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Con Hopper a svelare il mito americano

A Bologna le opere del padre della pittura moderna statunitense. Intervista al curatore della mostra

"Calmi, silenti, stoici, luminosi, classici": così un grande della letteratura americana, John Updike, definiva i quadri di Hopper. Cari ascoltatori, la mostra di circa sessanta opere di Edward Hopper a Palazzo Fava fino al 24 luglio  è di quelle da non perdere, soprattutto per conoscere gli esordi dell'artista.

Nelle prime sale ti ritrovi a contatto con quelle opere giovanili che contengono in nuce la sua poetica. Sono gli anni di studio a Parigi. "Qui la gente sembra vivere per le strade, che sono animate dalla mattina alla sera" scrive Hopper. E ci pare di vederlo, alto un metro e novanta, per le strade di Parigi a studiarne gli scorci e la luce, affascinato dalla lingua e dal "savoir vivre" dei francesi. A Parigi sono gli anni delle avanguardie: mentre Picasso dipinge le "Demoiselles d'Avignon" lui preferisce guardare i Manet e i Degas e gli altri grandi dell'impressionismo.

Nelle opere di quel periodo, anche quando la tecnica può apparire un po' incerta, non può non colpire il suo modo di inquadrare la realtà, con un taglio quasi cinematografico.  Si guardi il dipinto con la  scala del 48 rue de Lille, o i due personaggi silenti al bistrot, al lato di una Senna invasa dalla luce del sole. Lo dipinse al suo ritorno a New York , dove l'arte era ancora vissuta quasi esclusivamente come fenomeno di importazione dall'Europa. E proprio in quell'America dove ciò che conta è il successo e il denaro inizia a farsi strada Hopper, che  sembra nelle sue tele mettere in discussione quel sogno americano. Nasce così la pittura moderna made in USA.

Ne parliamo con Luca Beatrice, curatore insieme a Barbara Haskell della mostra.

Intervista a Luca Beatrice

Ed è alla moglie Jo che dobbiamo riconoscere il merito di aver conservato e in seguito donato al Whitney Museum di NY gli splendidi disegni di Hopper, che l'artista in generale teneva per sé e difficilmente esponeva. Alcuni di questi sono esposti, e al secondo piano abbiamo la possibilità di sfogliare "virtualmente" uno dei suoi "Record Books", i suoi taccuini che riempiva insieme alla moglie, con gli abbozzi dei suoi più famosi dipinti e tante annotazioni, quasi una sceneggiatura.

Hopper amava il cinema. "Quando non mi sento in vena per la pittura vado al cinema per una settimana o più", scriveva. Anche lui, come un regista, cercava con attenzione il punto dove piazzare la sua "macchina da presa" e, discreto, si nascondeva per ritrarre personaggi chiusi nei loro pensieri. Oppure avvolti in un atmosfera quasi "metafisica" e per questo inquietante. Non è un caso che nel video che accompagna la mostra si citi un regista, Wim Wenders, che in tanti suoi film si è ispirato a Hopper: "la violenza – afferma – non è tanto il mostrare sparatorie e ammazzamenti quanto proprio questa sensazione che tutto può improvvisamente essere sconvolto".  Il velo di ipocrisia della società americana è  stato squarciato: ne fuoriescono solitudini, angosce, stati d'animo irrisolti. Una "alienata maestà"  alla luce del sole, come quella dell'ultima opera in mostra, Second Story Sunlight del 1960, immagine simbolo della mostra: due donne una più anziana che legge  e l'altra in costume da bagno, immerse nella luce del sole che si riflette sulle pareti delle case. Un quadro emblematico di un autore che in età matura dichiarò che il suo scopo principale era stato "quello di dipingere la luce del sole sulla parete di una casa". Prima di uscire non perdetevi l'angolo "selfie" che permette di entrare proprio in questo quadro e portare a casa un po' di Hopper da veri protagonisti! Tutte le informazioni sul sito www.mostrahopper.it.

Un saluto da Carlo Tovoli!

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A cura di Carlo Tovoli

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