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9 Febbraio 2010 | Archivio / Protagonisti

Italo Cinti, il pittore dell’immaginazione

Casalecchio di Reno dedica una mostra a un protagonista della cultura bolognese dagli anni Venti ai Quaranta

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri

9 febbraio 2010

Cari ascoltatori, dal 3 al 21 febbraio il comune di Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna, ospita presso la Casa della Conoscenza un omaggio a un suo illustre cittadino, un protagonista del Novecento artistico italiano che vale la pena riscoprire. Parliamo di Italo Cinti, uno degli animatori del gruppo futurista bolognese, insieme a Athos Casarini, il primo futurista in città, poi emigrato a New York e morto in guerra, Angelo Caviglioni, Giovanni Korompay, Tato, e a tutti gli altri che trasformarono la città più “passatista” d’Italia – come Marinetti definiva Bologna – in quella meglio disposta ad accettare la veemenza intellettuale del movimento.
Cinti, nato nel 1898 a Copparo, in provincia di Ferrara, all’inizio seguì le orme del padre maestro prendendo il diploma magistrale e insegnando nel paese natale per qualche tempo, prima di approdare a Bologna per seguire i corsi di Figura, Architettura e Scenografia all’Accademia di Belle Arti. Qui trovò un clima culturale ancora preda di nostalgie ottocentiste e – appunto – passatiste. Le uniche novità venivano dalle avanguardie, cioè dai futuristi locali, e da alcune figure appartate come Carlo Corsi e Giorgio Morandi, che seguivano una linea di ricerca tutta loro. Diplomatosi all’Accademia nel 1921, Cinti aderì in modo convinto al movimento futurista e decise di stabilirsi a Bologna definitivamente.

Fu lui a trasformare il “Setaccio“, la rivista della Gioventù del Littorio bolognese, in un giornalino più intelligente e aperto alle nuove poetiche post-fasciste, radunando intorno a sé tra il 1942 e ’43 un gruppo di giovanissimi, tra cui Pasolini, Fabio Mauri e Fabio Luca Cavazza. Pasolini vi pubblicò le sue poesie in friulano.
Del futurismo, a Italo Cinti interessava soprattutto lo slancio lirico e spiritualista. Quest’ultimo elemento emerge soprattutto nella ripresa del paesaggio di natura, che il futurismo voleva abolire in nome della preminenza della civiltà urbana e industriale. Nel secondo dopoguerra, Cinti continuò la sua rielaborazione personale delle avanguardie del Novecento seguendo una vena astrattista (con un occhio a Balla e a Prampolini) e surrealista, con opere impalpabili, intrise di una poetica che si rifaceva ai giovanili furori futuristi soltanto in certi dettagli compositivi. I suoi dipinti e disegni sono oggi conservati, tra l’altro, presso la collezione d’arte moderna del Vaticano, la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, la raccolta della Fondazione Lercaro e la collezione del Comune di Copparo.

Cinti non era solo un fine pittore. Ha svolto anche l’attività di critico ed esperto di pittura moderna e contemporanea, tenendo conferenze in tutta Italia e scrivendo per “Il Resto del Carlino” e “L’Avvenire d’Italia”. Ha vissuto con la moglie Maria Talin a Casalecchio di Reno, grosso paese alle porte di Bologna, fino alla morte avvenuta a settant’anni nel 1968, quando stava per cominciare una nuova rivoluzione, di segno opposto a quella futurista cui aveva partecipato da giovane.

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