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La cattiva ragazza che andò in Paradiso

Testo tratto dal libro di Lia Celi e Andrea Santangelo “Le due vite di Lucrezia Borgia” (Milano, UTET - DeA Planeta Libri, 2019)

A cinque secoli dalla morte, una leggenda sinistra continua a oscurare i contorni reali di Lucrezia Borgia. Lia Celi e Andrea Santangelo provano a illuminarli alla luce delle fonti storiche, senza rinunciare al gusto per l’ironia. Ringraziamo per la lettura Roberta Graziani e l’associazione “Legg’io”.

Prologo
Che finimondo per un capello biondo

«I capelli più biondi che si possano immaginare, mai ne ho visti di così biondi». Sembrano le entusiastiche impressioni di uno studente italiano che ha appena iniziato il suo Erasmus a Helsinki. E invece siamo nel 1816 e a esprimersi così, nella lettera a un amico, è nientemeno che Lord George Gordon Byron. Dal poeta romantico più alla moda d’Europa (i fan lo chiamano «il Napoleone della rima») ci aspetteremmo qualcosina di più. Specie se l’oggetto dell’ammirazione non sono i capelli delle biondine finlandesi che corrono alla mattina nel Kaisaniemi Park, ma la chioma più celebrata del Rinascimento, quella di Lucrezia Borgia.
Sfogliando l’antico carteggio amoroso fra la duchessa di Ferrara e Pietro Bembo nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, Lord Byron ha scoperto, avvolta in una pergamena, una ciocca di capelli appartenuta a Lucrezia. La meraviglia suscitata da quell’inatteso ritrovamento, nelle brume milanesi particolarmente fredde e oscure del famigerato “anno senza estate”, lascia basito l’immaginifico dandy anglo-scozzese.
Lo conferma il suo giudizio sulla corrispondenza Borgia-Bembo: «Le lettere d’amore più carine del mondo». Carine, manco fossero i messaggini di due liceali, e non gli scambi segreti tra la figlia del papa più chiacchierato della storia e il grande poeta e umanista rinascimentale che aveva preconizzato l’unificazione linguistica dell’Italia, gettando il primo seme del Risorgimento. (Non dubitiamo che, se Bembo avesse saputo che un giorno lontano, nell’Italia linguisticamente unificata, un suo omonimo avrebbe cantato «È, l’amico è, qualcosa che più ce n’è meglio è», forse ci avrebbe ripensato.)
Se i capelli di Lucrezia ammutoliscono il Byron poeta, accendono l’iniziativa del Byron uomo d’azione. Approfittando della distrazione del custode della biblioteca, sfila lestamente dalla ciocca un solo, lunghissimo capello, da riportare in Inghilterra come cimelio, insieme a quattro frammenti del presunto sepolcro di Giulietta che aveva già sgraffignato a Verona (bottino tutto sommato modesto per un lord inglese: dieci anni prima Lord Elgin, a caccia di souvenir ad Atene, si era portato via tutti i marmi del Partenone).
Tornato in patria, Byron consegnerà il capello al suo amico Leigh Hunt, poeta e saggista, che ne farà il pezzo forte della sua collezione di ciocche vip. «Invidiateci, perché noi abbiamo potuto toccare un capello della divina Lucrezia», scriverà Hunt, qualche anno dopo. «Tre volte beati noi, che possiamo accarezzare quel capello, come se lei stessa ce l’avesse donato ieri. Un tesoro inestimabile, eterna fonte di gioia e meraviglia per i nostri amici».

A quanto pare, già all’inizio dell’Ottocento in Inghilterra la “divina Lucrezia” ha un vero e proprio fan club. Molto prima che Victor Hugo e Gaetano Donizetti la riportino in auge con una tragedia e un melodramma che la imprigioneranno per sempre nel cliché di avvelenatrice maliarda e incestuosa, e molto prima che Buffalo Bill chiami “Lucrezia Borgia” la sua carabina preferita, i romantici inglesi la venerano come una santa pagana, tanto da adorare un suo capello come una reliquia. Quel sottile filo di cheratina, di un biondo dorato rimasto miracolosamente intatto, è una magica corda da pizzicare con il plettro della fantasia, per evocare i leggendari fasti del Rinascimento italiano, l’epoca in cui le passioni erano estreme e l’arte sublime, e l’unica vera religione era il culto della bellezza.
Byron, nella fattispecie – bello, ricco, colto, sessualmente promiscuo e sospettato di incesto fraterno –, non può che simpatizzare con un personaggio storico che per molti aspetti sembra la sua versione femminile. Senza contare che un suo lontano antenato settecentesco, lo storico scozzese Alexander Gordon, è autore di una fortunata biografia di papa Alessandro VI e di suo figlio Cesare Borgia.
Duecento anni dopo il taccheggio di Byron all’Ambrosiana, quel che resta della ciocca di Lucrezia è ancora lì, protetto da una teca di cristallo in stile Liberty e, si spera, da misure di sicurezza più efficienti degli occhi assonnati di un guardiano. Mentre le ossa della «divina» riposano inattingibili sotto una lapide nella chiesa del monastero del Corpus Domini di Ferrara, confuse con quelle dei suoi parenti acquisiti, la ciocca recisa per amore di un poeta brilla ancora di vita. Analizzata con le moderne tecnologie della chimica forense, ci potrebbe forse raccontare segreti che gli storici non hanno mai svelato: se davvero Lucrezia Borgia maneggiava veleni, se si nutriva adeguatamente, se era debilitata dalle tante gravidanze, o stressata dai lutti e dalle tensioni familiari in cui fu immersa. Ci direbbe almeno se lo smagliante biondo chiaro (tecnicamente, una sfumatura fra il platino e il caramello che i parrucchieri moderni chiamano “biondo fragola”) che aveva fatto impazzire Byron è naturale, oppure se era il risultato degli impacchi schiarenti, brevettati da Caterina Sforza, sul castano-rossiccio che Lucrezia aveva ereditato da sua madre Vannozza Cattanei.

A meno che l’esame del Dna non rivelasse, a sorpresa, che, con buona pace di Byron e di Leigh Hunt, quei capelli non appartengono a Lucrezia, ma alla sua dama di compagnia, nonché cugina, Angela, la vera bad girl di casa Borgia, che occasionalmente scriveva di sua mano le lettere a Bembo, per proteggere la reputazione della duchessa. Insomma, dopo cinque secoli di pettegolezzi, fake news e presunti ritratti, avremmo finalmente qualche incontrovertibile verità sulla donna divenuta capro espiatorio della sua epoca, e soprattutto della sua famiglia.
Ma l’analisi del capello a fini storici è una specialità anglosassone, e purtroppo quell’unico crine di Lucrezia approdato in Inghilterra via Byron è scomparso dai radar nel 1921, quando la collezione di capelli famosi di Leigh Hunt fu battuta all’asta da Sotheby’s. Noi italiani non abbiamo bisogno di spaccare, non solo metaforicamente, il capello in quattro: ci resta la matassa bionda conservata all’Ambrosiana. Possiamo immaginarcelo come il nostro filo d’Arianna per addentrarci nelle complicate vicende della sua proprietaria. Un lungo gomitolo d’oro da dipanare pian piano a ritroso, che attraversa l’Italia, arriva in Spagna e, come quello mitologico, conduce fino a un toro.
Il toro rosso su sfondo verde che campeggia in uno stemma gentilizio, quello di una famiglia di Valencia, di nobiltà non antichissima, ma di solida ricchezza: i Borja.

[...]

2.
Nasci, ti dipinge un tizio famoso e muori di parto
Ovvero: la dolce breve vita delle aristocratiche del Rinascimento

A differenza dei capelli biondi, intramontabile requisito della bellezza ideale dai tempi di Elena di Troia, il nome Lucrezia è stato soggetto agli alti e bassi della moda onomastica. Oggi in Italia si contano circa 21.000 Lucrezie, in maggioranza nel Centro-Sud e con una sorprendente concentrazione in Puglia. Si direbbe che nella memoria collettiva dei pugliesi i pochi anni di Lucrezia Borgia come duchessa di Bisceglie abbiano lasciato un ricordo migliore che a Ferrara, dove regnò per diciassette anni e felicemente.
Felicemente secondo i parametri della vita di un’europea di sangue blu, dal Medioevo fino alle soglie del XIX secolo, cioè matrimoni precoci, gravidanze a ripetizione, corna, lutti familiari e un alto rischio di morte per parto entro i quarant’anni. Questo è stato il destino di tante Eleonora, Alice, Margherita, Elisabetta, Maria, Carlotta, Bianca, Ginevra, Sofia, Beatrice, Isabella, Caterina, portatrici dei nomi eleganti che oggi diamo spensieratamente alle nostre figlie. Il tempo e l’uso li hanno come sterilizzati, ripulendoli dal sangue e dal dolore, lasciando solo il debole lucore di un broccato antico, l’eco lontana di gelidi saloni, i colori tenui di un ritratto dipinto da un celebre pittore.
Ma il nome Lucrezia, dopo cinquecento anni, è ancora caldo della sinistra fama dei Borgia, ininterrottamente attizzata da drammi, melodrammi, romanzi e fiction. È un nome che veste come una pelliccia e che, proprio come una pelliccia vera, evoca lusso, sensualità e crudeltà. Darlo a una bambina significa augurarle una vita sociale non facile, soprattutto quando inviterà gente a cena (a meno che non si tratti di pugliesi, che magari una Lucrezia ce l’hanno in famiglia e ci pranzano regolarmente ogni settimana).

Nel Rinascimento, invece, Lucrezia è un nome assai rispettabile. È quello della decana della hall of fame delle eroine romane: la bellissima moglie di Collatino che, stuprata da Sesto Tarquinio, si suicidò per lavare il disonore. (Anche Collatino a dire il vero aveva le sue colpe: si era tanto vantato con gli amici della bellezza della consorte che Tarquinio, come san Tommaso, aveva voluto verificare di persona. Si dice che da allora gli uomini in pubblico tendono sempre a lamentarsi delle mogli, per evitare guai.)
L’umanesimo ha riportato in auge la cultura greco-romana, e l’onomastica peplum è uno sfizio alla portata di tutti: battezzare il proprio rampollo come un semidio, un condottiero o una ninfa costa sicuramente meno che farsi dipingere un affresco mitologico in sala da pranzo. Anche i meno colti disdegnano i santi del calendario e chiamano i figli Ottaviano o Porzia, Camillo o Polissena.
Ma nel nome “Lucrezia” è esaltata la virtù femminile in assoluto più apprezzata sia dagli antichi romani che dai cristiani, e cioè preferire una morte violenta al sesso extramatrimoniale. Dal Quattrocento diventerà gettonatissimo. Prima della figlia di Rodrigo Borgia lo hanno portato, fra le altre, la temperamentosa madre di Lorenzo il Magnifico, la bellissima monaca di cui si innamorò il frate pittore Filippo Lippi, le amanti di Galeazzo Maria Sforza e di Ludovico il Moro e la favorita di Alfonso V d’Aragona (in suo onore i romani chiameranno Madama Lucrezia una delle “statue parlanti” cui si appendono le pasquinate).
A ben vedere, già prima di miss Borgia chiamarsi Lucrezia è una garanzia di vita complicata, tant’è vero che nel 1461 la futura beata Lucrezia Bellini, figlia illegittima di un signorotto padovano e di una monaca dissoluta, si cambia il nome in Eustochio nella speranza di scongiurare le possessioni diaboliche che la tormentano fin dall’infanzia. Hai visto mai che il Maligno ce l’abbia proprio con le Lucrezie? Invece la poveretta continuerà a soffrire di crisi tipo L’Esorcista fino alla morte, a venticinque anni, e oggi è la protettrice di chi patisce tribolazioni spirituali.

Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Roberta Graziani (associazione "Legg'io")