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La strada più bella del mondo

Un viaggio in regione attraverso la musica

Knupperpouf: Ferrara

Non sappiamo, cari ascoltatori, cosa dica il testo di questa canzone degli olandesi Knupperpouf; la lingua piena di gutturali della leader Nicolette Lie ci mette però allegria, perché il sole oggi rimbalza sui marmi e le colonne dello splendido frontale del Duomo di Ferrara, e «Ferrara» è il titolo della canzone. Ah la città estense! Attenzione a non essere travolti dalle biciclette che gironzolano intorno al duomo, alcune delle quali cavalcate da ragazzi stranieri, forse anche olandesi, inebriati da questa giornata di sole. E infatti uno esce, quasi danzando, da un bar con in mano un calice di vino rosso rubino, che immaginiamo essere un vino del Bosco Eliceo, forse un Fortana. E comunque quel vino innestato nelle valli ferraresi nel 1528, quando il duca d’Este Ercole II sposò Renata di Francia, la quale portò in dote un vitigno della Côte d’Or della Borgogna, e da allora questo vino si chiama l’Uva d’Oro e nasce tra i lecci e i cespugli delle dune sabbiose del Delta del Po. E la musica subito ci porta tra le danze e i canti della corte estense, che era una delle più raffinate e colte d’Europa.

La Rossignol: Intabolatura de lauto. Libro I: Chiaranzana.

Come si viveva alla corte di Ferrara, lo racconta una mostra che siamo venuti a vedere, e che è il frutto di risultati di scavo nel cuore del potere estense, vale a dire il castello, e al centro dell’area che fu oggetto di una delle più importanti operazioni di trasformazione urbana avviata dal duca Ercole I, culminata nella famosa Addizione erculea del 1492. I reperti archeologici rinvenuti ci restituiscono lo sfarzo della vita a corte, come la bellissima coppa su alto piede in vetro, probabilmente usata come fruttiera, e una seconda coppa in vetro verde smeraldo, realizzata a Murano. E poi le ceramiche graffite e smaltate che si sommano ad altre importate dalla Spagna, le mattonelle del pavimento in ceramica smaltata, e tutte le altre cose morte che ci piacciono così tanto, così desuete e impolverate dal tempo, che spuntano fuori dopo cinque secoli circa, come piccoli bottoni rotondi, una fibbia di bronzo per scarpe, una piccola perla, del cristallo di rocca, un anello per uomo in lega d’argento con monogramma, cofanetti, fialette di profumo, un ditale per dita femminili, un sigillo raffigurante un’aquila, e anche orinali dove i medici osservavano il colore delle urine. Tutto questo è stato rinvenuto setacciando una vasca di scarico: la discarica del tempo.

Chaos: Ferrara.

Nella vasca di scarico gli archeologici hanno trovato anche i resti dei cibi che si mangiavano allora a corte. Arrosti, selvaggina e volatili di tutti i tipi, e una predominanza di carni di manzo, che nel Medioevo invece non erano apprezzate. Molte di queste ossa recano segni di macellazione e di rosicchiature di roditori, cani o gatti, i cui resti sono stati pure rinvenuti all’interno della vasca. E poi, polli, fagiani, oche, pernici e germani reali in grande varietà, e tracce di rapaci come l’aquila e lo sparviere, allevati per la falconeria ma anche utilizzati impagliati per adornare la tavola. E ancora molluschi e crostacei, perché il pesce era importante nell’arte culinaria del Rinascimento, sia quello d’acqua dolce sia quello di mare. La vasca di scarico ha restituito ossa di carpa, storione, luccio, scardola e cavedano, sfruttati nei lunghi periodi quaresimali di “bianco mangiare”, cioè del mangiare di magro. E sono stati trovati 4mila reperti di molluschi, ostriche, vongole, telline e, tra i crostacei, la granceola. Gli annali riportano che per le nozze di Alfonso II con Barbara d’Austria furono ordinati da Venezia e dalla Dalmazia 10mila ostriche, e immaginiamo ancora la gente a leccarsi i baffi negli ampi saloni del castello.  Il brano che ascoltiamo ora viene dal cerchio magico della famosa Isabella d’Este, che aveva la sua brillante corte a Mantova, avendo sposato un Gonzaga, ma era sempre una principessa estense.

Musica Antiqua London: Ave Maris Stella à 3.

A Tivoli, vicino a Roma, si trova la celebre villa d’Este voluta dal cardinale Ippolito II d’Este, i cui giochi d’acqua ispirarono a Franz Liszt il brano che vi faremo ascoltare in chiusura. Ma noi restiamo a Ferrara e, visitata la mostra, usciamo all’aperto, nel sole di primavera che accarezza le vie e i palazzi, e ci dirigiamo verso una delle strade più belle, non solo della città ma – lo diciamo senza esagerare – del mondo intero. Via Corso Ercole è qualcosa di più di una strada cominciata nell’anno della scoperta dell’America, il 1492, e terminata nel 1510 per collegare, rivoluzionando la città, il centro storico con la parte nord delle mura. Corso Ercole, ora che il sole sta scendendo e il palazzo dei Diamanti balugina nella luce calante, è il set di un film, è un viale del tramonto da percorrere abbracciati alla persona che si ama, è una via degli Angeli (era questo il suo nome, perché termina alla Porta degli Angeli), è costeggiata dai superbi palazzi dove visse l’aristocrazia ferrarese, ma è soprattutto la strada del Rinascimento, rimasta intatta dal secolo che vide la cultura italiana trionfare nel mondo. E struggente si fa il ricordo di tanta bellezza.

Franz Liszt: Les jeux d’eau à la Villa d’Este (al piano Jeno Jandó).

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Note

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

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