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Dante: le metamorfosi della visione

Un testo di Giuseppe Ledda tratto dalla rivista “IBC. Informazioni commenti inchieste sui beni culturali” (1, 2008)

750 anni fa, tra la fine di maggio e i primi di giugno, a Firenze nasceva Dante Alighieri, uno dei principali artefici della nostra lingua. Per ricordarlo abbiamo scelto un testo di Giuseppe Ledda, docente di Letteratura italiana all’Università di Bologna, che racconta come si trasforma la visione del poeta all’interno della sua Divina Commedia.

Vertiginose “metamorfosi della parola”, per usare la formula di un esploratore contemporaneo dei sentieri multipli della lettura quale è Ezio Raimondi, si svolgono dinanzi agli occhi del lettore della Commedia. In quasi ogni terzina del poema è possibile riconoscere una citazione, un’allusione, una riscrittura, in cui il materiale verbale, metaforico o mitico, è trasformato secondo le ragioni del nuovo testo. Ma nel caso dei classici questo processo avviene talvolta attraverso una conversione drammatica e salvifica dell’antico testo pagano nel nuovo poema cristiano.
È quanto avviene per l’Eneide virgiliana, che costituisce una “fonte” solo apparentemente solida, ma che in realtà è sempre bisognosa di correzioni, prese di distanza, integrazioni. E all’Eneide progressivamente si affianca e quasi si sostituisce il grande poema ovidiano delle Metamorfosi, che diviene una presenza crescente nel corso delle tre cantiche [Inferno, Paradiso, Purgatorio], e si configura come un fondamentale repertorio mitologico. Le Metamorfosi sono un poema epico particolare, perché incentrato sulla trasformazione di esseri viventi in altro da sé: pietra, pianta, animale, corso d’acqua, costellazione, divinità. Ovidio racconta l’intera storia del mondo, fin dalle sue origini, come una storia di trasformazioni: tutti gli episodi della mitologia greco-romana sono riscritti mettendo in primo piano il miracolo del cambiamento.

Metamorfosi infernali
Ma anche la Commedia è un poema di metamorfosi, che è concetto operante a diversi livelli: nell’Inferno alcuni dannati sono visti nella perdita delle fattezze umane provocata dalla degradazione del peccato e della dannazione, e così sono metamorfosati in piante o animali. Una fra le più spettacolari metamorfosi infernali è quella dei suicidi (Inferno, XIII), privati dell’aspetto umano e trasformati in alberi dai rami “nodosi e ’nvolti”, mentre le loro fronde “di color fosco” sono straziate dalle “brutte Arpie”, esseri mostruosi dal volto di fanciulle e corpo di uccello rapace, provenienti dall’Eneide virgiliana, come molti dei mostri dell’inferno dantesco, nei quali la mostruosità sembra nascere da una metamorfosi bloccata, in cui il passaggio da una natura all’altra è come interrotto per sempre a metà, rendendo le due nature inconciliabili eternamente compresenti. Si pensi, oltre alle Arpie, ai Centauri, al Minotauro, a Gerione...
Ma anche la metamorfosi dei suicidi in piante prevede un complesso rapporto allusivo con i testi classici e in primo luogo con l’episodio, ancora virgiliano, di Polidoro. E d’altra parte anche nel poema di Ovidio si registrano molteplici trasformazioni di esseri umani in piante: basti pensare a Dafne trasformata in alloro, alle Eliadi in pioppi, a Filemone e Bauci in quercia e tiglio.
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Dolcezza della visione purgatoriale
Nel Purgatorio la metamorfosi è purificazione e rinascita: questo è il regno in cui “l’umano spirito si purga / e di salire al ciel diventa degno” (Purgatorio, I, 6). Qui, grazie al volo mosso dalle “ali del disio”, si compie il processo di liberazione e di innalzamento dell’anima umana verso il cielo: vi si svolge il momento cruciale della metamorfosi che porta i “vermi” umani a divenire “l’angelica farfalla” (X, 123-124).
E i temi della purificazione, della rinascita e dell’innalzamento sono annunciati sin dal proemio alla seconda cantica. Ma dopo il proemio la narrazione si apre subito con una sensazione visiva, quella del cielo azzurro, limpido e altissimo, in contrasto con l’oscurità e il senso di oppressione del sotterraneo mondo infernale: “Dolce color d’orïental zaffiro, / che s’accoglieva nel sereno aspetto / del mezzo, puro infino al primo giro, // a li occhi miei ricominciò diletto, / tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta / che m’avea contristati li occhi e il petto” (Purgatorio, I, 13-18).
Al di là dell’incanto pittorico, l’emblema dello zaffiro posto in apertura della cantica purgatoriale deve anche essere collegato ai valori simbolici e alle virtù che i lapidari medievali assegnavano a questa pietra. E, come si legge nel Lapidario di Marbodo di Rennes, fra le varie proprietà lo zaffiro ha quelle di liberare i prigionieri dal carcere, aprire le porte serrate e sciogliere le catene, placare la divinità e renderla sensibile alle preghiere, purificare gli occhi da ogni sporcizia. Esso inoltre simboleggia l’altezza della speranza celeste e coloro che, posti ancora in terra, tendono al cielo: tutti valori che rendono tale emblema adatto a offrire la prima sensazione del nuovo regno, dove, attraverso la preghiera e la penitenza, le anime si liberano da ogni residuo della prigionia terrena nel peccato e, pur sottoposti alle pene purgatorie, già pregustano, con la speranza, la dolcezza della beatitudine celeste. Anche per questo il suo colore appare “dolce” alla vista.
Dante, con le anime che qui incontra, è partecipe della dimensione di pellegrinaggio, di metamorfosi viatoria, che caratterizza l’esperienza purgatoriale. Ma nel corso dell’ascesa della montagna, all’esperienza visiva del pellegrino, che ha ancora il suo corpo mortale bisognoso del riposo notturno, si apre anche lo spazio del sogno. Nei tre sogni purgatoriali i temi della metamorfosi sono svolti con modalità multiple e drammatiche. Soffermiamoci rapidamente almeno sul primo: Dante sogna un’aquila dalle penne d’oro che scende dal cielo e lo rapisce portandolo in alto fino alla sfera del fuoco: “in sogno mi parea veder sospesa / un’aguglia nel ciel con penne d’oro, / con l’ali aperte e a calare intesa; // ed esser mi parea là dove fuoro / abbandonati i suoi da Ganimede, / quando fu ratto al sommo consistoro. // [...] Poi mi parea che, poi rotata un poco, / terribil come folgor discendesse, / e me rapisse suso infino al foco” (Purgatorio, IX, 16-24). Il modello mitologico, esplicitamente citato, è quello di Ganimede, di cui scrivevano Virgilio e Ovidio, il fanciullo rapito da un’aquila e portato in cielo, dove, divinizzato a sua volta, diviene coppiere degli dei. La similitudine mitologica allude evidentemente al processo di deificatio [la divinizzazione] di Dante, e anticipa e prefigura quanto si compirà nel primo canto del Paradiso.

“Trasumanare” negli occhi di Beatrice
Qui Dante e Beatrice si trovano sulla vetta della montagna su cui è posto il paradiso terrestre. L’inizio dell’azione raccontata nel Paradiso segnala il carattere principalmente visivo del viaggio paradisiaco. Sono numerosissimi i verbi di visione e le allusioni agli occhi e agli sguardi. Perfino il primo animale citato è l’aquila, considerato esemplare per la sua capacità di fissare gli occhi nella luce del sole. Beatrice fissa gli occhi nel sole più di qualsiasi aquila e anche Dante ci prova, ma deve ben presto desistere.
Tuttavia egli può dirigere il suo sguardo negli occhi di Beatrice, che restano a loro volta sempre fissi nel sole, simbolo evidente della luce divina. Dunque si ha una sorta di triangolo degli sguardi: la luce del sole è percepita da Dante in modo indiretto, in quanto essa si riflette negli occhi di Beatrice. Ma è attraverso questa luce mediata da Beatrice che si avvia l’ascesa di Dante verso il cielo, e il suo iniziare ad andare oltre le possibilità degli esseri umani.
Questo andare oltre viene espresso attraverso il neologismo trasumanare, e segna l’inizio di quel processo che si compirà nell’Empireo e nella visio Dei  [la visione di Dio] finale. Ma questo andare al di là della condizione umana non può essere detto con gli strumenti del linguaggio proprio. Il poeta può alludere indirettamente a questa realtà, attraverso il mito, l’esempio, la similitudine, la metafora, ma non dirla in modo pieno nella sua vera natura e proprietà. A essa allude invece attraverso un mito della poesia classica: “Nel suo aspetto tal dentro mi fei, / qual si fé Glauco nel gustar de l’erba / che ’l fé consorto in mar de li altri dèi. // Trasumanar significar per verba / non si poria; però l’essemplo basti / a cui esperïenza grazia serba” (Paradiso, I, 67-72).
Glauco, racconta Ovidio, è un pescatore della Beozia: aveva notato che i pesci da lui pescati, dopo aver mangiato un’erba cresciuta in prossimità della riva del mare, riprendevano vigore e si ributtavano in acqua. Egli stesso allora assaggia quest’erba e si trasforma così in un dio marino (Metamorfosi, XIII, 898-968).
Glauco è un modello mitico dell’andare oltre l’umano, della metamorfosi verso una condizione divina. Ma è un esempio pagano da superare: il poeta cristiano, viaggiatore del paradiso, non ottiene infatti questa trasformazione con un’erba magica, ma attraverso lo sguardo di Beatrice, nel quale si riflette la luce divina e attraverso il quale la grazia scende sull’uomo. Inizia a trovare compimento il personaggio di Beatrice, che Dante ha costruito fin dalla Vita Nova per rappresentare la bellezza umana in cui si riflette la bellezza divina, e che è capace di guidare colui che la ama verso la fonte divina della bellezza che in lei si riflette.

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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