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Fra l’Adriatico e il West

Racconto tratto dal libro omonimo di Eraldo Baldini (Ravenna, Fernandel, 2015)

Farsi troppe domande, a volte, non conviene... È l’ironico sospetto che trapela tra le righe di uno dei più di settanta racconti “fuori campo” raccolti dallo scrittore Eraldo Baldini qualche anno fa, quello che dà il titolo al libro. Ringraziamo per la lettura Giovanni Rosa e l’associazione “Legg’io”.

Non ero mai entrato in una clinica psichiatrica, prima. Del resto, a quanto ne so, non ne sono rimaste molte dopo che la legge ha abolito i manicomi. C’è un qualche tentativo di pretesa allegria, le pareti sono dipinte a colori pastello caldi e rassicuranti. Ma le grate alle finestre e le grida che ogni tanto arrivano dalle stanze fanno rabbrividire. Ci sono malati che camminano persi nel loro vuoto, nel loro parlare da soli.
Raggiungo la camera della persona che cerco, un uomo di circa cinquant’anni, per farmi raccontare la sua storia: so che ha spesso momenti di lucidità.
Lo trovo che sta mangiando una pesca, gocciolandosi sulla camicia. Mi squadra a lungo prima di accordarmi un po’ di fiducia, poi comincia a rispondere alle mie domande con tono ora sommesso, ora acuto e nervoso.
Si chiama Antonio Vincenzi, è (era) un antropologo. Qualche anno fa, su indicazione di un suo collaboratore, aveva raggiunto un paesino della campagna romagnola, Bagnago: gli avevano detto, e la cosa non mancava di interessarlo e stupirlo, che ci viveva un personaggio strano, assolutamente degno di una visita e di un’indagine.
Aveva parcheggiato la macchina su una striscia di sterrato, davanti a uno spiazzo erboso su cui, tra gli sguardi ammirati di alcuni uomini, rombava un enorme trattore rosso. Poi si era avviato a piedi su quella che sembrava l’unica strada del paese, a parte alcune carraie che si perdevano tra alte pareti di granturco.
Le case, vecchie costruzioni coloniche non prive di una loro bellezza, erano tutte in fila sulla via. Poi all’improvviso l’aveva vista: una tenda, un teepee, di quelli che non mancano mai nei film western. Davanti a quell’inatteso ricovero, un indiano, con tanto di penne in testa, stava fumando a occhi chiusi un calumet.
Vincenzi, prima che l’uomo si accorgesse di lui, gli aveva scattato alcune foto. Per quel giorno poteva bastare. Aveva fretta e voleva sincerarsi che la pellicola restituisse tutta l’assurdità di quella visione, voleva essere certo che fosse vero.
Era tornato alla macchina ed era corso a Milano, nel suo studio. Da lì aveva inoltrato le foto a un collega che dirigeva un museo storico dedicato ai nativi americani, a Sioux City, nello Iowa, che gli aveva fatto avere una risposta in poche ore: non c’era dubbio, quello nelle foto era un indiano Potawatomi. L’abbigliamento e i disegni sul teepee lo testimoniavano senza tema di errore.
Il giorno dopo, mentre tornava verso il paesino, Vincenzi non smetteva di chiedersi cosa mai ci facesse un indiano dei Grandi Laghi in quel posto. Aveva parcheggiato di nuovo davanti allo spiazzo; il trattore non c’era più, ma i contadini sì, intenti a sfidarsi in una gara di lancio di ferri di cavallo. Ne aveva raggiunto uno che faceva da spettatore e gli aveva chiesto: «Scusi, ma qui da voi ci vive un indiano Potawatomi?».
«Eh?» aveva risposto quello, esterrefatto.

Vincenzi era troppo impaziente per aspettare che la conversazione decollasse. Aveva preso l’uomo per un braccio e lo aveva convinto a seguirlo lungo la strada, fino al teepee del pellerossa che, come il giorno prima, era seduto fuori, e stavolta invece di fumare stava scuoiando un animale.
«Lo conosce quello lì?» aveva chiesto Vincenzi all’agricoltore.
«Certo che lo conosco».
«E chi è?».
«Come chi è? È Gigi!».
«Gigi? Ma quello è un Potawatomi!».
«Noi lo abbiamo sempre chiamato Gigi» aveva risposto l’uomo, perplesso.
«E da quanto tempo vive qui a Bagnago?».
Il contadino aveva fatto spallucce: «Da sempre, a quel che ne so».
«Ma non è certo del posto!» era insorto Vincenzi.
«Ah no? E di che posto è? Da quando mi ricordo io, gliel’ho detto, è sempre vissuto lì, nella sua casa».
«Ma non è una casa, è una tenda!».
«Vabbe’», disse l’uomo, «siamo gente umile, anche casa mia è brutta. Però non c’è mica bisogno di offendere solo perché lei, magari, è ricco e abita in città!».
Vincenzi era più sbalordito e spazientito che mai. «Ma quell’uomo non può essere di qui, le dico! È un indiano dei Grandi Laghi!».
«Boh, magari i suoi erano forestieri, che ne so? E comunque qua non ce n’è, di laghi; c’è solo il fiume, che adesso tra l’altro è quasi in secca. Non è piovuto molto, negli ultimi mesi. D’altronde lo sapevamo che sarebbe successo, perché Gigi, quando ha fatto le previsioni suonando il tamburo, buttando in alto la polvere e bruciando corna d’alce, ce lo aveva detto».
«Cosa?».
«Ce lo aveva detto!»
«Ho capito, ma... insomma, quello fa rituali divinatori tipici degli indiani, e lei sostiene che...».
«Io divinatori non so cosa significa, non sono istruito. Se intende che Gigi fa le previsioni del tempo, allora sì, le fa. Cosa c’è di strano? Tutti stiamo sempre a strologare che tempo farà, siamo contadini».
«Ma... suonando il tamburo e bruciando corna d’alce? Le pare un metodo tipico di queste parti?».
«È tipico sì, perché Gigi lo ha sempre fatto. E poi cosa vuol dire tipico? Ognuno le previsioni le fa a modo suo. Lei lo sa come le preparano quelli della televisione, che tra l’altro non ci azzeccano mai?».
«Non certo gettando polvere e bruciando corna!».
«Davvero? Glielo ha mai chiesto?».
«No, ma...».
«Glielo chieda, e gli chieda anche perché sbagliano sempre. Però quest’anno un errore lo ha commesso anche Gigi: ha fatto la danza della pioggia due volte e non è successo niente. Neanche una nuvola. E dire che aveva sempre funzionato, prima».
«La danza della pioggia?».
«Ehi, ma deve sempre ripetere quello che dico io? Cos’ha, è sordo o lo fa per innervosirmi?».
«Mi scusi, è che non capisco: tutto questo è demenziale, è impossibile».
«Impossibile un par di balle! Gli anni scorsi, quando non arrivavano il vento e le perturbazioni dal Canada, Gigi ballava e zac, subito rannuvolava e pioveva. Se non mi crede, lo chieda agli altri del paese».

L’antropologo aveva gli occhi dilatati. «Dal Canada, ha detto?».
«Sì! Ma lo sa che lei deve avere proprio dei problemi di udito? Si è mai fatto visitare? Mio zio si è messo un apparecchio, un aggeggio infilato in un orecchio. Non è bello da vedere, ma serve».
«Dal Canada...» mormorò ancora Vincenzi.
Il contadino sbuffò, irritato. «Sì, dal Canada. Lei la conosce questa parola, Canada? È un posto».
«Lo so che è un posto! Ma è lontanissimo, cosa c’entra con le perturbazioni che arrivano qui?».
L’uomo si mise le mani sui fianchi. «Lei di dov’è?» chiese.
«Io? Io sono di Milano».
«Ecco, Milano. Anche Milano è lontanissima, però lei è qua a rompermi le scatole. Con cosa è venuto?».
«In automobile».
«Se lei in automobile è arrivato a Bagnago da Milano, perché non dovrebbero arrivarci le nuvole dal Canada? Guardi che le nuvole vanno più forte di un’automobile, se tira vento, e poi in cielo c’è meno traffico, quindi arrivano, eccome se arrivano!».
«Dal Canada».
«Esatto. Passando sui Grandi Laghi si caricano ancor più di umidità, e quando si scaricano sopra di noi piove che Dio la manda».
Vincenzi respirava affannosamente dal naso. «Prima ha detto che non ci sono laghi, qui!».
«Infatti non sono qui. Sono dove son sempre stati, perché non è che un bel giorno i laghi si svegliano con la luna storta e si spostano!».

L’antropologo si passò una mano sul viso, deglutì più volte per calmarsi, poi guardò l’indiano che, imperterrito e all’apparenza incurante della discussione che si svolgeva a pochi passi da lui, continuava a scuoiare l’animale. Un procione.
«Sta scuoiando un procione!», gridò Vincenzi.
«Già», confermò tranquillo il contadino.
«Ma non ci vivono i procioni, qui!».
«No, non ci vivono», confermò l’uomo.
«E allora come fa ad averne uno tra le mani?».
«Quando va a caccia, Gigi prende sempre qualche procione».
La voce di Vincenzi divenne isterica: «Ma se ha convenuto che qua non esistono, i procioni, come fa quello a cacciarli?».
«Ah, ma Gigi è bravo a cacciare. È la sua specialità. Finita la stagione dei bisonti si mette ad andare a procioni e ne ammazza sempre un sacco».
«La stagione dei bisonti? Ma non ci sono bisonti, qua!».
«No che non ce n’è».
«E allora come fa a prenderli?».
«Eh, ma lui è bravo, gliel’ho detto. Segue il volo delle aquile dalla testa bianca che gli indicano dove sono le mandrie».
«Aquile dalla testa bianca? Ma non ce ne sono, qua!».
«No che non ce n’è, ma...».
A questo punto Vincenzi comincia a tremare, il suo racconto si interrompe. Urla. Arriva un infermiere che mi dice di lasciare in pace il paziente, altrimenti si agita troppo e gli devono fare un’iniezione.
Me ne vado, sconcertato. Devo andare a Bagnago, verificare da dove nasce la sua pazzia.

Quando arrivo, parcheggio anch’io davanti allo spiazzo. Non c’è nessuno.
Mi incammino per la strada. Deserta. Poi davanti a una casa vedo un bambino. «Ehi», gli chiedo, «dove sono finiti gli abitanti di questo posto?».
«Sono tutti nei laghi a mettere le trappole per i castori», risponde.
«Laghi?» chiedo. «Ma ci sono laghi, in zona?».
«No» risponde lui, serafico. «C’è il fiume, che è quasi in secca».
«E i castori?».
«Non ce n’è di castori, qua. Mai stati».
Sto per chiedergli: «E allora come...», ma mi fermo. Io in manicomio non ci voglio finire.
Torno svelto alla macchina e parto, col desiderio imperioso di dimenticare tutta questa storia. Divoro le stradine di campagna, poi mi immetto sulla statale Adriatica e spingo a tavoletta. Non vedo l’ora di essere a casa e di prendermi un’aspirina.

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Giovanni Rosa (associazione "Legg'io")

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