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Nature Calls

Le opere di Nick van Woert al Mambo di Bologna fino al 7 settembre

Ama definirsi un pittore paesaggista, Nick van Woert, giovane artista tra i più promettenti della scena statunitense. 33 sue opere, per la prima personale in Italia, sono esposte al Mambo fino al 7 settembre. Nature Calls, questo il titolo dell'esposizione curata da Gianfranco Maraniello, è per van Woert anche la prima volta in un'istituzione museale.

Il lungo percorso espositivo che si snoda nella Sala delle ciminiere e negli spazi circostanti del museo bolognese offre una lettura dei molti temi cari alla ricerca dell'artista, attraversata dalla convinzione che esista una semantica dei materiali e che ogni materiale generi valore intrinseco. Al di là degli aspetti funzionali, gli oggetti che popolano la nostra quotidianità vengono letti dall'artista per ciò che sono, per come sono fatti anziché per come appaiono,ogni materiale è un generatore di senso nell’interazione con l’essere umano e nella relazione con l’artista. Esemplari in questo senso le opere in plexiglass costituite da parallelepipedi sovrapposti – Home & Garden (2011), So Fresh So Clean (2011), Erratic (2012), Course of Empire (2013) – in riferimento alle quali Van Woert si definisce appunto  “pittore paesaggista”. Si tratta di espositori seriali contengono ordinate classificazioni di materiali eterogenei (polveri, oggetti di scarto, detersivi, prodotti industriali, manufatti vari) che, apparentemente innocui se visti singolarmente, possono dar vita a combinazioni inquietanti e pericolose.  

Proprio di fronte a uno di questi lavori, Course of Empire, abbiamo chiesto a Van Woert di raccontarci la sua mappa del mondo

Intervista a Nick van Woert 

Combinazioni e contaminazioni dunque che sono gerrminazioni di una cultura che ha generato personaggi come Unabomber, che l'artista reinterpreta anche in un autoritratto fotografico, ecologisti radicali come Dave Foreman, o che ha fatto girare  in rete manuali per fabbricare esplosivi. All'ordinata catalogazione di questa natura tossica messa sotto plexiglass fanno da contrappunto nell'esposizione forme magmatiche e disorganizzate, rocce fatte di uretano e fibra di vetro, forme umanoidi di acciaio e rame, anch'esse esiti della continua riflessione sul rapporto natura/cultura che abita tutta la produzione dell'artista.  Indagine che si mostra anche nei calchi in gesso di statue classiche, «grazie» e «discoboli», su cui l'artista  fa colare un materiale plastico fuso che svela dentro l'armonia delle forme apollinee  l'azione incontrollata della natura e la sua verità dionisiaca, oltre la dissimulazione. Van Woert, nell'America del dopo 11 settembre, classifica, scova, combina, lascia che i materiali generino forme proprie, guarda senza pregiudizi ma non completamente disincantato, da naturalista realista del ventunesimo secolo, il nostro erratico andare.

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A cura di Piera Raimondi Cominesi

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