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Consigli ai giovani scrittori

Un testo di Charles Baudelaire tradotto da Tino Sangiglio e tratto dal volume omonimo (Cesena, Il Vicolo editore, 2005, collana “Sfridi” della rivista “Graphie”).

Datato 15 aprile 1846,[1] questo divertente scritto di un Baudelaire appena ventiquattrenne offre un saggio dell’ironia e della passione a cui resterà fedele nel corso della sua avventura letteraria.

I precetti che leggerete sono il frutto dell’esperienza; l’esperienza implica una certa quantità di sciocchezze; ognuno le ha commesse – tutte o quasi – spero che la mia esperienza verrà verificata da quella di ognuno.
Tali precetti dunque non hanno altra pretesa se non quella dei vademecum, non hanno altra utilità se non quella di un galateo puerile e onesto. – Utilità enorme! Immaginate il codice della buona creanza redatto da una Warens [2] dal cuore intelligente e buono, l’arte di abbigliarsi insegnata utilmente da una madre! – Così metterò in questi precetti dedicati ai giovani scrittori una tenerezza totalmente fraterna.

Della fortuna e della scarogna negli esordi
I giovani scrittori che, quando parlano di un giovane collega con un tono misto d’invidia, dicono «È un eccellente esordio, ha avuto una grossa fortuna!» non riflettono sul fatto che ogni debutto ha avuto sempre i suoi precedenti e che è il risultato di altri venti esordi che essi non hanno conosciuto. Non so, in tema di reputazioni, se il colpo di fulmine è mai esistito; credo piuttosto che un successo sia, in una proporzione aritmetica o geometrica, secondo la forza dello scrittore, il risultato dei successi precedenti; spesso invisibili a occhio nudo. C’è una lenta aggregazione di successi molecolari; e mai di generazioni miracolose e spontanee.
Quelli che dicono: «Ho scarogna», sono quelli che non hanno ancora ottenuto abbastanza successo e non sanno cosa sia.
Tengo conto delle mille circostanze che aggrovigliano la volontà umana, e che anche queste hanno le loro legittime cause; esse formano una circonferenza nella quale è ingabbiata la volontà; ma questa circonferenza è mobile, piena di vita, vorticante, e cambia il suo cerchio e il suo centro ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo. Così, trascinate da essa, tutte le volontà umane che vi sono inclaustrate mutano ad ogni istante il loro moto reciproco, ed è ciò che costituisce la libertà.
Libertà e fatalità sono due contrari; viste da vicino e da lontano, sono una sola volontà.
È per questo che non esiste la scarogna.[3] Se avete scarogna, vuol dire che vi manca qualcosa: cercate di conoscere questo qualcosa, e studiate il moto delle volontà vicine per spostare più facilmente la circonferenza.
Un esempio tra mille. Molti di quelli che amo e che stimo si irritano per le celebrità di oggi – Eugène Sue, Paul Féval[4] – logogrifi in azione [5]; ma il talento di queste persone, per quanto frivolo possa essere, nondimeno esiste, e la rabbia dei miei amici non esiste, o piuttosto esiste in meno, – giacché è tempo perso, la cosa meno preziosa del mondo. Il problema non è quello di sapere se la letteratura del cuore o della forma sia superiore a quella che è in voga. Ciò è fin troppo vero, per me almeno. Ma sarà giusto solo a metà, finché non avrete, nel genere che desiderate sperimentare, altrettanto talento che nel suo ha Eugène Sue. Destate altrettanto interesse con mezzi nuovi; abbiate una forza uguale e superiore in un senso opposto; raddoppiate, triplicate, quadruplicate il dosaggio fino ad un’identica concentrazione, e non avrete più il diritto di parlar male del borghese, perché il borghese sarà con voi.[6] Fino ad allora, vae victis!
Giacché nulla è vero se non la forza, che è la giustizia suprema.

Dei compensi
Per quanto bella sia una casa, essa è prima di tutto, – prima che la sua bellezza sia dimostrata, – un tanto di metri di altezza per tanti di larghezza.
Allo stesso modo la letteratura, che è la materia più difficile da valutare, è prima di tutto un riempire colonne; e l’architetto letterario, il cui nome da solo non costituisce una possibilità di profitto, deve vendere ad ogni costo.
Ci sono giovani che dicono: «Dato che questo vale così poco, perché darsi tanto da fare?». Avrebbero potuto produrre un’opera migliore; e in tal caso non sarebbero stati derubati se non dalla necessità attuale, dalla legge di natura; si sono derubati da soli, – malpagati, avrebbero potuto trovarvi l’onore; malpagati, si sono disonorati. Riassumo tutto quello che potrei scrivere su tale materia, in questa massima suprema che lascio alla meditazione di tutti i filosofi, di tutti gli storici, e di tutti gli uomini d’affari: è solo con i buoni sentimenti che si raggiunge la fortuna!
Quelli che dicono: «Perché dannarsi l’anima per così poco?» sono quelli che più tardi, una volta pervenuti alla fama, vogliono vendere i loro lavori a 200 franchi a puntata, e che, rifiutati, ritornano il giorno dopo per offrirli con 100 franchi di perdita.
L’uomo ragionevole è quello che dice: «Credo che questo valga tanto perché ho del genio; ma se occorre fare qualche concessione, la farò, per avere l’onore d’essere dei vostri».

Delle simpatie e delle antipatie
In amore, come in letteratura, le simpatie sono involontarie; tuttavia esse hanno bisogno d’essere verificate e la ragione vi ha una sua ulteriore parte.
Le vere simpatie sono eccellenti, giacché sono due in uno – le false sono detestabili perché non fanno che uno, meno l’indifferenza originaria che è più dell’odio, conseguenza necessaria del raggiro e della disillusione.
È per questo che ammetto e ammiro il cameratismo, in quanto fondato su rapporti essenziali di ragione e di temperamento. Esso è una delle sante manifestazioni della natura, una delle molteplici applicazioni di questo sacrosanto proverbio: l’unione fa la forza. La stessa legge di franchezza e di semplicità deve governare le antipatie. Eppure c’è gente che si fabbrica tanto gli odi quanto le ammirazioni in maniera sconsiderata. Questo è molto imprudente; vuol dire farsi un nemico, – senza vantaggio e senza profitto. Un colpo che non va a bersaglio non ferisce di meno il cuore del rivale a cui era destinato, senza contare che può ferire a dritta o a manca uno dei testimoni dello scontro.
Un giorno, durante una lezione di scherma, un creditore è venuto a disturbarmi; l’ho inseguito per le scale a colpi di fioretto. Quando tornai, il maestro d’armi, un gigante pacifico che mi avrebbe scaraventato a terra solo soffiando su di me, mi disse: «Come sperperate la vostra antipatia! un poeta! un filosofo! puah!» – Avevo perso del tempo utile per fare due assalti, ero trafelato, pieno di vergogna, e disprezzato da un uomo in più, – il creditore, al quale non avevo fatto un gran male.
In effetti l’odio è un liquore prezioso, un veleno più caro di quello dei Borgia, – giacché è fatto con il nostro sangue, la nostra salute, e i due terzi del nostro amore! Occorre esserne avari!

Della stroncatura
La stroncatura non deve essere praticata se non contro i seguaci dell’errore. Se siete forti, attaccare un uomo forte vuol dire perdervi; anche se foste in contrasto tra voi su qualche punto, egli in certe occasioni sarà dalla vostra parte.
Ci sono due metodi di stroncatura: per linea curva e per linea retta che è la più breve.
Si troveranno a sufficienza esempi della linea curva negli articoli di Jules Janin.[7] La linea curva sollazza il loggione, ma non lo istruisce.
La linea retta è praticata ora con successo da qualche giornalista inglese; a Parigi è caduta nel disuso; lo stesso Granier de Cassagnac mi pare che l’ha troppo dimenticata.[8] Essa consiste nel dire: «Il signor X. è un disonesto, e per di più un imbecille; è ciò che vi dimostrerò», – e dimostrarlo davvero! primo – secundo – tertio, – eccetera.
Raccomando tale metodo a tutti quelli che hanno la fede della ragione, e il pugno forte. Una stroncatura non riuscita è un accidente deplorevole; è una freccia che vi si rivolta contro, o quanto meno vi scortica la mano nel ripartire, una pallottola il cui rimbalzo può uccidervi.

Dei metodi di composizione
Oggi giorno occorre produrre molto; – occorre dunque andare di gran carriera, – occorre dunque affrettarsi lentamente; occorre dunque che tutti i colpi vadano a bersaglio, e che neppure un tocco sia inutile.
Per scrivere velocemente, bisogna aver pensato molto, – essersi portati dietro un soggetto alla passeggiata, al bagno, al ristorante, e fin quasi dalla propria amante. Eugène Delacroix mi diceva un giorno: «L’arte è una cosa talmente ideale e fuggevole, che gli arnesi non sono mai abbastanza adatti né i mezzi abbastanza rapidi».[9] Avviene lo stesso in letteratura, – non sono dunque fautore della cancellatura; essa intorbida lo specchio del pensiero.
Qualcuno, e tra i più bravi e i più coscienziosi, – Édouard Ourliac, per esempio,[10] – comincia con il riempire molta carta; lo chiamano coprire la propria tela. – Questa operazione confusa ha lo scopo di non perdere nulla.
Poi, ogni volta che ricopiano, sfrondano e tagliano. Se anche il risultato fosse eccellente, significa abusare del proprio tempo e del proprio talento.
Coprire una tela non significa riempirla di colori, ma vuol dire abbozzare con tratti tenui, vuol dire disporre delle masse in toni leggeri e trasparenti. – La tela deve essere coperta – mentalmente – nel momento in cui lo scrittore prende la penna per scrivere il titolo. Si dice che Balzac riempia la sua copia e le sue bozze in un modo stravagante e disordinato. Un romanzo si snoda da quel momento attraverso una serie di genesi, dove si disperde non solo l’unità della frase ma anche dell’opera. È certamente questo metodo errato a dare spesso al suo stile quel non so che di disunito, di arruffato e di confusionario, – l’unico difetto di questo grande storico.

Del lavoro quotidiano e dell’ispirazione
L’orgia non è più la sorella dell’ispirazione: abbiamo abrogato questa parentela adultera. Lo snervamento rapido e la debolezza di alcune belle nature testimoniano abbastanza contro questo odioso pregiudizio.
Un nutrimento molto sostanzioso, ma regolare, è l’unica cosa necessaria agli scrittori fecondi. L’ispirazione è decisamente la sorella del lavoro quotidiano. Questi due contrari non si escludono più di quanto si escludano tutti i contrari che costituiscono la natura. L’ispirazione obbedisce, come la fame, come la digestione, come il sonno. C’è senza dubbio nella mente una specie di meccanica celeste, di cui non bisogna vergognarsi, ma ricavarne il vantaggio più glorioso, come fanno i medici dalla meccanica del corpo. Se si vuole vivere in una contemplazione ostinata dell’opera di domani, il lavoro quotidiano gioverà all’ispirazione, – come una scrittura leggibile aiuta a illuminare il pensiero, e come il pensiero calmo e possente aiuta a scrivere leggibilmente; giacché il tempo del brutto scrivere è passato.

Della poesia
Quanto a quelli che si dedicano o si sono dedicati con successo alla poesia, consiglio loro di non abbandonarla mai. La poesia è una delle arti che fruttano di più; ma è una specie di investimento di cui si ricavano gli interessi solo tardi, – in cambio molto consistenti.
Sfido gli invidiosi a citarmi buoni versi che abbiano rovinato un editore.
Dal punto di vista morale, la poesia determina una tale demarcazione tra le menti di prim’ordine e quelle di second’ordine, che il pubblico più borghese non sfugge a questa dispotica influenza. Conosco persone che leggono gli articoli, – spesso mediocri – di Théophile Gautier, solo perché ha scritto La Comédie de la Mort;[11] indubbiamente essi non colgono tutte le finezze di quest’opera, ma sanno che egli è poeta.
Che cosa c’è da meravigliarsi, d’altra parte, dal momento che ogni uomo in buona salute può fare a meno del cibo per due giorni – della poesia, mai?
L’arte che soddisfa il bisogno più imperioso sarà sempre la più onorata.

Dei creditori
Vi ricordate senz’altro di una commedia intitolata: Désordre et Génie.[12] Che il disordine abbia talora accompagnato il genio, questo prova semplicemente che il genio è terribilmente forte; sfortunatamente, questo titolo esprimeva per molti giovani non un accidente, ma una necessità.
Dubito fortemente che Goethe abbia avuto creditori; lo stesso Hoffmann, il disordinato Hoffmann, preso da necessità più frequenti, aspirava incessantemente a liberarsene e del resto è morto nel momento in cui una vita più agiata permetteva al suo genio un volo più radioso.[13]
Non abbiate mai creditori, se proprio volete, fate finta d’averne; è tutto quello che posso concedervi.

Delle amanti
Se voglio osservare la legge dei contrasti, che regge l’ordine morale e l’ordine fisico, sono costretto ad annoverare nella classe delle donne pericolose per i letterati la donna onesta, quella con pretese letterarie e l’attrice; – la donna onesta perché appartiene necessariamente a due uomini, e perché essa è un pascolo mediocre per l’animo dispotico di un poeta; – quella con pretese letterarie perché è un uomo mancato, – l’attrice perché ha un’infarinatura di letteratura e si esprime in gergo (per farla breve, perché non è una donna in tutta l’accezione del termine, dato che per lei il pubblico è una cosa più preziosa dell’amore: ve lo immaginate un poeta innamorato di sua moglie e costretto a vederla recitare una parte di travestito? credo che dovrebbe dare fuoco al teatro).
E ve lo immaginate lui obbligato a scrivere una parte per la moglie che non ha talento? E quest’altro che suda per rendere in epigrammi al pubblico del proscenio i patimenti che questo pubblico gli ha procurato con l’essere più amato – quell’essere che gli Orientali rinchiudevano a tripla mandata, prima che venissero a Parigi a studiare legge?
È proprio perché tutti i veri letterati, in certi momenti, hanno orrore della letteratura, che ammetto per loro – anime belle e fiere, spiriti spossati che hanno sempre bisogno di riposarsi nel loro settimo giorno – solo due classi di donne possibili: le puttane o le donne stupide – l’amore o la minestra di tutti i giorni. – Fratelli, occorre spiegarne le ragioni?[14]

Note
[1] Pubblicato su “L’Esprit public” del 15 aprile 1846, in appendice, e firmato: Baudelaire-Dufays. Lo stesso articolo apparve su “L’Écho. Littérature, Beaux-Arts, Théâtres, Musique et Mode” del 18 e 19 settembre 1846. In seguito, nel 1868, fu raccolto da C. Asselineau e T. de Banville ne L’Art romantique con qualche taglio numerando con cifre romane (da I a IX) i vari capitoletti. Il testo qui tradotto è quello dell’aprile 1846.
[2] Louise-Eléonore de la Tour du Pil, baronessa di Warens (1700-1762) accolse per un decennio nella sua casa di Charmettes, presso Chambéry, il sedicenne Jean-Jacques Rousseau iniziandolo all’amore e convertendolo al cattolicesimo.
[3] Si ricordi che la lirica Le guignon (che i traduttori rendono di solito con disdetta ma che significa appunto iella, scarogna) è di poco posteriore al testo presente (il manoscritto fu inviato a T. Gautier tra il settembre 1851 e il gennaio 1852 mentre la prima pubblicazione è del 1855).
[4] Scrittori di successo e di popolarità ma poco amati da Baudelaire per scarsezza di vere doti letterarie. Eugène Sue (1804-1857) con opere come I misteri di Parigi, L’ebreo errante, I sette peccati capitali, pubblicate a puntate sui giornali dell’epoca, è il più noto rappresentante del romanzo d’appendice. In una lettera alla madre del 1838 il diciassettenne Baudelaire scriveva a proposito di Sue: «Ce l’ho soprattutto con Eugène Sue di cui non ho letto che un libro, egli mi ha annoiato da morire». Paul Féval (1817-1887), anch’egli scrittore di grande popolarità, fu autore di romanzi d’avventure e di cappa e spada come I misteri di Londra.
[5] Il logogrifo è un enigma in versi; in senso figurato indica discorso incomprensibile.
[6] Si veda l’elogio del borghese tracciato da Baudelaire nel Salon de 1846.
[7] Jules Janin (1804-1874), scrittore, critico letterario e giornalista autorevole del “Journal des Débats” che Baudelaire attaccherà ferocemente accusandolo d’aver tradito la sua più genuina ispirazione artistica per diventare un cantore ordinario della felicità facile (l’attacco di Baudelaire si trova nel testo Progetto di lettera a Jules Janin la cui stesura risale ai primi mesi del 1865). In precedenza, nella Scelta di massime consolanti sull’amore (pubblicato nello stesso anno dei Consigli ai giovani scrittori) Baudelaire considerava ancora in modo positivo il lavoro letterario di Janin nel citare il suo romanzo L’asino morto e la donna ghigliottinata, uscito nel 1829.
[8] Bernard-Adolphe Granier de Cassagnac (1806-1880), uomo politico e polemista, strenuo difensore dell’assolutismo bonapartista e dello schiavismo. Ferì in duello nel 1842 il barone Lacrosse che nel 1857 pronuncerà in Senato l’elogio funebre del patrigno di Baudelaire, il generale Aupick.
[9] La frase è significativa: indica l’amicizia e la familiarità di lunga data di Baudelaire con Delacroix. In tema si veda il grande saggio critico di Baudelaire, L’opera e la vita di Eugène Delacroix apparso nel 1863 (e anche le osservazioni, sempre acute, su Delacroix pubblicate nel Salon de 1846 e nell’Exposition universelle del 1855).
[10] Édouard Ourliac (1813-1848), autore di novelle e saggista, il cui nome compare tra le prime amicizie letterarie di Baudelaire.
[11] Una delle prime composizioni poetiche di Gautier. Si noti che per motivi di opportunità le parole spesso mediocri furono tolte dai curatori dell’edizione del L’Art romantique.
[12] Kean ou Désordre et Génie, dramma di Alessandro Dumas padre, rappresentato e pubblicato nel 1836. Un’altra allusione a quest’opera si trova nel saggio di Baudelaire Les drames et les romans honnêts del 1851.
[13] È il periodo della grande ammirazione di Baudelaire per lo scrittore e musicista tedesco E.T.A. Hoffmann (1776-1822) che, a suo parere, incarnò il vero spirito romantico tedesco. Baudelaire ne parla anche nel Salon del 1845 e del 1846.
[14] Cfr. Mon coeur mis à nu, 34: «Perché l’uomo di spirito ama le puttane più delle donne della buona società, malgrado esse siano egualmente stupide? – Da scoprire».

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A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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