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Dalla Romagna con sberleffo

Racconto tratto dal libro di Andrea Santangelo “Eccentrici in guerra” (Milano, UTET - De Agostini, 2017)

Esperto conoscitore della storia militare, il riminese Andrea Santangelo ha raccolto le vicende internazionali di uomini e donne capaci di mantenere, nella tragedia della Seconda guerra mondiale, il gusto di essere eccentrici. Come Iris Versari e Silvio Corbari, la coppia di partigiani romagnoli che lottarono e morirono insieme. A loro, nell'anniversario della Liberazione, è dedicata questa puntata. 

Iris Versari era nata nel territorio di San Benedetto in Alpe il 12 dicembre 1922 da Angelo, contadino di idee socialiste e mutilato di guerra, e da Alduina Calcin. Era la terzogenita di cinque fratelli (Maria, Luigi, lei, poi Lilia e Berto) cresciuti in una tipica famiglia contadina dell’Appennino tosco-romagnolo, costretta a fare di necessità virtù di quel che offriva una zona che oggi è a vocazione turistica, ma che per secoli ha dato all’uomo niente più che funghi, castagne, legna e grattacapi.

Iris sin da piccola respira politica e rivendicazioni sociali: Angelo Versari infatti era un punto di riferimento a Tredozio per tutti i socialisti e i liberi pensatori. Lo era ovviamente anche per i regi carabinieri: il casolare del podere Tramonto, dove vivevano i Versari, era “attenzionato” perché talvolta ospitava riunioni clandestine antifasciste. Per incrementare le entrate famigliari, appena possibile Iris fu mandata a servizio presso alcune famiglie benestanti di Forlì, Rocca San Casciano e Dovadola.

Alla caduta del fascismo il podere Tramonto divenne dapprima luogo di ritrovo per antifascisti e poi, dopo l’8 settembre del 1943, vera e propria base di appoggio per la nascente Resistenza. Iris fu subito arruolata come staffetta. Era un’avvenente ragazza mora, con gli occhi verdi e il fisico minuto, e si faceva apprezzare per il bel sorriso, la bella voce e i modi gentili. Ma in lei si nascondeva il coraggio e la forza di una leonessa.

Dopo un primo periodo passato a nascondere gli sbandati, i renitenti alla leva di Salò e i soldati alleati ex prigionieri, Iris conobbe la banda partigiana di Silvio Corbari e chiese di entrarvi. Sembravano dei tipi tosti e risoluti, una trentina di ragazzi desiderosi di menare le mani con i fascisti e i tedeschi. Lei non chiedeva di meglio, voleva dare un contributo importante alla lotta di liberazione. Non ci volle molto perché si innamorasse del suo nuovo comandante (all’anagrafe Sirio Corbari, Silvio era il nome di battaglia), un ventenne che aveva preso le armi e la via della clandestinità già il 9 settembre del 1943, militando prima nella banda del Samoggia e poi in quella del Camion fantasma. Ora se ne era creata una tutta sua e aveva persino avviato dei contatti con gli Alleati per ottenere armi e rifornimenti.

Corbari era un bel ragazzo, sveglio, deciso e autorevole. Poco importa che fosse già sposato, per Iris rappresentava tutto ciò che aveva sempre sognato nella vita: un amore romantico nel mezzo di una lotta politica tesa a costruire insieme un futuro migliore e più giusto.

Una giovane donna che rompeva gli schemi sociali non poteva che accompagnarsi a un ragazzo straordinario. In effetti Silvio poteva essere considerato un comandante partigiano decisamente eccentrico: a lui più che i risultati politici e militari interessava il colpo di scena, lo sberleffo al nemico. Le sue imprese denotavano sangue freddo e una lucida follia, forse dovute anche alla temerarietà e all’incoscienza giovanile. Un esempio su tutti: era solito mettere finte bombe in luoghi culto del fascismo e poi chiamare le autorità per dare l’allarme; in realtà erano tutte caricate a pasta e fagioli.

Le sue audaci e strafottenti imprese sembravano uscite da un romanzo più che dalla cronaca locale. Per smentire gli uomini della brigata nera di Faenza che asserivano di averlo ucciso dalle parti di Brisighella, il 5 dicembre del 1943 andò in piazza a Faenza ed entrò nel bar ritrovo dei fascisti per prendere un caffè vestito da capitano della Guardia nazionale repubblicana (la GNR). Lo bevve lentamente osservando tutti gli avventori, molti di loro lo riconobbero, ma nessuno disse nulla. Poi uscendo dal bar gettò a terra le foto di Mussolini ed Ettore Muti e ci sputò sopra. Uscì con calma e salì a bordo della macchina di un complice, inseguito inutilmente da alcuni militi sopraggiunti.

Il 25 dicembre del 1943 fece poi gli auguri di Natale ai fascisti faentini girando per la città travestito da colonnello tedesco.

La divisa da capitano della GNR la riutilizzò per presentarsi a un posto di blocco di repubblichini, ispezionarli, tener loro un discorso ispirato e infine farsi consegnare tutte le armi.

Un giorno diede appuntamento al capo dei fascisti di Faenza in una chiesa, con l’accordo che arrivasse solo e disarmato, per parlare della situazione politica. All’incontro il fascista si presentò con una squadra di militi armati fino ai denti, ma non trovò nessuno, tranne un vecchio curvo e malmesso che gli chiese l’elemosina. Il fascista gli diede dieci lire e andò via, dicendo poi a tutti che il famigerato Corbari aveva avuto paura di lui. Qualche giorno più tardi il gerarca ricevette una lettera con dieci lire e un biglietto: «Ti rendo le dieci lire che mi hai generosamente donato, ma sappi che io ti ho regalato la vita. Silvio Corbari».

Iris perse la testa per un uomo così, che a sua volta fu affascinato dalla bellezza e dalla passionalità della ragazza al punto di innamorarsene. I due divennero una coppia conosciuta e temuta dai fascisti. Mentre gli altri gruppi partigiani agivano in base a direttive politiche e militari, quello di Corbari era imprevedibile e questo lo rendeva difficilmente intercettabile.

Il 9 gennaio ’44 la banda di Silvio e Iris entrava a Tredozio, disarmava i carabinieri e i fascisti locali e vi si installava per dieci giorni. Solo quando giunse una colonna pesantemente armata da Forlì, Corbari e i suoi si ritirarono sui monti. Lo smacco subito costrinse i tedeschi e i repubblichini a effettuare una grossa operazione antiribelli nel corso della quale il podere Tramonto venne distrutto e i genitori di Iris incarcerati e poi inviati in un campo di sterminio in Germania (solo la madre tornerà a casa alla fine della guerra, i fratelli si salveranno perché affidati a dei parenti). Diversi elementi della banda Corbari furono uccisi nel corso dei rastrellamenti, ma Iris e Silvio si salvarono e tornarono subito a riorganizzare la banda.

A febbraio, nonostante fossero poco più di una decina, erano già di nuovo pronti a rioccupare Tredozio, e ci riuscirono per ben due volte, sempre disarmando il piccolo presidio locale e portandosi via armi e uniformi.

Ad aprile Iris, Silvio e dieci compagni entrarono a Modigliana in pieno giorno. Prelevarono soldi dalla banca e poi se ne andarono, lasciando detto però che sarebbero tornati dieci giorni dopo e che avrebbero ucciso tutti i fascisti rimasti in città. Vennero inviati militi della XXV brigata nera Italo Capanni di Forlì a presidiare il paese, ma il giorno indicato da Corbari si fecero prendere dal panico e fuggirono tutti prima che Silvio entrasse in paese. Da tempo infatti correvano voci che i partigiani pronti ad attaccare il presidio fossero centinaia. Le voci ovviamente le aveva fatte girare in paese proprio Silvio grazie ad alcuni fiancheggiatori. Quando Corbari e Iris entrarono a Modigliana trovarono e prelevarono armi e materiali abbandonati dai fascisti, quindi si fermarono in piazza a bere una bibita tra le risate e gli applausi dei modiglianesi.

Dopo Modigliana fu la volta, la quarta per la precisione, di Tredozio. Silvio telefonò al comando della GNR per avvisare che il dato giorno sarebbe tornato in paese. I militi presidiarono in forze il paese, ma il giorno indicato non si vide nessuno. Mentre con le armi spianate lo attendevano, i soldati diedero una mano a un vecchio contadino che a fatica trascinava un maiale legato a una corda. L’anziano chiese loro di tenerglielo il tempo di bere un bicchiere di vino all’osteria e poi sparì. Il giorno dopo il console Marabini ricevette un biglietto da Corbari: «Quel contadino che ieri ha bevuto all’osteria ero io, i suoi uomini sono buoni giusto a badare al mio maiale...».

Proprio a Gustavo Marabini era destinata l’ennesima beffa del duo Corbari-Versari. Gli scrissero di voler usufruire di una recente amnistia per partigiani, si sarebbero consegnati alle autorità e Silvio si sarebbe anche arruolato nella GNR. Gli diedero appuntamento il 23 maggio 1944 in un podere. Qui, dopo lunga discussione, Corbari, Iris e il partigiano Otello Sisi salirono in macchina con il console Marabini e il suo autista per andare a consegnarsi a Forlì. Non si sa bene quello che successe in seguito, ciò che è certo è che, all’altezza di Predappio, Marabini fu ucciso con un colpo di pistola alla nuca, da un’arma forse custodita da Iris nei suoi indumenti intimi. L’autista fu rilasciato.

Dopo quest’azione la cattura di Silvio Corbari divenne la priorità delle truppe della Repubblica sociale italiana schierate in Romagna. Venne richiesta la collaborazione anche di unità specializzate tedesche come il II/3 Brandenburg e l’Aussenkommando Forlì della Sicherheitsdienst. La parte operativa venne affidata alla migliore unità della RSI che si trovava in zona, il battaglione “IX settembre”, costituito da truppe veterane che si erano già distinte nelle Marche in operazioni antipartigiane.

Il lavoro di intelligence dei tedeschi intercettò la notizia di un lancio di armi degli Alleati per Corbari, sul posto ci fu un conflitto a fuoco e i partigiani riuscirono a prendere solo un terzo del materiale inviato loro. Proprio con una di queste armi, un mitra Sten, Iris Versari si ferì accidentalmente poco sopra il ginocchio sinistro il 17 agosto. Lo stesso giorno la “soffiata” di un delatore diede agli uomini del “IX settembre” l’esatta localizzazione del casolare in cui Iris attendeva Silvio e altri due partigiani che erano andati a fare una ricognizione in vista di una nuova azione.

All’alba del 18 agosto la casa contadina in località Ca’ Cornio di Tredozio fu circondata da una decina di militi, appoggiati più a valle da un plotone con due mortai da 45 mm. Come si avvidero di essere accerchiati i quattro partigiani ingaggiarono un conflitto a fuoco sparando dalle finestre, mentre Iris teneva sotto tiro la porta non potendo stare in piedi. Si difesero lanciando bombe a mano e scaricando caricatori su caricatori dei loro mitra, ma i nemici avevano molta più potenza di fuoco. Un soldato si lanciò contro la porta del casolare abbattendola, ma Iris lo fulminò con una scarica del suo Sten. La situazione per gli occupanti della casa volgeva però al peggio; l’unica possibilità di salvezza consisteva in una sortita per raggiungere un boschetto adiacente a un dirupo, ma era chiaro che in quelle condizioni Iris non avrebbe mai potuto farcela. Corbari, Arturo Spazzoli e Adriano Casadei tentennarono, ci pensò Iris a risolvere l’impasse. Conscia di essere un peso e decisa ad aiutare il suo amato Sirio, decise di sacrificare la sua giovane vita per favorire la fuga dei suoi tre compagni. Prese una pistola e si suicidò.

Sebbene distrutto dalla morte dell’amata, Corbari guidò fuori i suoi uomini, armi in pugno. Spazzoli fu subito ferito, mentre Corbari e Casadei riuscirono ad arrivare nel bosco, ma Silvio si fece male cadendo da un dirupo. Invece di mettersi in salvo Casadei rimase accanto al suo comandante per un’ultima disperata difesa. I militi del “IX settembre” ben presto li raggiunsero e li attaccarono: Corbari fu ucciso e Casadei ferito.

Tutti e quattro i partigiani, due morti e due feriti, furono portati a Castrocaro, dove Corbari e Casadei vennero impiccati tra il giubilo dei militi fascisti. Spazzoli venne finito sul camion durante il tragitto perché si lamentava delle sue ferite, mentre il corpo di Iris Versari fu legato sul tetto di una Topolino.

Quel pomeriggio a Forlì i quattro partigiani furono tutti impiccati a dei lampioni in piazza Saffi, davanti alla sede locale del Partito fascista, dove vennero lasciati per un paio di giorni. Iris fu tra loro quella oggetto di maggiori umiliazioni. Fu sepolta addirittura senza l’indicazione del nome, ma con la sola scritta “donna” sulla bara.

Iris Versari, una giovane combattente che si era accompagnata a un pericoloso ricercato divenendone l’amante, in pratica aveva ripudiato quel ruolo di fattrice e nutrice di figli in cui il fascismo aveva incasellato la condizione femminile. Difficilmente vi era qualcosa di più eccentrico per la morale in orbace dell’epoca, che infatti non poteva che consegnarla tra le fila delle cosiddette “poco di buono dai facili costumi”. Per fortuna il tempo ha reso giustizia alla valorosa partigiana, che oggi riposa al cimitero monumentale di Forlì; a Iris Versari è stata attribuita la Medaglia d’oro al valor militare (così come è stata concessa anche al suo amato Silvio Corbari), le sono state dedicate diverse vie e un paio di istituti scolastici. I lampioni di piazza Saffi a cui fu appesa sono stati lasciati sul posto: sono ancora quelli di allora, con il fascio littorio, a testimonianza del suo martirio.

 

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A cura di Vittorio Ferorelli

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