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20 Luglio 2010 | Archivio / Protagonisti

Bellezze di casa

Intervista a Eugenio Riccomini di Olga Cavina. Tratta da Una parola dopo l’altra. Interviste e conversazioni sulle pagine di “IBC”, Bononia University Press – IBC, 2010.

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

20 luglio 2010

La rivista dell’Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna (IBC) racconta, da più di trent’anni, un’esperienza unica in Italia. Dopo l’antologia pubblicata nel 2008, un nuovo volume, a cura di Valeria Cicala e Vittorio Ferorelli, raccoglie alcune delle interviste più importanti, testimoniando ancora una volta la ricchezza dei rapporti intessuti ogni giorno dall’Istituto.

Eugenio Riccomini, storico dell’arte e docente universitario, ex assessore alla cultura del Comune di Bologna e attualmente presidente dell’Istituzione Musei Civici Comune di Bologna, è autore del “Perditempo, 49 passeggiate per Bologna” (1989), un manuale per anime curiose che ha rivelato molti luoghi nascosti della città e dei suoi dintorni.

Questa intervista è stata pubblicata per la prima volta nel n. 6/1993 di “IBC”.

Bellezze di casa
intervista a Eugenio Riccomini di Olga Cavina

 “L’Emilia-Romagna ha una caratteristica che la differenzia da molte altre regioni: è molto omogenea da un punto di vista geografico. Se si cammina da Rimini fino a Piacenza, come facevano le legioni romane, ci si trova sempre dentro lo stesso paesaggio: una strada rettilinea che attraversa città poste a circa un giorno di marcia l’una dall’altra. Sulla destra c’è una pianura che sembra sconfinata e arriva fino al Po, sulla sinistra c’è la cresta delle montagne. In questo senso l’impressione è di trovarsi, a Fidenza o a Cesena, sempre nello stesso posto. È una regione monotona, molto simile a sé stessa, ovunque si vada. Lungo la via Emilia troviamo, a distanze stranamente regolari, tutti i centri che dall’epoca romana e anche precedente, fino a quella moderna, hanno costituito le città. Questo può essere il grande itinerario medievale e rinascimentale dell’arte, perché dal tempio malatestiano di Rimini fino al duomo di Piacenza c’è una fila di monumenti, a volte di interesse europeo. Penso a un capolavoro come il duomo di Modena, o al duomo e al battistero di Parma, alla cattedrale di Fidenza e a quella di Piacenza. Poi, nell’altra parte di questa regione, c’è una grandissima città d’arte come Ferrara. Nella cosiddetta ‘Bassa’ possiamo disegnare un’altra serie di possibili itinerari. A partire da Ferrara, e poi Ravenna, Bagnacavallo, Carpi, Nonantola, Brescello, Guastalla, abbiamo un’infinità di centri, senza un collegamento rettilineo fra loro, che invitano a divagazioni e lasciano scoprire la bellezza della pianura e le civiltà, soprattutto rinascimentale e tardo medievale, che sono cresciute in questi luoghi. Il nostro viaggiatore curioso (una caratteristica indispensabile per scoprire questa regione) può partire dalle piccole corti della valle Padana, dal centro storico di Correggio, visitare la reggia di Colorno, l’abbazia di Nonantola e poi ancora il castello di Fontanellato con gli splendidi affreschi rinascimentali del Parmigianino. La Bassa è un itinerario raffinato, poco vendibile forse dal punto di vista del commercio turistico, ma questa del resto è una caratteristica di tutta l’Emilia-Romagna, che, anche per la sua collocazione, è posta in modo tale da essere spesso saltata dal turismo delle grandi folle”.

 Parliamo di Bologna. Anche in questo caso i flussi turistici ci passano accanto e difficilmente ci sfiorano. È una tendenza che si può cambiare?

“Il caso di Bologna è tipico. Si trova esattamente a metà strada tra Venezia e Firenze, due grandi città d’arte visitate da masse di turisti ormai da più di duecento anni, e viene regolarmente saltata. Questo è uno svantaggio dal punto di vista commerciale e alberghiero, ma d’altra parte provoca una selezione di qualità. Chi fa turismo in una città come Bologna, che non è notissima e non ha monumenti di clamore internazionale, come può essere piazza San Marco, o opere d’arte presentate sulle copertine di tutti i giornali, fa un turismo più riflessivo e attento, più letterato e tutto sommato più curioso. Chi viene a Bologna trova una città vivace e attiva, colma di cose belle, senza che nessuna di queste sia segnata con quattro stelle sulla guida, e ha il piacere di non fare la fila per entrare in una chiesa o di non dover fare a gomitate davanti a un quadro. Lo stesso discorso vale per il nostro Appennino. Certo, non è il caso di fare una gara tra il Corno alle Scale e Cortina: l’Appennino è indubbiamente meno visto e visitato delle Dolomiti, ma può riservare splendide sorprese. Al Corno alle Scale, o nell’Appennino parmense ci sono luoghi di grande bellezza come il lago Santo in cima alla valle di Parma, o il monte Cusna o i borghi dell’alto Appennino abbandonati e adesso in parte recuperati, luoghi per un turismo fatto anche di solitarie scoperte e che meritano davvero un’escursione”.

 A Bologna è stato inaugurato il Museo Morandi. Un doveroso e importante riconoscimento della città a un grande pittore. Può diventare anche un richiamo per aprire la città a un nuovo turismo?

“Non esattamente. Direi che il Museo Morandi può essere considerato un indicatore del tipo di turismo che noi abbiamo. È un museo dedicato a un pittore forse grande come Picasso, ma molto meno conosciuto, soprattutto fuori dall’Italia, e quindi chi viene a Bologna per visitare il Museo Morandi è spinto da curiosità e interessi molto diversi da quelli che muovono pullman interi di turisti verso la sala del Louvre dove è esposta la Gioconda o verso il Museo Van Gogh di Amsterdam. Ma ricordiamoci che anche per quanto riguarda i grandi musei europei ci sono intere sale (parlo per esempio del Louvre) assolutamente deserte, perché nei programmi dei tour-operators ci sono dei percorsi fissi di ‘opere d’arte che si devono assolutamente vedere’, in cui la gente si affolla, mentre ci si può trovare a percorrere certe sale del Louvre incontrando non più di una decina di persone. Per intenderci, negli itinerari turistici dei tour-operators europei o americani, che in una decina di giorni devono concentrare i luoghi celebri dell’Italia, l’Emilia-Romagna non c’è (a parte la riviera adriatica, ma quello è tutto un altro discorso) e forse non è il caso di dispiacersi troppo di questo fatto. Perché avere folle di turisti che invadono la città, sotto sotto non piace molto ai cittadini residenti, anche se questo comporta indiscutibili vantaggi economici”.

 Passiamo alla riviera adriatica. Qui i grandi numeri del turismo di massa ci sono e si vedono. È un’isola a parte rispetto alla realtà della regione?

“La riviera rappresenta un’eccezione in Italia. Va vista come un grande circo, come una sala da ballo, un fast-food dove si va a consumare e a divertirsi. È vero che si è pensato molte volte di inserire itinerari culturali per chi è in vacanza a Rimini o a Milano Marittima. Ma devono essere, secondo me, itinerari brevi e facilmente raggiungibili. Per esempio Ravenna, con le sue chiese bizantine, o l’abbazia di Pomposa o il centro storico di Rimini. Ma difficilmente chi ha scelto l’Acquafan di Riccione ha anche voglia di arrivare a Fidenza per vedere una facciata romanica. Sono luoghi con funzioni diverse e che catturano tipi di turisti diversi. Non va dimenticata anche la fascia collinare e montana dell’Emilia-Romagna, che è equivalente, come bellezza, a quella della pianura. È la zona delle rocche: dai castelli romagnoli a San Leo, alle rocche manfrediane fino a Castellarquato, attraverso Torrechiara, Canossa, e il castello di Dozza imolese. Il punto in cui l’Appennino cede alla pianura è costellato di castelli e alcuni di questi sono dei capolavori, come Torrechiara vicino a Parma, che oltre a essere una delle più belle architetture militari del Quattrocento europeo contiene anche degli affreschi molto interessanti. Più a monte ci sono i borghi appenninici medievali, quattrocenteschi e cinquecenteschi, e poi il crinale con sentieri bellissimi fino ai millecinquecento e milleottocento metri. Uno dei panorami più belli e incredibili si può vedere salendo l’Appennino sopra Parma: nell’alta val Parma c’è un parco della forestale, ci sono quattro laghi e una grande faggeta naturale, e da lì si vede, se non ci sono le solite nebbie, un panorama vastissimo. Ci portai mia moglie, quando eravamo ragazzi, e ricordo che arrivati in cima vedemmo da una parte l’Adamello, il Monte Rosa e tutta la catena delle Alpi, e dall’altra le navi nel porto di La Spezia, l’inizio della costiera di Viareggio e la cima del monte Cinto, la montagna più alta della Corsica”.

 Un suggerimento agli amministratori di questa regione. Si possono introdurre nuovi ingredienti nella ricetta, già collaudata, del nostro turismo?

“Cercare sempre di più di toccare gli interessi, il cuore, i sentimenti, la curiosità di un turismo che esiste già e può essere incentivato. Se l’Europa e il mondo cresceranno di cultura, questo tipo di turismo aumenterà. Penso alle molte realtà europee che ci assomigliano. La Spagna, per esempio, dove a luoghi di sicuro richiamo turistico come la Costa del Sol si affiancano zone dell’interno ancora poco frequentate. Certo, chi sceglie le spiagge molto difficilmente ha voglia di scoprire anche la Spagna dell’interno, dove oltre a Granada ci sono città bellissime come Avila o Salamanca, in cui purtroppo si incontrano davvero pochi turisti. Lo stesso discorso vale per la Francia: una terra fatta di paesaggi e di città di provincia, e ricca di bellezze naturali e paesistiche molto dolci, senza punti esclamativi. Poi, dietro a una valle o lungo un fiume, si può trovare una cattedrale romanica, magari non nota ma interessante. In Francia gli enti per il turismo propongono già da anni (ed è un’iniziativa che potrebbe essere ripresa con successo anche da noi) itinerari per chi non vuole spostarsi lungo i percorsi più conosciuti. Sono carte stradali che riportano in dettaglio gli itinerari meno battuti, i monumenti meno noti, le chiese che contengono opere di minori, e anche percorsi naturalistici.

Certo bisogna dare ascolto alla curiosità, alimentarla anche, leggere, cercare di conoscere la storia dei luoghi che andiamo a cercare. Se le aziende per il turismo e gli enti locali si muovessero nella direzione di una maggiore ‘pubblicità’ di tanti itinerari della nostra regione, credo che il nostro turismo potrebbe allargarsi, sia in termini di quantità che di qualità. Un altro suggerimento è quello di rendere sempre più gradevoli i nostri monumenti, mantenendoli in un buono stato di conservazione, fotografandoli anche per farli conoscere a più persone. Ai turisti che passano nelle nostre città bisogna anche fornire strumenti concreti, per esempio segnalare i monumenti o gli edifici che meritano un’occhiata. Quando ero nella giunta comunale avevo preparato un progetto per realizzare una specie di stemma colorato, in latta, da applicare ai monumenti della città. Non è un’idea nuova: a Vienna su molti edifici è stata applicata una bandella di latta che riporta il nome della chiesa o del palazzo, le date, il nome dell’architetto e poche notizie di carattere storico o artistico, consentendo così a chi passeggia per la citta di costruirsi un itinerario sia per diverse età storiche che per stili. In questo modo anche chi non ha una guida turistica sotto mano, e gira per la città, sa cosa sta guardando, la storia dei palazzi e delle chiese, e quindi approfondisce la conoscenza della città.

Oltre che come arredo urbano, questi stemmi servirebbero forse anche come deterrente allo sfregio che si fa di molti edifici storici: sarebbe più difficile, davanti a un palazzo che racconta la sua storia, incollare manifesti abusivi o scrivere scritte con le bombolette spray. Un altro strumento importante sono le pubblicazioni. Devono essere scritte in varie lingue, essere accessibili e niente affatto lussuose, e contenere mappe dettagliate, addirittura per ambiti cronologici: percorsi per scoprire la Bologna medievale, la Parma medievale, un itinerario bizantino a Ravenna. Non dimentichiamo le cartoline, che sono un ottimo mezzo di informazione visiva: devono essere belle, e restituire, con un certo sapore, le immagini e i ricordi dei monumenti. Ci si devono trovare anche le opere d’arte contenute nei musei cittadini, anche i pezzi meno noti e conosciuti. Ora, se lei gira per le tabaccherie di molte città trova quasi sempre delle cartoline brutte e qualche tentativo recente un po’ più ambizioso. Da qualche tempo ho visto a Bologna alcuni quadri della Pinacoteca riprodotti in cartolina, ma si potrebbero riprodurre anche affreschi e opere contenuti nelle chiese. Al nostro turista curioso, insomma, si devono offrire curiosità”.

 Roberto Longhi, riferendosi alle caratteristiche di alcuni pittori emiliani, parlava di medietas. Lei pensa che questo concetto si possa riferire anche ad altri aspetti culturali dell’Emilia-Romagna oppure sia esclusivamente legato alla storia dell’arte?

“Io direi che è il segno distintivo di Bologna e un po’ di tutta la regione. Noi non siamo in grado di stupire, così come succede per Venezia e Firenze. La leva su cui dobbiamo fare forza è questa atmosfera gradevole, accogliente, rilassante, piena di cose belle da vedere e da scoprire, senza che ci sia la ressa e la corsa a ciò che ‘va visto assolutamente’. E poi incrementare il piacere della scoperta, perché, se si gira in macchina per la Bassa, ogni dieci chilometri si trova qualcosa per cui vale la pena di fermarsi e non è detto che passare un fine settimana a Carpi, o a Mirandola, sia meno piacevole che passarlo in un posto più noto. Si mangia bene, si scoprono cose curiose, la sera si fa una passeggiata: il turismo è anche questo. Portare un amore a Venezia, per esempio, è rischioso: probabilmente lui o lei c’è già stato con qualcun altro, se si capita in un periodo di grande ressa è difficile trovare posto in albergo, al ristorante ti rapinano, fai la fila: insomma è la fine di un amore. Se invece lo porti a Correggio, secondo me va tutto bene!”.

 Un artista, un uomo di cultura, che ha raccontato l’Emilia-Romagna in maniera efficace?

“La Romagna di sogno raccontata da Fellini non esiste più, è molto bella ma è davvero solo un ricordo. Gran parte dei nostri scrittori sono scrittori di memoria, penso ad Attilio Bertolucci, che ha scritto poesie molto belle sulla Bassa e sull’Appennino parmense. Per quanto riguarda la pittura, i paesaggi fatti da Morandi negli anni Cinquanta e Sessanta rendevano il clima di silenzio, di pace e di sospensione che noi conosciamo. È un interprete a volte non gradevole, perché vedeva il paesaggio sotto forma di astrazione e di geometria, ma restituiva con precisione la nudità e l’essenzialità di quei luoghi. Comunque la pittura che descrive il nostro paesaggio, in linea generale, è poco nota, come lo è questo paesaggio: sono due cose che si legano. Anche questo fa parte della condizione appartata dell’Emilia-Romagna nell’ambito del grande turismo, ma è anche una ricchezza, è una proposta per il futuro: noi avremo un pubblico fatto di persone che vogliono scoprire, senza cercare conferme”.

[“IBC”, I, 1993, 6, pp. 47-49 (dossier: Grand Tour Emilia-Romagna – A spasso con Astolfo. 6 scrittori per 6 itinerari, a cura di Valeria Cicala, Isabella Fabbri, Flavio Niccoli)]

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