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2 Settembre 2008 | Archivio / Protagonisti

Los emilianos di Spagna

Un libro porta alla luce il contributo dei combattenti italiani contro il franchismo

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

2 settembre 2008

L’uomo col fazzoletto al collo e il basco in testa, che la foto di Robert Capa ha trasformato in un’icona della guerra civile spagnola, ha ora un nome. E’ il piacentino Dante Galli, entrato senza saperlo nell’obiettivo del più celebre fotoreporter di guerra, il 28 ottobre 1938 a Barcellona, giorno fatidico della despedida, l’addio dei volontari internazionali alla Spagna. Sguardo assorto e rivolto in alto, sta ascoltando il discorso della Pasionaria Dolores Ibarruri ai miliziani giunti da ogni dove per portare aiuto al governo repubblicano, e ora rispediti in Francia dove molti di loro finiranno nei campi di smobilitazione. A risalire a Dante Galli sono stati gli autori del volume Los Italianos: antifascisti nella guerra civile spagnola, Franco Sprega e Ivano Tagliaferri. I due storici sono andati alla ricerca di testimonianze che confermassero quanto emerso da polverosi fascicoli negli archivi, in cui giacevano dimenticati i rapporti dattiloscritti della polizia fascista e foto segnaletiche in bianco e nero. Si sono così imbattuti nella vedova di Dante Galli, di 17 anni più giovane del marito, che orgogliosa ha mostrato la riproduzione di una vecchia fotografia scattata in Spagna, subito riconosciuta da loro come opera di Robert Capa.
Le foto di Capa della smobilitazione delle Brigate internazionali, insieme con quella famosissima del miliziano colpito a morte, sono forse le immagini più eloquenti della guerra civile di Spagna, che vide i nazionalisti guidati dal generale Franco e sostenuti dai governi fascisti europei, contrapporsi ai repubblicani, a loro volta appoggiati da volontari stranieri. Questi erano riuniti in una brigata internazionale di 40-50 mila uomini, di cui quasi 4 mila italiani.
Gli autori di Los Italianos hanno portato alla luce il contributo dei combattenti piacentini contro il franchismo, maturato da una serie di vicende personali che avevano tutte in comune l’insofferenza al fascismo. Erano uomini dai volti induriti dalla fatica, che le foto segnaletiche della questura o del casellario politico ci mostrano con lo sguardo fermo e la barba ispida, e che nei campi di prigionia francesi appaiono sconsolati sotto i loro baschi infeltriti, per aver fallito il loro ideale di libertà. Uomini romantici, pronti a morire per un’idea, e che avevano dovuto ingoiare la vittoria del franchismo, preludio al secondo conflitto mondiale e al dispiegamento della potenza nazista. La Spagna è stata la loro Iliade.
Bisogna tornare alla Piacenza degli anni immediatamente precedenti la marcia su Roma per capire la presenza di tanti arruolati di questa città nelle Brigate internazionali. Molti di loro erano rimasti vittime di episodi di squadrismo, erano stati minacciati o avevano visto morire conoscenti per mano dei fascisti. C’erano a Piacenza dei quartieri, come San Lazzaro e Sant’Antonio, considerati delle roccaforti del movimento operaio e contadino, e dove parecchi giovani, per rispondere alle squadracce fasciste, si erano organizzati negli Arditi del Popolo, pronti a usare le armi per difendersi. In Emilia la tensione tra i ceti sociali era fortissima. A scorrere le biografie dei combattenti di Spagna riportate nel libro di Sprega e Tagliaferri, si vede come l’emigrazione in Francia o, più raramente, in Argentina, fosse per questi giovani l’unica via di salvezza. E’ il caso di Alberto Donati, classe 1895, emigrato nel 1922 in Argentina. Sei anni dopo lo troviamo a Tolosa, in Francia, dove lavora come muratore e manifesta contro il fascismo. Si iscrive al partito comunista e da Parigi invia opuscoli di propaganda a un suo conoscente a Piacenza, che lo denuncia. Nel ’34 a Parigi viene ferito durante uno scontro con giovani di destra. Perde il lavoro e nel ’35 scrive una lettera di ravvedimento alle autorità consolari italiane chiedendo addirittura di essere arruolato per l’Africa Orientale. Invece l’anno seguente lo troviamo sul fronte spagnolo, con i primi gruppi di volontari internazionali. Muore ai primi di settembre in seguito alle ferite riportate sul ponte di Hendaye.
Vita sfortunata anche quella di Emilio Canzi, nato a Piacenza nel 1893 e costretto a lasciare in fretta la città emiliana nell’estate del 1922 dopo uno scontro con i fascisti. Arriva a Parigi dove si unisce agli altri fuorusciti italiani, ma nel ’27 torna in Italia e viene arrestato a Bologna. Dopo il carcere espatria clandestinamente e a Saint Cloud diventa il responsabile di una cellula anarchica. Dalla Francia raccoglie fondi per i volontari italiani in Spagna, ai quali si unisce nel settembre del ’36. Ferito sotto le mura di Huesca nel ’37, dopo le dimissioni dall’ospedale di Barcellona deve far ritorno a Parigi. L’occupazione tedesca della capitale lo spinge alla fuga, ma è catturato e tradotto nel carcere di Treviri, e quindi consegnato dai nazisti alla polizia italiana. Condannato al confino a Ventotene, fugge l’8 settembre 1943 per tornare a Piacenza, dove organizza un nucleo della nascente Resistenza. Arrestato al ritorno da una riunione a Parma, si salva solo grazie a uno scambio di prigionieri. Diventa comandante unico delle forze partigiane nel piacentino, che dirige dalla montagna. Dopo la Liberazione diventa presidente provinciale dell’Anpi, ma la morte lo coglie in fretta, il 30 settembre 1945, quando la moto su cui viaggia si scontra a un incrocio con un autocarro dell’esercito alleato.
Antonio Carini ha 22 anni nel 1924, quando, preso di mira dai fascisti, abbandona il lavoro di barcaiolo sul Po ed emigra in America. Dopo un periodo a New York, si stabilisce a Buenos Aires: qui trova lavoro come muratore e svolge attività politica, schedato dalla polizia argentina come comunista. Nel ’36 si imbarca per la Spagna, arruolato come sergente nel battaglione Garibaldi delle Brigate internazionali. Diventa presto uno dei commissari politici della brigata Garibaldi e partecipa alla difesa di Barcellona nel gennaio 1939. Terminata la guerra civile, si ritrova internato in Francia e poi consegnato alla polizia italiana. Finisce anche lui a Ventotene, dove viene liberato alla caduta del regime. Nell’ottobre ’43 entra nella Resistenza e prende il comando dei partigiani romagnoli. Catturato dai fascisti, è portato in una delle prigioni più famigerate della zona, dove subisce per sei giorni ogni genere di tortura, finché viene trascinato a Meldola e massacrato nel greto di un fiume.
Ha invece avuto la fortuna di morire nel suo letto Dante Galli, entrato nella storia in modo più visibile grazie allo scatto di Robert Capa. La sua vicenda è simile a quella degli altri piacentini: fuga in Francia nel ’32 dopo un pestaggio ad opera di squadristi, arruolamento nel ’37 nel battaglione Garibaldi delle Brigate internazionali, ritorno in Francia alla fine della guerra civile spagnola, ma senza passare dai campi di internamento. Arrestato nel ’42 e consegnato alla polizia italiana, è mandato al confino a Ventotene e liberato dopo l’armistizio. Partecipa a Piacenza alla nascita dei primi nuclei partigiani mantenendo i collegamenti tra le formazioni della città e quelle della montagna. La buona sorte lo assiste: gira armato, ma non viene mai fermato. Nel dopoguerra partecipa con entusiasmo alle prime forme di associazionismo popolare, come la costruzione della cooperativa del suo quartiere, dove diventa un punto di riferimento per tutti i lavoratori.
Di questi uomini valorosi resta oggi scarsa memoria: qualche monumento, qualche lapide, forse qualche foto ingiallita nelle vetrinette dei soggiorni nelle case dei nipoti. E’ doveroso dunque sottrarli alla polvere e all’oblio.

 

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