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6 Agosto 2015 | Racconti d'autore

Anche questa è Bologna

Testo di Danilo Masotti tratto dal libro omonimo (sottotitolo: “101 profili di bolognesi contemporanei dalla A alla Zdaura”, Bologna, Pendragon, 2015)

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

Danilo Masotti, detto “Maso”, scrittore, blogger e cantante bolognese, ha compilato una guida tragicomica ai tipi antropologici che abitano all’ombra delle Due Torri…

Biolognesi

Basta junk food, basta spaghetti alla bolognese, tortellini alla panna, lasagne, cannelloni, tagliatelle condite con sugo dozzinale estratto da manzi malati, con le afte. Lo vedete o no “Report”? No? Guardatelo, guardatelo, così capite una volta per tutte cosa mangiate ogni giorno.
Figli di un bio minore, sempre più petroniani hanno cominciato a mangiare bio, a comprare prodotti bio a chilometro zero, ad allevare animali da cortile bio, a usare cosmetici bio, a scaldarsi con la legna e a costruire pinocchi bio, a fare la spesa dal contadino e tornare a casa con le scarpe infangate o sporche di letame bio. È un ritorno agli orti urbani bio, si costruiscono baracche di legno lungo i bordi della tangenziale, le si ricoprono di pannelli solari e, affamati e folli di salutismo monomaniacale, c’è pure chi si avventura nel lancio di start up innovative a tema bio, sporcandosi le mani con i prodotti della terra che dà molta più soddisfazione che stare tutto il giorno chiusi in casa attaccati a un computer.
È questo che fanno ogni giorno i biolognesi, attentissimi alla scelta dei prodotti che acquistano e pronti a puntare il dito contro chi osa portare, anche solo per una sera, i cinni al McDonald’s invece che da Eataly, o in qualsiasi ristorante bio dove in cucina ci sono delle zdaure di novant’anni o delle tipe con le Birkenstock ai piedi che hanno fatto il corso da sfoglina alla Vecchia Scuola Bolognese e fanno da mangiare come una volta. E guai a non apprezzare il tofu, il kamut, il seitan, la soia e le birre artigianali dal sapore di calzino (bio).
Essere bio a Bologna è una fede e, grazie alla catechizzazione bio, è sempre più facile sentirsi in colpa mentre si sta addentando una mortadella industriale, un pollo di plastica con o senza fischietto, un’insalata di cartone o mentre si sta pelando della frutta incellofanata, non geneticamente controllata.
“Non mangi bio? Pentiti!”.
Il messaggio è chiaro.
Adeguarsi o far finta di niente e continuare ad avvelenarsi.
Intanto lungo i ponti e i cavalcavia della tangenziale appaiono le prime scritte “BIO C’È”.
Io ci voglio credere.

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Caldisti

“Oh, è arrivato il caldo!”.
“Era ora”.
“Beh sì, dai… oh ciao!”.
“Ciao”.
Segue rumore di ciabatte che si allontanano sotto il portico.
Infradito, per la precisione.
La mente sudata fradicia torna agli anni precedenti e rievoca nomi terribili e spiacevoli quali Scipione, Caronte, Lucifero, Etrom o la gettonatissima frase contemporanea: “Un caldo così non lo faceva dal duemilatré”.
E via coi ricordi.
E via col sudore.
Il caldista o, meglio, l’allertacaldista bolognese ama ricordare quando e quanto faceva caldo con aneddoti sempre uguali e adora fare roventi paragoni tra le diverse tipologie di afa alle quali i suoi concittadini sono sopravvissuti.
Gli allertacaldisti di una certa età più al passo coi tempi, sin dalle prime ore della mattina, affollano i centri commerciali e, come bastoncini di pesce, si godono impanati il refrigerio dell’aria condizionata, conquista moderna di questi anni di crisi che, se confrontati al periodo della Seconda guerra mondiale, non si sta poi così male.
Ogni anno è così.
Ogni anno l’allertacaldista dice: “Sì, perché il problema di Bologna non è tanto il caldo, ma l’umidità”.
Standing ovation.
E tutti a fare sì con la testa e a sfogliare opuscoli a cura del Ministero del Sudore e della Puzza di Piedi:

– Uscire di casa, possibilmente in bici senza cambio, tra le undici e le quindici. Se calvi, non indossare cappelli se non in feltro.
– Indossare camicie di flanella, scarpe col pelo e gabardini.
– Bere molto quando si esce in macchina, possibilmente vino bianco e, se possibile, assumere (con contratto a tempo determinato) psicofarmaci.
– Riempire l’ambiente domestico e quello di lavoro di secchi pieni d’acqua e ricordarsi di annaffiare le piante con l’acqua del pesce rosso che d’estate sbianca.
– Climatizzatori: occorre utilizzare alcune precauzioni e posizionare la temperatura tra i 6° e i 15°. Se in casa ci sono anziani o bambini di età inferiore ai 3 anni, si consiglia di sincronizzare la temperatura con l’età del bambino (esempio: bambino di due anni, 2°).
– Bere molti liquidi, mangiare molta frutta e verdura, non bere alcolici quando non si guida e, al calare delle tenebre, fare la cacca davanti alla porta del vostro vicino di casa o degli inquilini dei piani superiori. Se avete un giardino, di notte scendete a fare la pipì vicino a un albero oppure fatela in strada vicino ai cassonetti che fa molto bio.
– Mangiare molto, soprattutto insaccati, e porre attenzione alla conservazione domestica degli alimenti.
– Usare il potere rinfrescante dell’acqua e attaccare la Kamcatka, anche se si dispone di un solo carrarmatino.
– Conservare correttamente i farmaci, metterli in fila, possibilmente a portata dei bambini; andare in terrazza sotto il sole e giocare a briscola assumendo farmaci fatti scegliere a caso dal componente più giovane della famiglia.
– Prestate attenzione alle persone a rischio, non parlate con loro e in caso di contatto fisico usate dei bastoni. Mai le lame.

Alla fine, l’allertacaldista prende l’opuscolo, lo getta nel bidone del rusco e, incurante dei saggi consigli del Ministero, continua ad affrontare l’allerta caldo bolognese facendo di testa propria, ma cercando di terrorizzare il più possibile chi gli sta intorno.

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Paciugoni

Non c’è nulla di più inutile, narcisista ed egotico, individualista e consumista, omologante e conformista che imbrattare con il proprio tag tutto quello che capita a tiro di spray.
Signore e signori, vi presento i paciugoni, gente che si sfoga sulle colonne del centro con i propri scarabocchi, deturpando la città e facendo girare l’economia sommersa degli sguratori, ovvero quelli che puliscono.
Solo da noi ‘sta roba, con un ritardo di quarant’anni, passa ancora come “cultura” urbana antagonista, in realtà ci troviamo di fronte a persone che non sanno disegnare e che, invece di farsi delle sane pugnette, scaricano vernici a più non posso sulle pareti immacolate.
Non confondiamoli con i graffitari, alcuni dei quali riconosciuti a livello internazionale, qui si parla di scarabocchisti, di taggatori che andrebbero puniti severamente, catturati e rinchiusi per sei mesi in un istituto gestito da suore dell’ordine delle Pennellesse, e corretti.
In questi luoghi i paciugoni finirebbero sotto le grinfie di Suor Portico, che li educherebbe al rispetto e all’ascolto dei muri che, anche se non parlano, raccontano la storia della città. E ne hanno da raccontare.
Tre mesi così e poi tutti sotto le grinfie di Suor Cinghiale che insegnerà la storia e l’uso dei pennelli.
Finito il trattamento, tutti a sgurare gratis.
Vedi, te, che ti passa la voglia di paciugare i muri.

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Umarells

Gli umarells sono un elemento fondamentale di Bologna e ancora oggi c’è chi crede che questi individui che ogni giorno si vedono in giro per la città con le mani dietro la schiena siano solo gli anziani e i vecchi pensionati.
Niente di più sbagliato.
L’umarellismo è uno stile di vita.
Certo la data di nascita impressa sulla carta d’identità aiuta, ma essere umarells è molto, molto di più.
Il vero umarell si sveglia la mattina presto, fa colazione con pane e caffellatte, si lava, si rade usando il rasoio e la schiuma da barba, mette una maglia della salute, calzini corti, scarpe, ed esce indossando la prima cosa che gli capita a tiro. Fondamentale il berretto per proteggere la testa dal freddo d’inverno e dal sole in estate.
La città è sua.
L’umarell, di natura puntuale, deve sempre essere il primo della fila (Posta, Banca, INPS, Coop…), non importa quale, e va a fare la spesa a piedi o in bicicletta, con le sportine riciclate attaccate al manubrio. È il caso del cooparell, che paga in contanti e mai con il bancomat, che non possiede.
Poi c’è l’umarell che va al bar senza comprare nulla o al circolo a giocare a carte e a leggere il giornale controllando la pagina dei necrologi, c’è quello che sta tutto il giorno seduto su una panchina al parco o al centro commerciale, c’è quello chiuso in cantina o in garage a rimettere in vita oggetti recuperati dal bidone del rusco, c’è quello che annaffia le piante nell’orto vicino alla tangenziale, c’è quello che aiuta le persone a parcheggiare, c’è quello che è stato testimone di un gran busso e fornisce ai gufi una sua versione sulla dinamica dell’incidente, c’è quello che si sposta in autobus (gli umarells preferiscono il mezzo pubblico all’auto, che cambiano un paio di volte nell’arco della vita), c’è quello che va dal dottore e chiede: “Chi è l’ultimo?” (nessuno ha mai il coraggio di rispondergli: “Tu”), c’è quello che va volentieri a fare gli esami del sangue o dei controlli e infine c’è quello attratto dai lavori stradali, dalle ruspe e dai cingolati, che osserva gli operai per criticarli e per carpirne i segreti.
Queste sono le mattine e i pomeriggi tipici degli umarells, poi arriva la sera e, tra le diciotto e le diciannove, massimo, tutti a tavola a mangiare la minestra in brodo, guardando i quiz in tv o qualche telegiornale locale (si narra che ne vedano cinque al giorno e che, per colpa del digitale terrestre e del decoder, facciano fatica a trovarli) e le previsioni del tempo.
I più nottambuli vanno a una riunione di condominio a polemizzare (senza mai venire alle mani) o guardano programmi da indivanados tipo “Ballarò”, altri fanno le parole crociate facilitate, e vanno a letto presto. La mattina dopo racconteranno di non aver dormito e di soffrire di insonnia.
Questo e altro sono gli umarells, pilastri della Bologna del passato e del futuro che non di rado mantengono figli e nipoti ai quali, tra un racconto di fame e miseria e l’altro, regalano soldi e mai giochi, nella speranza di un futuro migliore.

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Zdaure

Zdaure, arzdore, zdore, reggitrici.
Dietro un grande umarell, c’è sempre una grande zdaura.
The dark side of the umarells, sono loro le reggitrici della casa e del ménage familiare che con il telecomando pilotano i compagni di vita fuori di casa e se ne sbarazzano, perché averli tra i maroni tutto il giorno è pesa.
Regine della casa, spolveratrici di soprammobili, lavandaie, stiratrici, grandi utilizzatrici di lucidatrici, terrorizzate dal decoder e dal digitale terrestre, radioamatrici, telefoniste e soprattutto cuoche.
Altro che “MasterChef”, altro che complicazioni alimentari, altro che bio. Poche ricette, rodatissime, untissime, ma buone.
Chi ha la fortuna di avere una zdaura nel giro del proprio parentado, col cavolo che va al ristorante dove “si mangia bolognese”. Ecco spiegato il successo dei ristoranti indiani, cinesi, giapponesi dove si va per diversificare. La cucina della zdaura di riferimento è sempre la migliore. Punto.
Viva le zdaure che con i loro trolley, invece di prendere aerei, vanno nei mercatini rionali o alla Coop a fare la spesa, intasando le file alle casse coi loro borsellini pieni di spicci.
Viva le zdaure che si muovono in autobus e ogni venerdì mattina vanno in piazzola “che ci sono le bazze” e al pomeriggio alla messa vespertina a mettere degli spicci dentro una fessura e accendere una candela per il marito che le ha lasciate sole a reggere la casa, perché le zdaure sono come quelle pile bicolori della pubblicità col coniglietto, che lo carichi, parte e non si ferma mai. Durano di più.

Brano corrente

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