prima di sera è uno schermo scuro che alterandola riflette la mia immagine. Impossibile accenderla. Vorrei uscire, o appassionarmi alla lettura. Niente da fare. Mi metto a letto e cerco di dormire. Dormo. Mi sveglio. Giro per le stanze fumando. Infine mi metto a scrivere. Ma anche questo non serve. Basta. Non serve. Io non ce l’ho tutta questa pazienza.

[…]

Due

Ma si ameranno veramente? Chi bacia chi? Quale dei due si lascia baciare? Sarà capace lui – o lei – di vederla – o di vederlo – invecchiare? Butto lontano la sigaretta prima di immaginare di alzarmi e andare a chiederglielo.

Epilogo

Passo le ore in piazza ad aspettare. Mi obbligo a scordarmi chi o che cosa. Ascolto se mi riesce i discorsi della gente e penso. Mi pongo indovinelli crudeli e mi racconto le vite che vedo scorrere. Leggo i giornali ed esprimo giudizi. Tolgo il guscio ai ricordi come fossero pistacchi. Rifaccio il conto delle persone che mi amano e di quelle che mi odiano e di quelle a cui risulto indifferente. Cerco di non disperarmi, di sentirmi vivere e di esserne contento. Non penso al futuro, perché finisce male. Sono cauto e attento. A volte, di nuovo, le cose si affilano. Ma reagisco. Mi carezzo e m’imbambolo ripetendomi che posso essere chiunque ma non sarò mai tutti. Non toccherò mai la mia pelle come fosse di un altro. E se non è una consolazione è qualcosa di consolante come lo sono sempre le conclusioni.

Brano corrente

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