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I ragazzi di Villa Emma

La storia di una settantina di giovani ebrei in fuga dallo sterminio, protetti dalla gente di Nonantola - prima puntata

I protagonisti di questa storia hanno tanti nomi, così tanti che non sarà possibile citarli uno per uno. Per questo, care amiche e cari amici di RadioEmiliaRomagna, conviene forse ospitarli sotto il tetto di una parola sola, che li protegge e li avvicina tutti. La parola è accoglienza.

Nel 1940, a Berlino, la quarantenne Recha Freier, tra grandi difficoltà, si dà molto da fare per rendere possibile ai giovani ebrei tedeschi il viaggio verso la Palestina. Un viaggio che li salvi dalla persecuzione nazista, iniziata negli anni Trenta e intensificata allo scoppio della Seconda guerra mondiale, con l’avvio dei piani di sterminio previsti dalla “Soluzione finale”.
Quando la sua stessa vita è in pericolo, la donna si rifugia in Croazia, dove continua la sua attività fino alla primavera del ’41. L’invasione tedesca della Jugoslavia la obbliga a lasciare Zagabria per un viaggio avventuroso che la porterà a Gerusalemme con un centinaio di ragazzi. Prima di partire, però, Recha Freier ne affida una quarantina a Josef Indig, membro di un’associazione giovanile sionista: hanno tra 6 e 18 anni e provengono da Berlino, Francoforte, Lipsia, Amburgo, Vienna e Graz.

Il gruppo riesce a passare la frontiera con la Slovenia occupata dall’esercito italiano, dove si rifugia in un vecchio castello vicino a Lubiana. Restano qui per un anno, resistendo alle ristrettezze anche grazie agli aiuti della “Delasem”, la Delegazione per l’assistenza agli emigranti, un comitato ebraico che ha sede a Genova. Per qualche tempo i ragazzi continuano ad avere notizie dai loro familiari deportati in varie località dell’Europa orientale annesse alla Germania, poi cala il silenzio totale. Ma è tempo di ripartire: nei dintorni del castello, ora, si fronteggiano militari italiani e partigiani jugoslavi.
La destinazione è Modena, dove la “Delasem” ha come rappresentante Gino Friedmann, che è stato sindaco di Nonantola. Ed è proprio qui che giungono i giovani ebrei, dopo un viaggio in treno via Trieste. Ad accoglierli, il 17 luglio del ’42, è Villa Emma, una vecchia residenza di campagna, vuota e cadente. Nonostante manchi quasi tutto, la piccola comunità si riorganizza, allestendo al suo interno una piccola scuola, un laboratorio di falegnameria, un corso di agricoltura nel parco della villa e persino lezioni di pianoforte.

Nella primavera del 1943 arrivano altri 33 giovani provenienti da Spalato, quasi tutti orfani. Le stanze di Villa Emma contano a questo punto 73 ragazzi e 13 adulti, un vero e proprio collegio clandestino, con abitanti di età e provenienze diverse, in cui non sempre la convivenza forzata è facile. Per allentare la tensione, ogni tanto sono permesse delle uscite, anche se l’entrata in vigore delle leggi razziali emanate dal regime fascista impone molta cautela. Tra i piccoli rifugiati e gli abitanti di Nonantola nasce una rete di solidarietà che si dimostra preziosa all’indomani dell’8 settembre, dopo la capitolazione dell’esercito italiano e l’occupazione tedesca del nostro paese.
In quei giorni così difficili, con le truppe naziste già in circolazione, Josef Indig e Giuseppe Moreali, il medico nonantolano che si prende cura dei ragazzi, decidono di spostarli con l’aiuto del sacerdote don Arrigo Beccari. A piccoli gruppi, cercando di passare inosservati, in parte si rifugiano nel seminario annesso all’abbazia, in parte vengono accolti dalle famiglie del paese, tra contado e centro storico.

Resistono così più di un mese, il tempo sufficiente a organizzare una nuova fuga verso la Svizzera. Tra prove fallite, accordi con i contrabbandieri, tentativi ripetuti e tanta paura della polizia tedesca, alla fine Indig e Goffredo Pacifici, l’ultimo collaboratore della “Delasem” rimasto con lui, riescono a far passare il confine a tutti i ragazzi.
Pacifici, restato in Italia per continuare la sua missione, verrà poi arrestato con il fratello dalla milizia fascista e deportato ad Auschwitz, il più grande complesso di campi di concentramento e sterminio costruito dai nazisti, da cui non sono più tornati, come centinaia di migliaia di altri.

Nel 1964 don Arrigo Beccari e Giuseppe Moreali sono stati inseriti tra i “Giusti tra le Nazioni”, il riconoscimento che Israele tributa ai non ebrei che, a rischio della vita, hanno salvato dal genocidio anche un solo ebreo. Dal 2004 la Fondazione Villa Emma tramanda questo patrimonio etico. L’anno prima il sindaco di Haifa aveva intitolato ai cittadini di Nonantola un parco pubblico, su iniziativa di una delle componenti del gruppo sopravvissuto. Come i suoi compagni, poi disseminati tra la Palestina, gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Jugoslavia, non ha mai dimenticato l’aiuto ricevuto e l’accoglienza di quei mesi, che a loro sono valsi un’intera esistenza.

Per ripercorrere l’intera vicenda e sentire le voci dei protagonisti vi proponiamo l’ascolto del film realizzato nel 2008 da Aldo Zappalà.
 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli, con la collaborazione di Aldo Zappalà

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