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Pietro Manodori: se la finanza ha un'etica

Il ricco possidente che fu sindaco e benefattore di Reggio Emilia

Si possono far convivere le esigenze di chi mette da parte i suoi soldi in eccesso e quelle di chi, di denaro, non ne ha mai a sufficienza? Quella che oggi si chiama finanza etica, cari amici e care amiche di RadioEmiliaRomagna, ha delle salde radici nel passato e il protagonista di cui vi raccontiamo la storia lo dimostra. Si chiama Pietro Manodori e il suo nome, a Reggio Emilia, risuona ancora, nonostante sia nato due secoli fa.

Alla fine del Settecento le origini della ricchezza di cui gode la famiglia Manodori sfumano già nella leggenda. Si dice provenga da un mago che, in tempi remoti, aveva nascosto una grande quantità di oro in un anfratto del monte Valestra, nei pressi di Carpineti, e poi era stato lapidato a morte, lasciando in sorte quel tesoro al primo che l'avesse toccato con mano. Comunque sia andata, è certo che gli avi dei Manodori accumularono possedimenti e ricchezze tali da garantire una vita comoda a diverse generazioni della loro stirpe, che mantenne nel suo emblema una mano con tre monete, un'aquila e una stella. Quando Marc'Antonio fa testamento a favore dei suoi figli maschi, lascia indiviso il suo patrimonio, con due esortazioni: evitare qualunque dispersione e "continuare l'elemosina ai poveri".
A mettere in pratica questi inviti sarà soprattutto il più piccolo, Pietro, nato a Valestra il 21 marzo 1817 da Lucia Francesca Cilloni Beretti. Studia nel seminario di Marola, nell'Appennino reggiano, dove resta fino al 1842, quando sposa Angiola Artoni e si sposta nel palazzo di famiglia a Reggio, diventando ben presto uno degli esponenti più convinti del fronte liberale. Seguace dello statista piemontese Camillo Benso di Cavour, considera Francesco V di Asburgo-Este, il duca regnante, una marionetta degli austriaci e aspira all'unità della nazione sotto la guida di una monarchia illuminata. È in tutto e per tutto, insomma, un fautore del Risorgimento.
Mentre Giuseppe, suo fratello maggiore, perde sonno e denaro tra belle dame e carte da gioco, Pietro nel 1852 fonda la Cassa di risparmio di Reggio e per molti anni presiede il Monte di pietà. Il suo attivismo sociale suscita le ire ducali, tanto che solo nel 1860, con la fine del dominio estense e l'avvento dell'unità italiana, può finalmente dar forma a un progetto che ha in mente da anni: adibire il grande Palazzo da Mosto, acquistato a proprie spese, ad asilo in cui accogliere gratuitamente i bambini più poveri e dare loro una prima istruzione.

Nel passaggio concitato dal dominio ducale al nuovo ordine monarchico, Manodori è un punto di riferimento sicuro per i Savoia, che lo nominano sindaco della città. Resta in carica fino al 1872, affrontando i tanti problemi nati dai retaggi del passato ducale e dalle turbolenze del nuovo assetto amministrativo.
Fa selciare le strade e regimare le acque dei canali, stimola le attività manifatturiere e il mercato tessile, dà inizio ai lavori di demolizione delle porte e delle mura urbane. Ma non dimentica la cultura, perché non si vive di solo lavoro: ai cittadini occorrono un teatro, una biblioteca, una galleria di quadri e un museo in cui raccogliere i reperti del paletnologo Gaetano Chierici, che raccontano le ere più lontane.
Ancora oggi, a un secolo e mezzo dalla sua morte, la fondazione della Cassa di risparmio di Reggio Emilia porta il nome di Pietro Manodori. L'asilo che fondò a dispetto del duca ha creato le premesse per la straordinaria rete di scuole per bambini per cui questa città è celebre nel mondo. Di recente la sua storia è stata raccontata a fumetti, anche se, più che un eroe era un uomo del tutto pragmatico, convinto che redistribuire le ricchezze non fosse un'opera di carità per guadagnarsi il paradiso ma una garanzia per convivere bene in questo mondo.

[Il libro a fumetti "Pietro Manodori", con la sceneggiatura di Francesco Vacca, le illustrazioni di Carlo Rispoli e il soggetto di Alberto Guarnieri e Leopoldo Barbieri Manodori, è stato pubblicato dalle Edizioni Segni d'Autore]

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A cura di Vittorio Ferorelli

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