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31 Gennaio 2009 | Archivio / Protagonisti

Giulio Cesare Croce, l’arguto bolognese

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

31 gennaio 2009

Il 17 gennaio 1609 moriva a Bologna Giulio Cesare Croce, nato a San Giovanni in Persiceto nel 1550, prolifico autore popolare noto soprattutto per il personaggio di Bertoldo, icona del “mondo basso” e del suo rapporto conflittuale con i potenti che lo sfruttano.

Figlio di fabbri ferrai, perse il padre a sette anni. Fu mandato allora a Castelfranco Emilia presso uno zio, pure lui fabbro, che cercò di dargli un’istruzione affidandolo a un “valentissimo pedante”, il quale, anziché Dante e Virgilio, gli insegnò a forza di rimproveri e botte che non c’era modo, per un figlio del popolo, di elevarsi culturalmente. Lo zio ne ricavò la seguente verità: “Noi non siam nati per essere dottori”.

Tra il 1565 e il ’68 Giulio Cesare Croce visse a Medicina, dove si era trasferito con lo zio nella proprietà di una ricca famiglia bolognese, i Fantuzzi, che nei loro ozi estivi si divertivano alle improvvisazioni del giovane poeta contadino. Arrivato a Bologna nel 1568, il Croce visse con il suo lavoro di fabbro e, contemporaneamente, sviluppando la sua vena di poeta e cantastorie popolaresco. Ebbe due mogli e quattordici figli. Croce alternò il mestiere di fabbro a quello di cantastorie fino al 1575 quando lasciò gradualmente la professione di famiglia per dedicarsi alla scrittura. Come cantastorie girovagò per corti, fiere, mercati e case patrizie, accompagnandosi con una specie di elementare violino e stampando in piccoli opuscoli le sue composizioni che vendeva di persona: satire, lamenti, narrazioni lacrimose, cicalate, lavori teatrali e un poema, “La Topeide”. Ottenne un grande successo popolare che tuttavia non gli permise di risolvere i suoi problemi economici. La storia della letteratura e la tradizione gli attribuiscono più di quattrocento opere, alcune delle quali ancora inedite, altre pubblicate in modesti opuscoli a basso costo. Scritti in italiano o in bolognese, gli opuscoli contengono sapide descrizioni del mondo dei poveri, burle, casi strani, facezie, proverbi, narrazioni di feste e calamità pubbliche. Le sue qualità migliori furono il dialogo plebeo, le battute feroci, la capacità di non piegarsi mai ai ricchi e potenti.

A quattro secoli esatti dalla morte si aprono ufficialmente le celebrazioni di Giulio Cesare Croce, con una serie di eventi che proseguiranno per tutto il 2009.
Sabato 17 gennaio, alle ore 17, alla Biblioteca dell’Archiginnasio è stato presentato il volume “Giulio Cesare dalla Croce l’arguto bolognese” di Elisabetta Lodoli con i disegni di Federico Maggioni. Nel volume è lo stesso Croce, in un gelido giorno d’inverno del 1608, a scandire come un banditore le tappe della sua prolifica e versatile vita d’artista, tra ricordi, visioni e fantasticherie. Il testo di Elisabetta Lodoli è accompagnato dalle illustrazioni di Federico Maggioni.
Convegni e spettacoli sono previsti anche a San Giovanni in Persicelo, dove Giulio Cesare Croce nacque “in dì di carnevale”, come ebbe a scrivere lui stesso.
 
Intervista a Rosaria Campioni
 
Abbiamo con noi Rosaria Campioni, sovrintendente ai beni librari e documentari per l’Istituto ai beni culturali della Regione Emilia-Romagna, alla quale chiediamo di parlarci dell’attualità di Giulio Cesare Croce, a distanza di quattrocento anni dalla morte. In fondo, si tratta sempre dell’eterno conflitto tra saggezza popolare e strafottenza dei potenti: è così?

 
Parliamo ora di Bertoldo, che naturalmente è anche la maschera tipica del carnevale di San Giovanni in Persiceto, al quale ci stiamo avvicinando. Ci spiega, Rosaria Campioni, chi è Bertoldo, e quali sono i Bertoldo di oggi, se esistono? Oppure Bertoldo è solo, come dice l’attore romagnolo Ivano Marescotti nella sua lettura interpretativa del personaggio, “un patàca qualsiasi”?

 
Un’altra domanda, sovrintendente. Com’era la Bologna a cavallo tra Cinquecento e Seicento: “Furfanti, banditi e vagabondi nella città calamitosa”? Una città di “sandroni”? (Sandrone era il contadino rozzo inventato dal nostro autore persicetano e poi diventato uno dei burattini bolognesi più popolari).

Ultima domanda. Non possiamo non ricordare Piero Camporesi, il grande storico della cultura materiale e scrittore romagnolo, docente all’Università di Bologna, che a lungo si è occupato di Giulio Cesare Croce e dell’ambiente popolaresco, di burattinai, vagabondi e commedianti dell’arte che lo circondava.

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