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A Bologna “Da Cimabue a Morandi. Felsina pittrice”

A palazzo Fava 180 opere raccontano la storia dell’arte della città, dal Medioevo al Novecento

Cari ascoltatori oggi vi porto a palazzo Fava, nel centro di Bologna, che ospita fino al 17 maggio una mostra dedicata alla storia dell’arte bolognese, a partire dal Duecento. Una formidabile tradizione artistica quella bolognese, tradizionalmente subordinata dalla critica a Firenze e a Venezia, almeno fino alla magistrale lezione del 1934 di un illustre studioso, Roberto Longhi, che dall’Università di Bologna rese finalmente giustizia a uno dei capitoli centrali della storia dell’arte italiana. La mostra, promossa da Genus Bononiae e curata da Vittorio Sgarbi, nasce come omaggio a Longhi insieme a Carlo Cesare Malvasia e alla sua Felsina pittrice, la fonte più autorevole per la storia della pittura bolognese dal medioevo all’età barocca, apparsa nel 1678 e a cui si deve il titolo della mostra. E non c’è palazzo più consono ad ospitare questa mostra, allestita proprio nelle sale dove i tre giovani cugini Ludovico, Agostino e Annibale Carracci, nel 1584, ricevettero dal conte Filippo Fava l’incarico di realizzare la decorazione ad affresco per la sua nuova residenza.

Entrando nella prima sala, e proprio sotto lo splendido affresco con gli incanti di Medea – finalmente ben illuminato - troviamo la Madonna in trono di Cimabue, una Madonna di Giotto, ben due sculture di San Domenico di Niccolò dell’Arca (in una, della collezione privata di Sgarbi, è possibile scorgere sul volto del frate l’impronta digitale dell’artista). E, ancora, Il sogno della Vergine, un quadro appartenuto a Gioachino Rossini opera di un raffinatissimo Michele di Matteo. Continuiamo offrendovi soltanto alcune suggestioni tra le 180 opere distribuite sui tre livelli di palazzo Fava (e ricordiamo che la mostra, così promette Sgarbi, si arricchirà nel corso delle prossime settimane di altre opere, tra cui un omaggio al bolognese Vasco Bendini, recentemente scomparso). Non possiamo non soffermarci sull’Estasi di Santa Cecilia di Raffaello, che arriva dalla Pinacoteca di Bologna. La leggenda vuole che il pittore bolognese Francesco Francia – sua la Lucrezia in mostra - alla vista del quadro realizzato per la Chiesa di San Giovanni in Monte, riconoscendo la superiorità dell’urbinate smise di dipingere e ed entrò in uno stato di tale malessere da causargli la morte. E poi il San Rocco del Parmigianino commissionato per la cattedrale di San Petronio all’artista, in fuga da Roma dopo il sacco di Carlo V del 1527. Curiosa la tavola di Giovanni Francesco Bezzi, detto il Nosadella con la Sacra Famiglia e gli angeli (1565) e un Giuseppe addormentato che suscita la curiosità del bambinello. Da Roma arriva l’autoritratto della bolognese  Lavinia Fontana che dipinge anche una Minerva in atto di abbigliarsi dal forte potenziale erotico. Dagli Uffizi arriva la Venere di Annibale Carracci con il celebre putto che le stringe la coscia roteandola lingua. Da Parma la Madonna con bambino e Santi di Agostino Carracci con lo splendido Giovannino al centro.

Al secondo piano ci accoglie La caduta dei Giganti di Guido Reni con un vertiginoso effetto di sottinsù, forse perché destinata a un soffitto. A lato l’Annunciazione del Guercino di Pieve di Cento, miracolosamente scampata al sisma del 2012. Di Guido Cagnacci ricordiamo il celebre ratto d’Europa e L’Allegoria del Tempo: una fanciulla di prosperosa bellezza ha in mano una clessidra e accanto un teschio, simboli della caducità dell’esistenza. Delizioso è l’Amorino trionfante in mare di Elisabetta Sirani. Di Giuseppe Maria Crespi c’è la Libreria musicale, simbolo del Museo della Musica di Bologna. Arrivando all’Ottocento opere di Antonio Basoli con vedute di Bologna, la Ruth di Francesco Hayez, quello del famosissimo Bacio. Ed entriamo nel Novecento con Luigi Bertelli, Alfredo Baruffi, Majani, per approdare a Giorgio Morandi, principe incontrastato dell’ultima sala.

Lo “scoop” lo abbiamo lasciato per ultimo. Si tratta dell’opera emblema della mostra che ritroviamo anche nella copertina del catalogo. E’ una tela del 1638 proveniente dall’Accademia di San Luca di Roma. Rappresenta La Fortuna, una dea dai capelli lunghi scompigliati dal vento e in posizione precaria. Amore dietro di lei le afferra i capelli  nel tentativo di controllarla. L’opera era stata finora attribuita al più fedele allievo di Reni, Giovanni Andrea Sirani. In realtà un recentissimo restauro ha rivelato essere sì una copia di un dipinto di Reni realizzata dal suo allievo Antonio Giarola, ma che il maestro ritoccò e modificò tanto da rivendicarne la paternità. Ma ascoltiamo le parole di Vittorio Sgarbi che ci racconta della sensazionale scoperta

Presentazione di Vittorio Sgarbi

E allora vi aspettiamo a Bologna e, dopo la mostra, visitate i musei cittadini: c’è una card che dà diritto a riduzioni e sconti! Tutte le informazioni sul sito www.genusbononiae.it

Un saluto da Carlo Tovoli!

 

 

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A cura di Carlo Tovoli

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