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L'amico di Leopardi

Testo tratto dal romanzo omonimo di Mauro Curati e Isabella Fabbri (Bologna, Pendragon, 2019)

Bologna, 1825: due giovani “forestieri” diventano amici condividendo le passioni e le paure di un’epoca in cui il libero pensiero non è visto di buon occhio. Uno dei due è già il poeta dell’infinito, l’altro è il narratore della loro avventura, romanzata a quattro mani dai giornalisti scrittori Mauro Curati e Isabella Fabbri. Ringraziamo Marzio Bossi e l’associazione “Legg’io” per la lettura.

Prologo

Faenza, Il Poggetto, dicembre 1879

Conobbi Leopardi a Bologna negli anni Venti. Allora ero ingenuo e appassionato come solo i giovani sanno essere. Volevo cambiare il mondo anche se non sapevo come. Volevo cambiare l’Italia, che sognavo finalmente liberata dall’asservimento straniero. Ma il nostro tempestoso secolo era ben lungi dall’aver raggiunto questi obiettivi. Mazzini, il nostro apostolo, l’uomo coraggioso e affascinante che, come un pifferaio magico, ci avrebbe chiamato a raccolta qualche anno dopo nella Giovine Italia, era ancora di là da venire. Nell’attesa che qualcosa accadesse io e tanti altri giovani vivevamo un’effervescenza contagiosa, fatta di sogni e di ribellioni, di discussioni e di ideali eroici.
Il conte Giacomo aveva qualche anno più di me ed era un uomo educato e gentile. Coltissimo, mostrava una certa compassionevole benevolenza nei confronti della mia ignoranza e della mia intemperanza. Io cercavo di convincerlo della necessità di un risveglio nazionale che riscattasse il nostro destino di nazione irrisa e non riconosciuta dalle grandi potenze d’Europa. Lui seguiva altri pensieri, altri interessi. Sorrideva, mi ascoltava, ma poi cambiava discorso.
Bologna al tempo era una città all’apparenza ospitale, ma sovente fredda e opaca come l’ombra spessa dei suoi portici. Io venivo da Faenza, ero studente e avevo in tasca lo stretto necessario per vivere. Tra le virtù supreme della mia famiglia c’era infatti quella di praticare una sobrietà che rasentava la taccagneria. Per questa ragione frequentavo poco i teatri e i caffè. Con i compagni che mi affiancavano negli studi preferivo andare per osterie oppure mi chiudevo nella mia camera in affitto a leggere e fantasticare.
Non erano tempi facili per farsi strada nella vita. Provenivo dall’ambiente tranquillo e protetto di una città di provincia. Le mie poche conoscenze erano circoscritte alle abitudini di una famiglia relativamente benestante. Senza esperienza del mondo, mi trovavo immerso in una città piena di spie e di delatori, di ipocrisie e di servilismi, di tradimenti e di genuflessioni, dove tutti i fatti che avvenivano alla luce del sole avevano sempre un imperscrutabile risvolto oscuro e una umida e fredda verità sotterranea. Quei giorni oggi sembrano incomprensibili. Ma ci sono stati e questa è la storia che mi accingo a raccontare.

Io e Leopardi diventammo amici per caso. Un vecchio zio prete, che aveva avuto modo di conoscerlo, non potendo venire personalmente a portargli i suoi omaggi, mi aveva incaricato di recapitargli una lettera. Il conte alloggiava in Strada Santo Stefano. Lo trovai piccolo, sottile, un po’ a punta, nel senso che la sua fisionomia era puntuta come può esserlo quella di certi uccelli di palude. Era vestito di scuro, gli occhi celesti e la voce sottile, ma chiara. Frequentava gli ambienti letterari della città ed era molto stimato come erudito e studioso delle antichità classiche. Io ero studente di scienze agrarie alla scuola di Filippo Re e dunque non avevo familiarità con il mondo delle belle lettere.
Feci quindi la mia ambasciata con cortesia, convinto che non ci saremmo rivisti mai più. Invece lo incontrai qualche sera dopo sotto i portici. Quel pomeriggio aveva piovuto. La temperatura era scesa e per le strade c’era poca gente. Leopardi mi riconobbe e mi invitò a proseguire con lui per una passeggiata. Attraversammo una piazza alberata e ci sedemmo su un muricciolo a fiutare tabacco e a parlare della nostra vita. Scoprimmo così il nostro amore per la terra e la comune infanzia in campagna. Parlammo di Recanati e del mare Adriatico che si scorge in lontananza, celeste e mansueto. Della mia Faenza e delle corse sulle colline. Mi raccontò del suo girovagare per i campi con la sorella e il fratello. Di come gli piacesse gettare le pesche e le prugne dentro un secchio che immergeva nei pozzi per mangiarle fresche. Fu anche per quei discorsi di ragazzi in quella notte bolognese che ci ritrovammo amici.
Iniziammo a frequentarci e a fare lunghe passeggiate. Andavamo per le vecchie mura oppure verso gli orti dalle parti delle Lame. Spesso ci spingevamo fino alle prime colline. La sua erudizione era sorprendente. Mi parlava di scienze, di letteratura, di poesia e anche di politica, anche se mostrava sempre una certa riluttanza nell’affrontare questo argomento. Mi raccontava delle sue serate nei salotti delle nobili famiglie bolognesi. Oppure dei suoi progetti letterari e filologici. Spesso discutevamo di donne.
Sono passati più di cinquant’anni da allora e pensare a lui mi procura ancora un misto di gioia e di tristezza. Negli anni che seguirono al nostro comune soggiorno bolognese continuammo a scambiarci qualche lettera in cui ci assicuravamo della nostra reciproca esistenza, ma fu un grande dolore – all’epoca vivevo ancora lontano dall’Italia – quando mi giunse la notizia della sua morte a Napoli.
Fu in quel momento che capii veramente quanto la sorte fosse stata benigna nel farmi incontrare una persona così eccezionale. E adesso che la sua fama si va facendo sempre più solida e certa e il suo valore è riconosciuto ovunque, mi sento in dovere di raccontare un episodio di quegli anni appassionati che ci coinvolse entrambi. Perché il conte Giacomo Leopardi mi ha salvato la vita.

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Autunno/Inverno 1825

Capitolo 1

A ridosso delle mura di Bologna, a ovest della città, tra porta San Felice e porta Pia passa un tratto del Reno. Non è il corso d’acqua principale. Quello scorre più lontano. È un braccio secondario e artificiale che entra in città, si infila sotto due grate di ferro, forma una piscinetta molto gradita in estate, e infine sparisce sotto un voltone riaffacciandosi poco oltre, in via della Madonna della Grada o via Dietro Reno. Sono acque tranquille, non troppo profonde, contenute da un argine in pietra a gradoni facilmente accessibile dalla strada e sul quale a ogni ora del giorno, d’inverno come d’estate, si succedono le lavandaie che battono e sciacquano i panni delle signore bolognesi.
Io e Leopardi nelle nostre passeggiate ci capitavamo spesso. Attraversavamo Piazza Maggiore, costeggiavamo il Palazzo Pubblico e il grande Nettuno nudo in mezzo ai voli dei piccioni, proseguivamo per la via dei Vetturini, per poi infilarci in Strada San Felice fino a incrociare la chiesa dei Padri della Carità nelle cui vicinanze fluiva il canale. Seguirlo era piacevole. La strada che lo affiancava era allegra, colorata, piena di gente, di grida e di richiami che andavano da una sponda all’altra. L’abitava una folla di garzoni, di donne e di bambini in un incessante via vai di carretti e carriole. L’atmosfera era popolare, allo stesso tempo cordiale e rumorosa. L’acqua, di un verde intenso, procedeva tra due file di case e verso l’imbrunire l’odore del cibo che si spandeva dalle cucine mi faceva venire in mente la casa dei miei genitori, l’ora in cui rientrava mio padre, accolto al suo apparire oltre la collina da Lampo, il nostro cane, che gli correva incontro, mentre la vecchia governante Adalgisa gridava dalla finestra: «È arrivato il padrone. A tavola».
Quel giorno io e il conte Giacomo rientravamo da una passeggiata all’arco del Meloncello, esattamente là dove il portico inizia a inerpicarsi verso il santuario di San Luca. Le nostre discussioni spaziavano su tutto. Quel pomeriggio in particolare avevamo dibattuto sulla posizione delle stelle e sulle orbite dei pianeti. Il conte amava la scienza. Sosteneva l’esistenza di altri mondi. Mi pare affermasse con placida certezza che Giordano Bruno era stato bruciato sul rogo perché il suo pensiero era troppo coraggioso e profetico per la dottrina allora imperante.
Erano argomenti ancora pericolosi. A quei tempi lasciarsi andare a certe considerazioni era sconsigliabile. Un’imprecazione o un giudizio avventato potevano costarti una convocazione negli uffici della polizia. Bologna del resto, sotto il governo del papa, era una città torbida. Un covo di spie. Ricordo la vicenda del povero Piero Maroncelli, arrestato cinque anni prima dei fatti che racconto e sparito nelle carceri austriache per una lettera spedita al fratello Francesco, a quel tempo studente proprio a Bologna, e intercettata dai papalini.

Stanchi per la camminata decidemmo di fermarci da Bernagozzi per un bicchiere di vino. Era l’ex fattore di mio padre e gestiva una mescita non lontano dalla Grada. All’altezza della chiesa di San Valentino e Santa Maria ci appoggiammo al parapetto di pietra che affacciava sul canale.
Fu Leopardi ad attirare la mia attenzione: «Guarda Giovanni» disse, «una donna ha dimenticato un panno nell’acqua».
Un pezzo di tela chiara galleggiava infatti vicino alla riva, come se si fosse impigliato nel graticcio di ferro. La luce a quell’ora non ci era d’aiuto. Il crepuscolo era da poco passato e la sera stava avanzando. Una lavandaia distratta poteva benissimo aver dimenticato un capo. Di fianco però, osservando meglio, si intravedeva il dorso di una mano e poco oltre, sforzando lo sguardo, la corona ondeggiante di capelli di una testa riversa nell’acqua. Un morto. Un morto annegato.
Che fare? Ci guardammo allarmati.
Tirar fuori dall’acqua quel povero corpo non sarebbe stato facile.
Le sponde in quel punto non erano alte, ma scivolose e ripide. E poi a che pro? Avremmo dovuto denunciare l’accaduto, ma ci rendemmo subito conto che non avevamo nessuna voglia di essere coinvolti in inchieste e interrogatori. Meglio lasciare che fosse la luce del giorno ad avvisare i gendarmi.
Dalla strada non proveniva nessun segno di vita. A toglierci ogni incertezza giunse il rumore di una pattuglia impegnata nel suo giro di ronda. Senza parlare e pieni di turbamento preferimmo dunque proseguire, tuffandoci nelle ombre lunghe di un portico che si apriva poco più avanti.
A quei tempi incappare in un cadavere non era un evento eccezionale. Bologna, come tutte le città, era piena di morti ammazzati. Si rendeva l’anima per mille motivi e la polizia faceva quel che poteva. Spesso chiudeva un occhio. Ma se due gentiluomini non troppo ossequiosi con le autorità si fossero trovati invischiati in qualche fatto di sangue, ecco che sarebbero iniziati i sospetti, le convocazioni e magari avremmo potuto ritrovarci per qualche giorno nelle carceri del Torrone, ospitate all’interno del Palazzo Pubblico.
Pensando a tutto questo preferimmo tornarcene a casa e all’altezza delle due Torri ci separammo, augurandoci in fretta la buonanotte.

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Marzio Bossi (associazione "Legg'io)

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