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Frida e Diego, l’arte e l’amore

A Bologna una mostra sull’arte messicana del XX secolo nella collezione Gelman

Prima di essere Frida Kahlo è stata Frida Rivera, consorte dell’Artista messicano con la A maiuscola, e prima ancora Frieda, che deriva dal tedesco “friede”, pace, nome che tradisce le sue origini, figlia di un fotografo tedesco di famiglia ebraica ungherese, e di madre messicana di origini spagnole. Lo cambiò in Frida nel 1929, poco prima di sposarsi per la prima volta con Diego. Di pace ne ebbe pochissima durante la sua intensa e distruttiva vita. I due si lasciarono e si risposarono nel 1940, per lasciarsi e ritrovarsi ancora, fino alla fine, nel 1954. Si dice che le ultime parole nel suo diario siano state “"Spero che la fine sia gioiosa e spero di non tornare mai più”.

Invece no, cari ascoltatori, l’icona, l’eroina culturale, torna oggi a Bologna insieme agli altri protagonisti di quella che fu definita la rinascita messicana del XX secolo. Palazzo Albergati espone la collezione Gelman, tra le più importanti raccolte d’arte messicana di quel periodo, in cui primeggiano proprio Frida Kahlo e Diego Rivera.

Il percorso espositivo, curato da Gioia Mori,  parte con Diego, il rivoluzionario “disobbidiente” e controverso, trockijsta tra gli stalinisti (Trockij sarà ospite nella famosa “Casa Azul” nel 1937) e comunista tra i capitalisti. Un’arte impegnata la sua, con un forte intento sociale. Celebre fu il suo rifiuto di togliere l’immagine di Lenin in un murale commissionato nel 1933 dai Rockfeller nel Rockfeller Center a New York. I Rockfeller ottennero di distruggere l’opera ma lui incassò tutto il suo compenso: una cifra importante, ben 21000 dollari. “Gringolandia”, ovvero gli Stati Uniti, aveva pagato comunque il suo pegno alla causa.

All’uomo delle epopee collettive si contrappone un’arte fatta di interiorità personale, quella di Frida, che diventa l’artista Frida Kahlo a partire dal 1939 con la sua prima personale, a Parigi, su invito di André Breton. Anche lei comunista, lo afferma con forza attraverso gli abiti che indossa, quelli tradizionali delle donne indie, figlie del popolo oppresso prima dai conquistadores spagnoli e ora dalle multinazionali americane. Quando accompagna Rivera a New York la scambiano all’inizio per una zingara, la definiscono “una bomba infiocchettata” piena di gioielli e amuleti. Ma è con questa estetica che “colonizza” prima il Nord America e poi l’Europa. Nel 1937 è immortalata su “Vogue” e il mondo della moda la rende “icona globale”. Inizia Elsa Schiaparelli realizzando sempre nel ‘37 la “robe Madame Rivera” e continua fino ad oggi. In mostra sono visibili gli abiti dei più grandi stilisti del mondo che si sono ispirati a Frida. Da Valentino a Ferrè, da Marras a Gaultier, che la omaggiò con una sfilata intera nel 1997.

In patria l’unica sua mostra personale arriverà nel 1953, l’anno prima della sua morte. Se avete visto il film “Frida” del 2002 con Salma Hayek vi ricorderete della ricostruzione del suo “tragicomico” arrivo  in ambulanza e poi adagiata sul suo letto, dove finalmente riceve l’omaggio del pubblico e della critica. Perché Frida è l’emblema della voglia di vivere intensamente, anche se è distrutta nel fisico e nel morale. “Ho subito due gravi incidenti nella mia vita…il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego” , scriverà nei suoi Diari. L’incidente fu nel 1925, lei giovanissima, appena 18 anni. L’autobus che la trasporta sbanda. Lei si spezza in tre punti la colonna vertebrale, fratture ovunque sulle gambe, i piedi schiacciati, un corrimano le entra nel fianco e esce dalla vagina. Le conseguenze la segneranno per tutta la vita, inclusa l’impossibilità di portare a termine una gravidanza, cosa di cui soffrì enormemente. Inferma a letto, inizia a dipingere. Se stessa, all’inizio, il suo mondo e poi l’amore, la sua ossessione, Diego. Lo rivediamo in un dipinto del 1943 con cui si chiude la mostra. Una specie di altare ci porta a venerare il suo autoritratto come Madonna, con il merletto intorno al volto percorso da una sottile ragnatela che forse vuole  imprigionare quel Diego che ha dipinto al centro della fronte. E come  sottofondo musicale il celebre brano “Gracias a la vida”. Una  potente dichiarazione d’amore allestita in modo superbo.

E proprio del progetto di allestimento parliamo con Cesare Mari, che da anni cura tra le più importanti mostre in Italia e nel mondo.

Intervista a Cesare Mari

Tutte le informazioni sulla mostra sono sul sito www.palazzoalbergati.com

Un saluto da Carlo Tovoli

 

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A cura di Carlo Tovoli

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