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L’affresco di François

Racconto di Roberto Piumini tratto dalla raccolta “Gli sguardi. Sette racconti sulla pittura” (Bologna, Marietti 1820, 2019) - seconda puntata

Scrittore affermato e traduttore, Roberto Piumini è stato anche insegnante, attore e burattinaio. La sua nuova raccolta di racconti ha come protagonista la pittura e come personaggi uomini e donne che a essa hanno dedicato la loro vita, da Piero della Francesca a Tamara de Lempicka. Ve ne proponiamo uno, ringraziando per la lettura Amalia Cosi e l’associazione “Legg’io”.

[Prima puntata]

A ogni richiesta, silenzioso e pallido, François tracciava schizzi su una pergamena, di figure sole o accostate, li modificava, li ritoccava, perché, date le posizioni e gli atteggiamenti fondamentali, molte furono le aggiunte, i pentimenti, le improvvise invidie, i sospetti, dei Baroni: nessuno voleva cedere d’un pelo rispetto al suo ruolo nella commedia dell’affresco, nessuno voleva essere troppo in disparte, o coperto, nella complimentosa parata.
Quando ci fu accordo generale sulla veduta d’insieme, che François mostrò dopo quel bollore, il pittore poté schizzare l’opera sulla parete: ma quelli non cessavano di tornare, in gruppo o soli, a guardare l’effetto dei loro desideri, commentare, denunciare diversità, inaccettabili novità.
François, senza parlare, con tocchi solerti aggiustava ciò che poteva, accondiscendeva, ridisegnava.
I Baroni, vedendo che bastava chiedere, cominciarono a sentirsi più artisti di lui, e a soddisfare, per mano sua, qualsiasi voglia sulla loro figura.
«Più alta quella mano!».
«Più dritta, la schiena!».
«È troppo lungo, il piede!».
«Più corta, quella barba!».
Occorse molto più tempo del necessario per definire il disegno, e, quando poi cominciò la pittura:
«Più rosso il mio mantello!».
«Più aperti, quegli occhi!».
«Bianchissimo, dev’essere quel giglio!».
«Aggiungi un lampo di luce alla mia spada!».
Se gli altri facevano così, figuriamoci il Duca, che in nessun modo voleva apparire meno prestante, o ben disposto, dei suoi inferiori: in quell’opera, François perdeva più capelli che peli i suoi pennelli.
Sebbene alla fine ci fosse, di suo, solo l’azzurro del cielo e il verde della campagna sullo sfondo, l’affresco riuscì bello, anzi bellissimo, perché talmente bravo era il pittore, che avrebbe faticato di più a farlo brutto, nonostante la pochissima libertà.
Dopo mille modifiche l’opera terminò, con figure nette ed eleganti, gesti precisi, espressioni intense e vive. L’immagine dell’Imperatore, che più delle altre aveva guadagnato del tocco di François, si drizzava al centro in una veste d’oro e porpora, così grave e commossa da sembrare dolente.
Il Duca e i Baroni non si stancavano di ammirare, commentare e lodare, perché, per il dono dell’arte, sul dipinto l’effetto era migliore di quello che, coi loro consigli, avevano desiderato: accadde anzi che, guardando e compiacendosi, ciascuno prese a pensarsi, a immaginarsi, non come era in effetti, ma come il pittore l’aveva ricreato.

IV.

L’affresco copriva gran parte della parete, fino a un’altezza di doppia statura umana, tanto che per finire la parte superiore, François fece montare un palco di legno che correva tutta la larghezza del dipinto.
«Ora, Duca, la pittura fresca non deve essere più toccata» disse il pittore a inizio ottobre. «Anzi, perché la polvere non s’attacchi, gli insetti non sporchino, e le tinte non perdano pronuncia, bisogna proteggerlo nel modo che spiegherò».
Preoccupatissimo della perfezione del suo omaggio, il Duca ordinò che le richieste del pittore fossero eseguite. Un pesante telo fu appeso al bordo esterno del palco, a mezzo metro dalla parete dipinta, e una guardia fu incaricata di sorvegliare che nessuno, tranne François, si avvicinasse a sbirciare, o smuovere. All’inizio, contro la noia, quel guardiano s’infilava a sbirciare, ma il poco che vedeva, e il rischio della manovra, lo fece presto smettere del tutto.
Anche il Duca e i Baroni si stancarono del modo complicato e poco illuminato della guardata, e più nessuno mosse il gran telo che proteggeva l’opera.
Dopo una settimana, verso sera, François si presentò con una lampada, e disse alla guardia:
«Questa è ora adatta per il controllo, perché la lampada ravviva il disegno e mostra meglio i difetti: tieni discosto il telo, mentre entro a osservare».
La guardia, contenta del diversivo, prese un lembo e lo sollevò, allontanandolo quanto bastava a fare spazio, là sotto, al pittore, che andava osservando con la lampada le parti dell’affresco.
L’ispezione durò una mezz’ora, ma ne seguirono altre. Ogni volta François si fermava un tempo breve, muovendosi dietro il telo con la lampada, che creava nel salone buio, attorno alla guardia reggitrice, apparenze spettrali. Poi il pittore usciva, e diceva:
«Grazie, buon guardiano: e mi raccomando!».
Interrogato su quei controlli, di cui era informato, dal Duca, con gli altri impegnato a preparare la visita dell’Imperatore, François rispondeva:
«Asciuga, signore, asciuga alla perfezione. Ma occorre mantenere la copertura: più starà, maggior freschezza e magnificenza avranno le figure e i colori».
Nel dare quelle notizie, sembrava aver del tutto dimenticato la cattiva maniera in cui la cosa era iniziata, come fa il buon artigiano che si affeziona all’opera, e ad altro non bada.
Così rassicurato, il Duca poteva occuparsi di ogni preparativo: carpentieri, pulitori, falciatori, potatori, stallieri, giardinieri, tappezzieri, cuochi, danzatori, cantori, musicisti, sarti, fabbri, confessori: ogni genere di operante si dava da fare per abbellire ogni cosa, paesaggio, edificio, animale, persona, nel castello, nel giardino. Anche nei dintorni si aggiustava, puliva, addobbava: mai il Ducato era apparso così splendente.
«Proprio così, Conte» disse una sera François, passeggiando per i giardini rinnovati con Ovaldo, che si compiaceva di parlare con lui di pittura e altre questioni. «Proprio così usava nella gloriosa Roma, e a Babilonia, e in Egitto: i dipinti e i mosaici dedicati al Re, al Faraone, all’Imperatore, venivano scoperti al momento stesso del suo arrivo, e così la sorpresa, l’apparizione, moltiplicavano il valore dell’omaggio».
Quella sera, cenando col Duca, Ovaldo non mancò di farsi bello di quell’erudita informazione, e consigliò di imitare gli antichi, maestri insuperati di grandiosità: e il Duca, trovando il suggerimento proficuo, accettò.

V.

Giunse, a fine mese, il giorno atteso.
Alla testa di un corteo di nobili e cavalieri, il Duca raggiunse il confine del ducato per incontrare, salutare, riverire e accogliere l’Imperatore, che giungeva dai feudi vicini con gli occhi annoiati di bellezze, danze e inchini, il ventre pieno di ogni tipo di leccornie, le orecchie conciate da elogi, musiche e canti, e fece pertanto pochi cenni di benevolenza, brevissimi sorrisi, attraversando le terre ripulite e festanti, vedendo le greggi tosate, i villani vestiti a festa, le case ripittate, ascoltando gli evviva e le chiese scampananti.
Anche il castello, che brillava come una torta di cristallo, non gli diede emozione, né trattenne gli sbadigli alle musiche, alle parate di cavalieri, alle sfilate di dame, alle cerimonie che l’accolsero nel giardino strafiorito.
Al Duca e ai suoi non sfuggiva quella noia, del resto prevista, ma non se ne spaventavano, perché quello non era che l’antipasto, e sapevano che più consueti apparivano quei primi omaggi, più straordinaria sorpresa avrebbe generato la visione improvvisa dell’affresco.
«Vedrete» si bisbigliavano i Baroni. «Vedrete che salti, al piatto forte!».
Dopo le accoglienze all’aperto, tutti entrarono nel salone e sedettero di fronte alla parete velata, su una fila di scranni.
Al centro, per l’Ospite, un trono di nero noce bordato d’oro.
Nonostante gli sbadigli dell’Imperatore, non mancarono i discorsi, i prolegomeni, le dedicazioni, durante i quali, in retorica cospirazione, i parlanti accennavano all’opera misteriosa, all’imminente visione, annunciando la somma delle bellezze: e c’era, in quegli indugi, oltre l’astuzia del banditore, il gusto dell’attesa, il goloso rimando del piacere.
Nessuno, s’intende, delibando la promessa, accennava al lavoro del pittore. Nessuno aveva pensato di invitarlo alla cerimonia, nessuno badava alla sua assenza, e a nessuno importava.
Alla fine, quando persino l’Imperatore, a simile pompa di annunci, smessi gli sbadigli, indugiava con sguardo incuriosito sulla velata parete, il Duca fece un gesto trionfale, e allo squillo di quattro trombe, due valletti recisero di colpo i canapi di sostegno del telo, e il gran sipario precipitò con fragoroso fruscio, scoprendo l’affresco.
Il Duca e i suoi sodali, sfiorarono con gli occhi il dipinto poi li portarono sull’Imperatore, per non perdersi la stupefazione, il trasecolìo, il compiacimento, l’ondata di gratitudine che lo avrebbero invaso. Ma lui, dopo un perplesso giro di sguardo sull’affresco, corrugò aspramente la fronte, e terribilmente tuonò:
«Cooooosa?».
Tutti si voltarono, spaventati, verso il lavoro di François, che a primo vedere sembrava quello conosciuto, con le magne figure, i colori vivi, l’animata complessità: ma, guardando meglio, si notavano differenze.
La mano del conte Ovaldo non porgeva un bianchissimo giglio, ma reggeva una lunga spada sottile, con la punta ficcata nell’epa imperiale. Le braccia sollevate del barone di Guarchel non esprimevano sorpresa e meraviglia, ma stavano per scagliare pietre sulla testa dell’Imperatore. Il marchese di Conguard, inginocchiato, non infilava lo stivale all’Imperatore, ma conficcava nel suo piede nudo, con un martello, un lungo chiodo da maniscalco. Il Barsavac, là dietro, non alzava il verde vessillo imperiale, ma un nodoso randello.
Per finire, la corda che il Duca estasiatamente tirava, non aveva appesa una campana d’oro, ma girando attorno alla trave tornava giù e stringeva a cappio il collo dell’Imperatore, la cui espressione, rimasta quella di prima, non esprimeva ormai la grave dolenza dell’autorità, ma il fiero terrore, e dolore, per tutti quegli assalti e tormenti.
Il silenzio era tremendo.
Poi, mentre le labbra del Duca, che aveva sì, adesso, dopo logiche deduzioni, cercato con gli occhi l’assente pittore, balbettavano l’inizio di una spiegazione, l’Imperatore, per la seconda volta, guardandolo, tuonò:
«Cane, e servi del cane, invidierete i porci scannati!».
La furiosa promessa fu mantenuta: in un fuggi e piglia di strilli e sangue, Duca e Baroni, e altri in sovrappiù, furono sistemati dalla guardia imperiale in modo definitivo. Il castello fu bruciato, il Ducato smembrato, e le parti giocate a dadi dai feudatari vicini. Il casato si estinse, e persino il nome scomparve dalla mappa dell’impero.
Solo uno si salvò. Lo scaltro Ovaldo, allo scoppiare della tempesta, s’era avvolto in una tenda strappata, fingendosi frate del seguito imperiale, ed era fuggito, mettendosi subito alla ricerca di François, per pagargli quell’opera.
Ma ancora oggi non l’ha trovato, perché il pittore, monaco vero, si era ritirato in un convento dei Pirenei, sotto l’alto Canigou, a dipingere fiori e farfalle, acqua e luna, frutti e greggi, prendendo ordini solo dalla sua arte, e dal Creatore.

[fine]

Note

A cura di Vittorio Ferorelli (Istituto Beni Culturali Regione Emilia-Romagna). Lettura di Amalia Cosi (associazione "Legg'io")