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L'Appennino

Poemetto di Gaetano Arcangeli tratto dal volume omonimo (Padova, Rebellato, 1958)

Poeta e scrittore appartato, poco noto nonostante la sua qualità, Gaetano Arcangeli ha a lungo insegnato italiano in un liceo di Bologna, la città da cui partiva per le sue puntate verso la Romagna paterna o per le escursioni a piedi sull’Appennino, a cui è dedicato il poemetto che vi proponiamo. Un omaggio a tutti i camminatori poetici come lui: quelli che non dominano la montagna ma la salgono con umiltà e la rispettano.

I
Una nuvola antica   si è affacciata a un crinale,
la spinge un vento che non è di qui,
ma che si vede, là,   radere arbusti ed erbe
nel triste abbrividire del tramonto;
appare di uno stanco   colorito aranciato
e si sfila nei margini, cenciosa,
lasciando lembi squallidi   grigiastri per i gioghi.
Si è affacciata di là,   dal versante ora muto,
dalla parte di dove   giungevano notizie
attese, liete o tristi,   da terre di emigranti;
ora essa è la notizia ultima a giungere,
illeggibile ormai, se qui non resta
altro che attesa inerte   e cieca solitudine.

Anch’io mi affaccio, ignorato ed inquieto,
vento o nuvola, qui, sulla «Vallaccia»
(è il nome che le ho dato   per triste confidenza),
in quest’ora che il cuore,   se vaga, invade il brivido
che là squassa le erbe   sul crinale deserto.
Ora non vedo più, laggiù nel folto
di alberi che in altra luce vidi
calmi agitarsi, lieti di fruscii,
il torrente che romba   di una piena improvvisa;
che il cuore ravvisa   nel rapido sgomento
calato a stringerlo,   mentre il giorno dispera,
e cade in agonia   che qui nessuno assiste.

II
Questo, della corrente   cresciuta nella sera,
non è già forse un discorso di morti,
estranei, inquieti, che non lascin requie
a chi ne sfiori il soffio, e si dia pena
di preci, di pietà affannata e vana?
Poche creature sai viver nel fondo
che il torrente flagella... Par che chiamino,
di laggiù, par che gridino a soccorso...
Un lume è balenato fra quel folto
tralucendovi un attimo, qualcuno
ha attraversato da una casa all’altra,
forse; ma ora tutto è già nell’ombra,
per sempre, di una notte interminabile.

III
Non badare, ricordati, laggiù
ci dev’essere ancora il volto roseo
fresco infantile vergine, tranquillo
di luce calma su di lui posata,
che stamane, passando, hai visto emergere
dallo scuro dei muri di quel borgo,
che serrano il viandante all’improvviso,
e cani diffidenti   lo fiutano e non ringhiano...
C’è il volto roseo, che illuminerà
la notte interminabile... Sarà il lume trascorso
poco fa nell’intrico di quell’ombra!
Senti, sorride forse della piena
in una veglia intatta   nel suo cerchio raccolto.
Fuggi tu, dunque, viandante angosciato,
non temere per gli sperduti ignari;
la piena è forse il rombo delle tue
arterie allarmate; il volto roseo,
domani, sta sicuro,   sarà il nuovo mattino
che splende intatto e ride anche agli increduli.

IV
Al Cavone, sotto lo Scaffaiolo,
alla Capanna, m’invitano a entrare.
Due piccole bandiere, di sul tetto,
resistono ad un vortice di vento
che inaugura il giorno nell’altezza;
si agitano impazzite, ma intanto
rallegrano la grezza costruzione,
danno un colore giovane alla vecchia montagna.
Dentro, al denso riparo,   c’è daffare di donne
di forti dentature,   balenanti nell’ombra
in candori abbaglianti   confusi a forti aromi;
la guardia di finanza fraternizza
con i suoi controllati, alza un bicchiere
sopra un tranquillizzante accertamento,
i saluti son gravi, se li scambiano
con sguardi lenti e memori   da persona a persona;
sono tutti coscienti   che qui, solo, è montagna,
qui solo è orgoglio e nobiltà di altezza,
qui, dentro il breve spazio a cui si estende
il piccolo reame d’Appennino...
Forse quassù qualcuno ancora crede
a una favola intatta di distanze,
alle notti profonde come grembi
inesplorati, alle nevi, ai pericoli
dei camion che faticano un’ascesa
fra coraggio e prodezza   di autisti consapevoli;
di cui qualcuno, in mezzo alla tormenta,
non riuscendo a raggiungere   il valico agognato,
uomo e ardito com’era, scoppiò a piangere;
secondo uno racconta   fra sguardi inebetiti
di montanari smemorati e assorti.

V
Nel pomeriggio si raccoglie un’afa
che livella le cime   e delude gli slanci
di ingenui escursionisti. Sopra, il monte
non finge più infinito, si sorride
come a superstizione se qualcuno
nomina i sovrastanti   «innocui Salti del Diavolo»...
Gli autisti della «Sita»   riprendono la corsa
del ritorno, raccolgono il fastidio
della piatta discesa, sorridono
ancora, stanchi e giovani, a chi sale,
bonarii ti proteggono, s’informano
di dove tu sia giunto nella sosta
fra le due corse, intanto che attendevano;
essi che mai non salgono   come chi più non creda
che ne valga la pena, e che la favola
antica d’Appennino più non tenta...
È la divisa che li fa pazienti
ai cauti orari, quando i nervi giovani
cederebbero almeno all’avventura,
pur modesta, di accelerar le marce;
ma sorridono, invece, saggi e pii
nei saj professionali, tengon conto
scrupoloso di corse e di incassi.
E tu, che pur del tutto non hai perso
la fede in questi luoghi, e ancora ti agiti
un poco sul sedile per non perdere,
dietro l’ultima svolta, la vista ultima
dei coni solitari che nascondono
lo Scaffaiolo, o il profilo curioso
di monte Spigolino o, in altro punto,
il balzare improvviso   orgoglioso dell’Uccelliera;
tu pure ti distrai   ai gesti degli autisti,
dimentichi Appennino,   pensi già alla pianura...

VI
Invano gli autocarri perdono il fiato
per le tue rampe, più non ti si crede,
da quest’età di tedio e di impazienza,
di quel che non si creda   al fanciullo che un giuoco
fittizio ha affranto;   invano, antichi uomini,
vi sorprendo alle svolte ardue   di queste strade,
smunti e sgomenti a non so che pericolo,
come ancora stupiti della forza
raccolta dei motori, al modo stesso
che potevan stupirsene   mezzo secolo fa...
Svegliano le corriere con i clacson
troppo acuti le valli restie,
i montanari discutono   di grosse novità;
uno, in mezzo a racconti   di emigrazione, ha ingoiato
per scommessa una serpe   nel miglior bar del paese,
fra risate eccessive   e bestemmie che irridono
l’innocenza dei boschi   e chi ancora ci creda.

VII
E Fiammineta, che tu avevi in mente
con quel suono di favola, e pensavi
invisibile, forse,   nel cuore d’Appennino;
e gli abitanti (specie   di eletti) ci vivessero
al riparo del nome   che sembra che vacilli,
a ridirlo, a distanza, come un lume
sperduto in una costa, molto in alto,
che fronde mosse alternamente accendano
e spengano, alla vista   di uno, o di nessuno;
Fiammineta è soltanto   poche case spettrali,
e non intime al monte   ma scoperte su un fianco
diradato di bosco   ed ora inabitato;
secondo dicono, e secondo appare
da una loro tristezza, che non sfugge
a chi le aveva pensate raccolte
intorno a grandi fuochi,   e solo visitate
dalle stagioni, da rari   transiti di viandanti,
da saluti, messaggi   lontani; o dal daffare
improvviso di qualche   colorita festività...

VIII
Figure intatte, come rugiadose
di una vita segreta, escono a volte
dalle soglie dei grigi casolari;
o, per le tue alte strade, il loro passo
è ardito incontro a non so quale meta,
se qui le sorti presto si rifugiano
negli abituri, fra ombre precoci,
e si chiudono ormai senza speranza,
forse ad attendere frane improvvise...
O una speranza vedi allucinarsi
magra in occhi febbrili, che la estenuano
fra i ciottoli delle tue mulattiere
e il gocciolio spasmodico superstite
delle tue esauste sorgenti.

IX
Qualche vaga notizia dei tuoi monti,
la loro vita solitaria e povera
di decaduti, di dimenticati...
Dov’è più il tempo ingenuo   di loro signoria,
di chi saliva ad essi, inorgogliendosi?
L’Uccelliera, il Cielvivo, il Toccacielo,
la Donna Morta, la Nuda, l’Orsigna,
il Libro Aperto... Partenze notturne,
passi allegri e chiodati,   bastoni ribattuti
in cadenza di marcia avventurosa,
l’attesa dei due mari da scoprire
dalla vetta raggiunta, in esultanza...
Ma sì, ancora qualcuno vi ascende,
qualcuno sembra muoversi   là, per quegli alti pascoli,
una figura trascorre,   visibile, sul Corno.

X
Un’ora s’immalinconisce incerta
nel pomeriggio deluso, chi scende,
a fine di stagione,   si volge, dalle corriere,
guarda, senza rimpianto,   in lieta indifferenza,
come commiserando chi rimane
nell’affanno di uccidere una noia...
Soltanto chi ti lascia si rianima,
Appennino, ogni cuore qui è emigrante,
cerca altrove gli orgogli del progresso.
Ne parlano imperterriti ed accesi,
fra gli sballottamenti delle svolte,
in discorsi accaniti e senza termine;
puntigliosi a non volgersi più indietro
a salutare nulla, non lo meritano
le tue groppe umiliate, i tuoi borghi
già rassegnati a non aver domani...
Ma ecco che qualcuno tornerebbe
a riconoscerti un prestigio; e nomina,
serio e grave, un tuo valico, e la mente
torna a un’idea di altezza, di dominio;
ma il valico è lì, fra querce rade,
senza distanza, famigliare, agevole,
in squallida evidenza di paesaggio
senza profondità, senza segreto.

XI
Poi ti frastorna il tempo della caccia,
con le sue accese crudeltà e manie,
ad accanirsi contro i tuoi silenzi,
a zittire superstiti e timidi
parlottii di uccelli pei tuoi cieli
diffidenti, e pensosi già d’autunno,
la tua stagione; quando meglio intendi
qualche cosa che i venti e le nuvole
lasciano detto per te solo, e recano
dal versante di là, come in segreto...
Allora le tue notti   palpitano soltanto
di grilli e di autocarri   sempre a un punto rombanti;
e a chi passi in breve esplorazione
di quei nuovi silenzi, i casolari
consiglian di rientrare, e abbandonarsi
alla montagna che riacquista altezza
e mistero, e dal suo grembo prepara
un nuovo giorno, a lungo meditato.
Lo annunzieranno passi nuovi, allegri,
sboccanti giù da ripide discese
di brevi vie gelose, come al tempo
di antiche alacrità d’albe e risvegli;
voci virili, ancora dense d’ombra,
rimbombanti fra i vecchi muri timidi,
si accorderanno, e spanderanno odore
di un nuovo lavoro   da intraprender lontano...
E nel mattino alto,   nel logoro paese,
ancora rideranno   insegne di botteghe
a protegger la vita   bonarie ed autorevoli;
quando l’aria pungente   che ravvicina i boschi,
darà vigore vergine   ai saluti scambiati
fra chi da troppo tempo si conosce.

XII
Qualche rombo d’autunno   covato nel tuo grembo,
giunge fino qua giù, con i baleni
di battaglie atmosferiche   che ti ridanno vita,
e rompe, qui, una calma infastidita
di afe non risolte   gravanti di lontano;
viene, per un momento, a influenzare il gesto
di chi si volge curioso, un momento,
nella sera specchiante   di umidità e di lampi,
di veder da che parte   venga mai quel maltempo...
Allora tu ritorni,   Appennino, agli onori
delle cronache, con le violenze
improvvise delle tue grandi piene;
mentre i tuoi temporali   gravidi di scirocco
risalgono le valli   con minacce sospese
di grosse retroguardie;   cauti eserciti
che tu ancora raccogli   da un antico tempo guerriero.

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli