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Cesare Mattei

L’uomo che diede a un castello le forme della sua fantasia e ne fece il laboratorio in cui escogitò il suo originale metodo medico 

Cari amici e care amiche di RadioEmiliaRomagna, se vi è capitato di percorrere la strada statale che da Bologna va a Porretta, là dove i fiumi Reno e Limentra confluiscono, subito dopo Riola, sopra un grande sperone di roccia avrete forse notato un castello dalle forme esotiche, un profilo che evoca un’immagine tratta dai racconti notturni di Sheherazade. È la cosiddetta Rocchetta Mattei, e prende il nome dal protagonista di cui vi raccontiamo oggi.

Cesare Mattei nasce nel 1809 in una famiglia agiata, che deve la sua ricchezza al possesso di centinaia di ettari di pianura, tra Bologna, Budrio e Comacchio. La sua vita sembra una strada in discesa verso il successo e l’affermazione di sè. Nel 1837 è uno dei fondatori della Cassa di risparmio bolognese. Dieci anni dopo, grazie a una donazione di terre allo stato pontificio, riceve dal papa il titolo di conte. Poco dopo, appena quarantenne, viene eletto deputato al Parlamento di Roma. Se non che, nel 1850, la sabbia della clessidra sembra esaurirsi: muore sua madre, annientata da una grave malattia.
Dopo il colpo e la battuta d’arresto, Cesare si riprende e decide di ribaltarla, quella clessidra, dando inizio a una nuova vita. Si ritira dalla politica e si dedica allo studio della medicina. Acquista i terreni su cui sorgono le rovine dell’antica rocca di Savignano e comincia i lavori di costruzione della sua “Rocchetta”. Sull’originario impianto medievale innesta torri, mura e saloni ispirati alle forme moresche dell’Alhambra di Granada e della Mezquita di Cordoba.

Sognare e mescolare. Creare e immaginare. Sembrano questi, adesso, gli imperativi interiori di Mattei, che, sognando di guarire le malattie senza più fare ricorso ai medici, immagina un nuova forma di automedicazione e mescolando omeopatia, magnetismo e metodi alchimistici crea l’elettromeopatia. Se in ogni componente dell’organismo esistono due polarità elettriche, una positiva l’altra negativa, è dal loro costante equilibrio che dipende lo stato di benessere: quando una prevale sull’altra, invece, è lì che ha inizio la malattia. In base a questi principi, i preparati di Mattei, costituiti da granuli e da fluidi condizionati elettricamente, andranno ad agire sul sangue o sulla linfa, per ristabilire l’equilibrio fra le cariche elettriche delle parti interessate e ricondurle a uno stato neutrale.
Il metodo sembra dare buoni risultati, tanto che nel 1881, nonostante la fortissima ostilità della medicina ufficiale, ma anche di quella omeopatica, il conte decide di avviare la produzione in serie dei suoi rimedi, esportandoli financo all’estero. Nel giro di pochi anni la sua rete di depositi conta un centinaio di punti e si ramifica nel mondo intero, da Londra a Buenos Aires, da Mosca a Yokohama. Come racconta Dostoevskji nei Fratelli Karamàzov, persino il diavolo è riuscito a guarire dai reumatismi che lo tormentavano grazie alle gocce e a un libro che Mattei gli ha inviato.

Osannato o condannato: il conte-medico autodidatta ha una personalità troppo affilata e un carattere troppo deciso per piacere a tutti. Scrive numerose opere per divulgare il suo metodo, che però non sopravvive a lungo alla sua morte, datata 1896. Resta la sua creazione di pietra, il suo castello incantato, che pure, negli anni, ha rischiato il declino. Oggi, grazie ai restauri finanziati dalla Fondazione Cassa di risparmio in Bologna, all’intervento del Comune di Grizzana Morandi, e alla passione di tanti volontari, è possibile passeggiare tra le sue sale. Chissà che una visita non abbia effetti taumaturgici? “Che Dio lo benedica” diceva il diavolo di Dostoevskji alludendo a Mattei. E benedica anche la sua Rocchetta.


 

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A cura di Vittorio Ferorelli

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