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Cesare Agostini e Franco Santi

Due appassionati di archeologia alla scoperta di un'antica via romana tra Bologna e Arezzo

Scoprire una strada dimenticata è un po’ come entrare nella macchina del tempo, metterla in moto e partire per chissà dove. Dev’essere uno dei pensieri passato per la testa dei due protagonisti della puntata di oggi, quando, per la prima volta, sulle colline tra Bologna e Firenze, trovarono le pietre di un’antica via. Era un giorno di agosto del 1979 ma la nostra storia, cari amici e care amiche di RadioEmiliaRomagna, comincia qualche tempo prima.

Cesare Agostini e Franco Santi sono entrambi originari di Castel dell’Alpi, un borgo dell’Appennino bolognese che si affaccia sul fiume Sàvena, a poca distanza dal confine con la Toscana. Si conoscono solo di vista, non hanno la stessa età e non fanno lo stesso mestiere. Santi è nato nel 1930 ed è uno scalpellino esperto nella lavorazione della pietra. Agostini, classe 1937, è un avvocato e dirige un ufficio legale. Una sera d’estate del 1977, trovandosi a chiacchierare nel bar del paese, scoprono il tratto che li unisce: è una grande passione per l’archeologia, a cui entrambi dedicano gran parte del tempo libero.
L’avvocato si infervora parlando della “strada romana” di cui, nella zona, si favoleggia da tempi immemorabili. Nella frazione di Madonna dei Fornelli il Comune di San Benedetto ha persino chiamato la strada principale “via romana antica”. A quel punto l’artigiano confida la sua scoperta: un paio di anni prima, poco fuori dal loro paese, mentre cavava dell’arenaria per il suo lavoro, ha trovato una moneta in bronzo, databile tra IV e III secolo avanti Cristo. L’uomo di legge e l’uomo di scalpello ne deducono la stessa ipotesi: se la cava era attiva già a quell’epoca, come sembra dire quella moneta, può ben darsi che la stessa cava fosse stata utilizzata per lastricare la strada di cui scriveva Tito Livio.
Stando allo storico romano, nel 187 avanti Cristo il console Caio Flaminio, dopo aver sconfitto i Liguri Apuani, “per non lasciare in ozio i soldati, fece costruire una strada da Bologna ad Arezzo”. Quell’anno stesso un altro console dava il suo nome alla via Aemilia, che univa Rimini a Piacenza, mentre, trentatre anni prima, il padre di Caio aveva tracciato la via da Roma a Rimini: la Flaminia, appunto. Di quest’altra strada che si inerpicava tra gli Appennini, però, ai tempi nostri non era rimasta traccia, se non quelle poche parole di Livio. Poche ma sufficienti a dare vita a un sogno.

Nei mesi successivi Santi e Agostini, armati di pala e piccone, saggiano vari punti in cerca di qualche prova. I finesettimana sono consacrati alle ricerche, ma più il tempo passa, più cresce la sensazione di avere di fronte un’impresa temeraria. E se la via che stanno cercando, anziché rivestita di pietre, fosse stata semplicemente coperta di ghiaia, come di norma si faceva fuori dalle città? Come sperare di riconoscerne un tratto, dopo tanti secoli e tanti sedimenti?
Finché un giorno di agosto del 1979 le cose cambiano ed è una sorpresa. Alle pendici del Monte Bastione, sotto quasi un metro di terra, appare un tratto di basolato, il tipico selciato delle strade romane. È perfettamente conservato e anche la larghezza della careggiata sembra confermare un’ipotesi che finora era solo teorica.
Dieci anni dopo, i due amici presentano pubblicamente i risultati delle loro scoperte, mostrandone i frutti: dopo il primo tratto di basolato ne hanno recuperati altri, tutti in asse con quello già emerso, per un totale di circa dieci chilometri. La direzione del tracciato è chiara, asseconda il crinale fra i torrenti Savena, Setta e Sambro, per raggiungere il passo della Futa nel modo più comodo e rapido possibile. Per Santi e Agostini, è proprio la strada di Caio Flaminio: una Flaminia “seconda” o “minore”, dato che una Flaminia ai quei tempi antichi già esisteva. O meglio ancora: una Flaminia “militare”, perché tutta dedicata, a loro avviso, al rapido spostamento delle truppe. Si giustificherebbe così la scelta straordinaria di lastricare il fondo anziché ghiaiarlo: i romani volevano una pavimentazione solida per garantire il passaggio dei soldati anche sotto le tempeste invernali.
Di fronte a tanto entusiasmo, il mondo accademico si divide. Qualche storico autorevole conferma l’eccezionalità del ritrovamento e la avvalora, altri illustri docenti, invece, liquidano il tutto come una esagerazione da dilettanti. Non è quello il tracciato della Flaminia “minore”, probabilmente è un altro e passa più a est, tra i torrenti Idice e Sillaro.

Ancora oggi, camminando nei boschi tra Monte Adone e Poggio Castelluccio, può capitare di imbattersi in due signori dai capelli bianchi, che mostrano agli escursionisti i segni di un’antica via, mentre aggiustano il cartello che indica il percorso o tolgono le erbacce spuntate tra una pietra e l’altra. Le dispute dei cattedratici, giù in città, non sembrano interessargli più di tanto. L’ex scalpellino sorride in silenzio, mentre l’ex avvocato ripete il suo detto preferito, che ama attribuire ad Aristotele: “Ciò che il buon senso e l’esperienza insegnano deve essere anteposto a qualsiasi principio teorico, ancorché appaia assai fondato”.


Per approfondire si può consultare il sito www.flaminiamilitare.it, guardare il video prodotto da Legambiente e leggere l’articolo di Beatrice Orsini sulla rivista “IBC. Informazioni commenti inchieste sui beni culturali”.

La promozione della “Flaminia militare”, la manutenzione, la segnaletica, le visite didattiche e le escursioni sull’antico tracciato sono curate dai volontari del Circolo Legambiente SettaSamoggiaReno.

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A cura di Vittorio Ferorelli

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