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Così fu per me la liberazione

Racconto di Renata Viganò tratto dal libro “Matrimonio in Brigata” (a cura di Enzo Colombo, Bologna, IBC, 1995)

Nella primavera del 1945, tra le Valli di Comacchio allagate dai tedeschi, combatte la brigata partigiana comandata dallo scrittore Antonio Meluschi. A sua moglie, Renata Viganò, il compito di curare i feriti e fare da staffetta: da questa esperienza, a guerra finita, ella trarrà materia per L’Agnese va a morire, uno dei capolavori della letteratura sulla Resistenza. Vi proponiamo il suo racconto dell’ultima giornata di lotta, pubblicato nel catalogo della mostra “Matrimonio in Brigata. Le opere e i giorni di Renata Viganò e Antonio Meluschi”, realizzata dall’Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna nel cinquantesimo anniversario della Liberazione.

Vicino alla casa dove era il comando di brigata, al Mulino di Filo, furon scavati, in ventiquattro ore, due grandi rifugi. Da cinque giorni eravamo immersi nella preparazione dell’offensiva dell’Ottava Armata, tiri ininterrotti di artiglieria e bombardamenti a tappeto. Gli alleati erano sul fronte del Senio, otto chilometri da noi, ad Alfonsine. Lavoravamo senza tregua a medicare feriti. Medici niente. Ci arrangiavamo da soli; fui ben contenta allora della lunga esperienza di infermiera. Ma il materiale era scarso. Ci riducemmo all’ultimo con una sola puntura antitetanica, conservata come la pupilla degli occhi, poche fasce, qualche pacco di cotone idrofilo, tre o quattro bottiglie di alcool denaturato. Ormai non si riusciva più a trasportare i feriti gravi all’ospedale di Portomaggiore, le strade erano duramente mitragliate dai caccia, notte e giorno. I morti erano molti, forse anche tanti che si sarebbero potuti salvare.
La sera dell’11 aprile, i tedeschi in ritirata da Alfonsine occuparono le case verso la valle e ci smossero anche dai rifugi. Tempo: dieci minuti. Camminammo scoperti nella pianura, sotto le granate che fischiavano. Il comando di brigata passò alla Pecorara, una casa già gremita di gente fuggita dai paesi bombardati. Nella notte nessuno dormì, fra gli scoppi e i lumi dei bengala. Soltanto io e il mio compagno, che comandava la brigata, eravamo così stanchi che non vedemmo più niente, né luci né bombe. Dormimmo di traverso su un quarto di letto, come sassi. Al mattino presto passò dalla Pecorara una pattuglia tedesca: cercavano un ponte sulla strada bassa della valle, per farlo saltare. Avevano con loro un alsaziano, che certo voleva tagliare la corda, ma lo tenevano d’occhio. Però riuscì a dirmi che gli alleati erano alla Menate, tre chilometri da noi.

Intanto i partigiani attaccarono il Mulino, sbatterono fuori i tedeschi, quelli che nella battaglia erano rimasti vivi. Sentimmo lo scoppio del ponte che saltava. La zona era per così dire libera. Trascorse un tempo grigio, col respiro sospeso; gli alleati venivano sempre avanti con lentezza, per essere ben sicuri. E finalmente apparve verso Longastrino una cortina bianca, come immensi lenzuoli stesi. C’erano in mezzo i carri armati. Senonché i tedeschi si sparsero per la campagna, nascosti nei fossi e nei “tombini” di irrigazione, e si misero a “cecchinare” sulle vie sopraelevate che sono i vecchi argini della valle. Noi non lo sapevamo alla Pecorara, ma venne Colo a prendermi in bicicletta per medicare Fabio che era stato ferito proprio sulla strada tra la Pecorara e il Mulino. Montai sulla canna, e via.
Sparavano da tutte le parti, si sentiva il fischio dei proiettili. “Sparano a noi” diceva Colo. Io non ci credevo. “Ci sono già gli inglesi, va avanti. Non sparano a noi”. Invece a una svolta ci segò l’erba davanti alla ruota. Malfermi sulla vecchia bicicletta ci rovesciammo di colpo. Per un momento non ci muovemmo, ognuno dei due aveva paura di veder l’altro colpito. Poi mi alzai, eravamo illesi, ma ci mettemmo nel fosso, con il fango più del ginocchio. “Basta” ‒ dissi ‒ “Avevi ragione”. Al canale di scolo trovammo “E’ Desch” con un altro partigiano. “Fabio è nella casa di Visentini” ‒ mi dissero. E ci avviammo sempre dentro il fosso. Ma a un tratto un rombo, uno scoppio grande: i cannoni dei carri armati inglesi tiravano sulla Pecorara. Là c’era anche il mio bambino, nella casa stipata di gente. Il colpo, si vedeva, aveva preso; un grosso buco nel muro della stalla. “E’ Desch” saltò sulla strada, si mise a correre allo scoperto. Lo vedevo alto e solo sulla strada grigia, col mitra in mano. Si sentivano spari e raffiche da tutte le parti. “Adesso cade” ‒ pensavo. Arrivò ai carri armati, il fuoco dei cannoni cessò.

Alla casa di Visentini trovai Fabio nella stalla, disteso su una rete da letto senza materasso. Mi disse: “Ti hanno fatto venire in tanto pericolo. Era inutile perché io muoio”. Era gravissimo, pallido, senza polso, certo una emorragia interna. Il proiettile, entrato dalla coscia, gli aveva perforato gli intestini. Gli altri due partigiani non volevano credere, dicevano: “È una piccola ferita, non è niente, non fa neppure sangue”. Lasciai Bruno con lui, corsi verso il paese. Gli inglesi erano già al Mulino, volevo provare di far trasportare Fabio in un ospedale. Arrivai alle prime case, alcuni soldati inglesi, i primi che vedevo, stavano contro la scarpata, coi mitra. Mi fecero cenno di buttarmi a terra. Sulla strada alta i carri armati inglesi si ritiravano perché un carro armato tedesco sparava sul villaggio. I partigiani lo individuarono, in tre colpi fu messo fuori combattimento, gli alleati oltrepassarono il Mulino, proseguirono verso Filo. Questo però non lo seppi che più tardi.
In quel momento che li vedevo andare indietro pensai che i tedeschi ci avrebbero massacrato tutti quanti. Fra le case deserte incontrai Spricazza che mi condusse da Petronici dove era la Croce Rossa Alleata. Ma li vidi che stavano per andarsene, l’ufficiale aveva l’apparecchio radio alla cintura, era in contatto con la “cicogna” [l’aereo leggero da ricognizione], certo ricevette un contrordine perché mi dette ascolto e ordinò a due infermieri di venire con me. Ma per i campi i due soldati e Spricazza correvano così forte che io mi perdetti tra i fossi e le piantate. Arrivai quando erano già andati via, che tanto per Fabio non c’era più niente da fare. Un partigiano mi disse di star tranquilla, gli inglesi avevano occupato la Pecorara, là tutti stavano bene. Corse via subito e io rimasi con Fabio moribondo. Veniva sera e si mise a piovere. Venne un gran silenzio, la battaglia era finita. Fabio capiva di morire.

Vennero più tardi a prendermi “Cencio” ed “E’ Desch”. Alla Pecorara, finalmente, rividi il mio bambino. La cucina era gremita di gente. Gli ufficiali inglesi erano seduti intorno alla tavola, e il comando partigiano dava sulle carte topografiche le indicazioni dei campi minati. Mi dettero delle sigarette dopo tante ore che non fumavo. Avevo anche molta fame, ma soltanto dopo aver mangiato mi ricordai che non mi ero lavata le mani dopo aver toccato Fabio morto. Poi mi addormentai con la testa sulla tavola, con felicità.
Così fu per me il giorno della liberazione.

[Il racconto di Renata Viganò è tratto da un dattiloscritto senza titolo, pubblicato nel volume: Matrimonio in Brigata. Le opere e i giorni di Renata Viganò e Antonio Meluschi, a cura di Enzo Colombo, Bologna, Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, 1995, pp. 169-170]
 

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A cura di Vittorio Ferorelli

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