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La luce della luna

Un viaggio in regione attraverso la musica

2 marzo 2013

Le musiche di questa puntata: Alaa Shaheen, J. S. Bach, Claude Débussy, Claudio Monteverdi, Leonard Cohen.

Musica. Alaa Shaheen: Flamenco (da “Andalusia”, 2009)

Chiusa la parentesi di Fontanellato, dove siamo andati a vedere il Parmigianino, eccoci di nuovo a Bologna, a riempirci gli occhi delle pitture che rendono più bella la nostra vita, perché dentro quei racconti illustrati si esalta l’immaginazione, si raffinano i sensi, si riempie di presenze la solitudine umana. Entriamo allora in Palazzo Poggi, dove ogni tanto – siamo a metà Cinquecento – trascorreva qualche settimana di riposo il cardinale Giovanni Poggi, al ritorno da Madrid, dov’era ambasciatore del Papa presso la corte di Spagna – lui che, prima di farsi prete e avviarsi a una formidabile carriera, aveva avuto una vita avventurosa, ballato il flamenco e sparso diversi figli, qui e là. Nella sontuosa residenza, che oggi ospita l’Università, il cardinale si era fatto affrescare le stanze del piano nobile da Nicolò dell’Abate, geniale pittore che veniva da Modena e illanguidiva nella maniera lo stile del Rinascimento. Cosa poteva farsi rappresentare un alto prelato di quel tempo? Scene di devozione? Non solo: anche la dolce vita di palazzo, con belle signore in abiti eleganti e cappelli di piume che giocano a tarocchi e fanno un concertino, abbracciate a gentiluomini che si passano spartiti musicali e coppe di vino. “E c’è anche un giovanotto che, stringendo il ricciolo di una viola da gamba, ostenta l’elsa della spada e la daga in fodero d’argento legata alla vita” – nota la nostra guida all’arte bolognese, Eugenio Riccomini. 

Musica. J. S. Bach: The three sonatas for viola da gamba & harpsichord n° 1 in g major BWV 1027 I. Adagio. Interpreti: Glenn Gould & Leonard Rose. 

Dorata gioventù, e anche un po’ screanzata, verrebbe da dire, visto che non sembra per nulla interessata alle questioni teologiche di cui è esperto il cardinale che ospita queste belle riunioni, ma solo a divertirsi. In un altro splendido edificio bolognese, che oggi è sede di mostre, Palazzo Fava, vediamo al piano nobile il primo importante ciclo d’affreschi dei giovani Carracci – Annibale, Agostino e Ludovico – commissionato da Filippo Fava nel 1584. Non vogliamo annoiarvi con la spiegazione della portata rivoluzionaria di quest’opera, ma - meraviglia delle meraviglie - v’invitiamo almeno a soffermarvi sull’episodio degli incanti notturni di Medea. Per purificarsi, la maga si lava in un ruscello al chiaro di luna; ed è questo, secondo Andrea Emiliani, “il primo nudo moderno della storia dell’arte”.  La bellezza di questo dipinto, opera forse di Ludovico, sta nella “intenerita verità” – scrive Eugenio Riccomini – di una fanciulla immersa in un’indefinibile luce notturna, accarezzata dai raggi lunari, in un paesaggio dove “il pennello insegue (…) ogni riflesso e ogni marezzatura nel breve specchio d’acqua in cui si mira il corpo adolescente”. Questo incanto notturno non può avere altra musica che “Claire de lune” di Débussy. Ascoltiamo.  

Musica. Claude Débussy: Suite Bergamasque. III. Clair de lune (al pianoforte: David Moore). 

E va bene: sappiamo chi dobbiamo nominare adesso. Chi dobbiamo andare a trovare. Un artista che non possiamo liquidare in due righe, come gli altri grandi, d’altronde. Ma Guido Reni è così immenso, che si fa fatica a cominciare. Cosa vi facciamo vedere? Alla Pinacoteca Nazionale abbiamo “La strage degli innocenti”, “Il Sansone vincitore”, “La pietà dei mendicanti”, “Nesso e Deianira”, “La crocefissione”, “La Madonna del Rosario”, il “San Sebastiano”, dipinti nell’arco di una vita, il primo nel 1611 e l’ultimo intorno al 1640.
Guido Reni ci ricorda i santini che circolavano nelle chiese della nostra infanzia. C’è una bellezza che gli imitatori avrebbero reso quasi oleografica, da santino appunto, ingenua e insieme vera: la bellezza degli adolescenti, delle vergini e delle matrone, dei vecchi, e anche quella della nudità, che è sempre casta, perché il divino Guido ha sempre un occhio rivolto verso il cielo. E a ben vedere, alle sue esangui eroine femminili Reni fa corrispondere un non celato rapimento verso gli adolescenti che sempre dipingeva nudi e bellissimi, sospettoso com’era delle donne e delle loro astuzie. E il San Sebastiano che abbiamo qui di fronte, dipinto in tarda età, nel 1639 o ’40, sembra anche lui evanescente e senza peso, in un paesaggio di nuvole grigie che ne accentua l’inconsistenza. E’ un dipinto eccezionale, anche se l’anziano Guido lo realizzò in fretta per venderlo prima, forse perché aveva bisogno di soldi: era un giocatore incallito e pare sperperasse con i bari e forse con i suoi giovani facchini le immense fortune accumulate a Roma, quando era il Papa a pagare il suo talento.   

Musica. Claudio Monteverdi: Lamento della Ninfa. Dal libro VIII dei Madrigali guerrieri et amorosi (esecutore: Concerto Italiano, Teatro Valli di Reggio Emilia, 30 aprile 1997).

Negli ultimi quadri di Guido Reni i critici hanno visto una “maniera argentata”, per via di quei colori quasi pastello, di violaciocca, di rosa appassita, di verde penicillina, che danno alla composizione un’impressione di non finito, forse – come dicevamo – perché il maestro doveva finire in fretta, oberato com’era dai debiti. Lui, il Raffaello emiliano, assediato al termine dei suoi giorni da volgari creditori! Ma questo “non finito”, come il San Sebastiano che continuiamo ad ammirare alla Pinacoteca di Bologna, è di una modernità sorprendente: anticipa il Settecento, parte dell’Ottocento, insomma soluzioni raggiunte dagli artisti secoli dopo.
Alle nostre ascoltatrici, e naturalmente per chiunque, regaliamo un’ultima visione. Due splendidi corpi maschili dipinti nel Settecento, esattamente nel 1721, da un altro grande artista bolognese, Donato Creti. Il quadro che raffigura Mercurio svolazzante che consegna una mela a Paride, si trova presso le Collezioni Comunali d’Arte. Per la figura di Paride, Creti si è ispirato chiaramente al Sansone di Guido Reni, allora esposto in una sala del palazzo civico. Una gara per rendere più bello il corpo maschile: avvolto in una fredda luce azzurrina, in un paesaggio inventato di lontananze infinite, il Paride del Creti, come il Sansone del Reni, sembrano dire ancora alle signore dallo sguardo estasiato che li vanno a trovare al museo, I’m your man, Sono il tuo uomo, proprio come la canzone di Leonard Cohen. 

Musica. Leonard Cohen: I’m your man.

Note

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

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