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La banalità del male

Testo di Angela Fabbri tratto dal periodico “Graphie. Rivista trimestrale di arte e letteratura” (anno XXI, numero 89, 2019)

“La banalità del male” è il titolo dato al resoconto del processo al gerarca nazista Adolf Eichmann scritto dalla filosofa Hannah Arendt. Per la “Giornata internazionale del rifugiato”, indetta dalle Nazioni Unite, abbiamo scelto un intervento della poetessa Angela Fabbri, che invita a rileggere questo testo come una bussola per i tempi in cui viviamo. Siamo grati per la concessione all’editore Il Vicolo e alla rivista “Graphie”, che a Cesena ha da poco compiuto i venti anni. La lettura è affidata a Donatella Vanghi, dell’associazione “Legg’io”, che ringraziamo.

Perché rileggere La banalità del male? Da bambini la questione è molto semplice (tralasciando le derive ecologiste che hanno una loro ragione, ma qui non interessano): il Cacciatore è buono, il Lupo è cattivo. Per un bambino è essenziale sapere che il Cacciatore è buono e il Lupo è cattivo, che il Cacciatore vince e il Lupo viene punito. Quando il bambino diventa adolescente è il Lupo a ottenere la sua attenzione, è trasgressivo e affascinante, diventa Faust, diventa Don Giovanni, diventa il Satana di Milton, colui che preferisce regnare all’Inferno, piuttosto che servire in Cielo.
Una volta adulto il bambino si renderà conto, con una certa dose di comprensibile raccapriccio, che è egli stesso il Cacciatore e, insieme, il Lupo. Questa verità scomoda potrà essere accettata oppure respinta e le sue conseguenze dureranno per tutta la vita. Questa è la storia, tragica, di lupi che si pensavano cacciatori e di cacciatori che non si rendevano conto di essere lupi. Tanto più tragica quanto più impossibile da relegare nel passato, attribuirla ad “altri”, prenderne le distanze. Ecco, rileggere La banalità del male di Hannah Arendt è andare a sbattere di continuo contro questa scomoda scoperta: noi siamo i cacciatori, noi siamo i lupi.
Sebbene puntualmente ogni anno mi ostini a celebrare il “Giorno della Memoria”, non lo amo. Ogni lettura, ogni documentario, ogni testimonianza sono per me una specie di pugnalata, e non tanto per l’ovvia pietà che suscita la vicenda della deportazione, tortura e uccisione di milioni di esseri umani, quanto per una domanda che non posso eludere. Io mi sarei comportata diversamente?
Certo, nata negli anni Sessanta, cresciuta nutrendomi di Costituzione e Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, la risposta sembra scontata. Eppure... chi di noi può davvero essere sicuro di se stesso prima di mettersi alla prova? Colui che non ha visto il calar della notte, non giuri di inoltrarsi nelle tenebre.
Rileggere, oggi, lo spietato e lucidissimo racconto di Hannah Arendt vuol dire vedere come il “male” può strisciare lentamente e docilmente fuori da presunte idee ragionevoli, come si nutre di indifferenza e di quieto vivere, come ci si può trovare coinvolti quasi senza accorgersene.
Tutto sta a dimostrare che la coscienza in quanto tale era morta, in Germania, al punto che la gente non si ricordava più di averla e non si rendeva conto che il «nuovo sistema di valori» tedesco non era condiviso dal mondo esterno.
A volte ci chiediamo come siano possibili certi eventi... ebbene, è più facile di quel che può sembrare. A volte il mondo sembra ridursi a uno stretto cerchio attorno ai propri piedi e ci vuole uno sforzo notevole per riuscire ad alzare lo sguardo.
Più d’uno, soprattutto nei circoli intellettuali, seguita a deplorare pubblicamente che la Germania costringesse Einstein a far fagotto; ma sembra che costoro non si rendano conto che delitto molto più grave fu uccidere il piccolo Hans Cohn, che abitava all’angolo, anche se non era un genio.
Arendt non fa sconti a nessuno, non ai nazisti, non agli ebrei, né a nessun altro degli attori coinvolti in questa atroce rappresentazione. Non ci sono grandi figure tragiche in questo gioco, solo piccoli burocrati, avidi affaristi e cittadini indifferenti e questo è ciò che lo rende ancora più tragico.
Il male, nel Terzo Reich, aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è: la proprietà della tentazione.
Quando il “male” diventa luogo comune, non c’è più bisogno di resistergli, anzi, cedere è meritorio e la resistenza è vista con sospetto per non dire con aperta ostilità.
Le sfumature si appiattiscono, il dubbio è bandito come il peggior nemico, si invocano fittizie libertà e si rigetta nel campo nemico tutto ciò che non è omologato.
Il pensiero divergente prima si deride, poi si cancella. Ci si appella alla paura e della paura ci si nutre. Alla fine anche il massacro diventa accettabile. Ma i vuoti d’oblio non esistono. Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente. È nella natura delle cose che ogni azione dell’uomo che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando ormai appartiene a un lontano passato.

E di chi è la responsabilità di impedirlo, se non di ciascuno di noi?

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Donatella Vanghi (associazione "Legg'io")