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Diario della luce

Poesie tratte dal volume omonimo di Daniela Raimondi, interpretate dall’autrice su musiche del quintetto Faxtet (Faenza, Mobydick, 2011).

20 febbraio 2014

Daniela Raimondi, poetessa, una vita in bilico tra Sardegna e Gran Bretagna, nei suoi versi racconta una mitologia privata, fatta di suoni e di immagini essenziali. Ascoltiamo la sua voce, accompagnata dalle note del quintetto
bluejazz dei Faxtet.
Questa puntata è dedicata alla memoria di Guido Leotta, editore, poeta e musicista faentino.




Mattino


“Porque toda la noche
sentí pasar las tórtolas
que me tocaban, limpias,
con su ala de espuma”.
Juana Castro

Questo è per te, che ti siedi e mi ascolti.
Ogni dettaglio è tuo,
fermo da secoli sulle rughe del legno.
Il prato è bianco,
le pance delle pecore intrise di brina
e gli uccelli sognano,
la testa piegata sotto l’ala.

Esco dall’acqua della notte.
Vivo insieme a loro questa povertà
fatta di erba e sale
il rigore del cielo
nell’attesa di un tempo più mite.

La vita con il pane, con un poco di bene.
È solo a questo che crediamo:
al ruotare magico del tempo
alla raccolta dell’acqua,
alla fede terrena del seme.



Vigilia

Vorrei parlarti ancora
della luce sugli orti,
dei sogni poveri che faccio al mattino
quando per un attimo diventi possibile.

I salici sono bianchi di neve
e nella mia terra dorme il sangue dei serpenti.
Eppure vorrei raccontarti
di una luna di garza sospesa sui tetti,
della casa fra gli ulivi
dove al mattino il latte svapora sui vetri
e una donna respira
il profumo acerbo dei mandorli.
Vorrei parlarti della voce che resta
dietro al bianco dei muri,
dei segreti che fanno più dolce la vita.

Domani le ragazze offriranno i seni alla luce,
riempiranno mani, le bocche degli uomini.
Vorrei dirti che anche gli angeli a volte
affondano dita in sogni d’argilla,
che non esiste vergogna nell’essere felici.



Prima gemma

Questo tiepido inverno
ha salvato i gerani del giardino.
Stamane il sole ha sorpreso i prati molli,
una gemma sulle spine di diamante del roseto.

L’estate arriverà di nuovo
nello stupore intatto dell’infanzia
ed io aspetterò, con la stessa meraviglia,
lo sbocciare allegro delle viti,
la lenta rinascita di un cuore.



Estival

La mia isola ha occhi chiari
e un corpo luminoso.
Ha un mare che non cambia:
riporta la stessa onda sulla pietra
senza sussulti nuovi, senza più bufere.

C’è una ragazza con il vestito rosso
che scende al mare ogni mattina.
Frantuma la testa di una dea,
calpesta i suoi occhi di alabastro
poi si getta nell’acqua e nuota con i pesci.

La mia Itaca ha seni di madreperla
e un sesso di bambina.
Ha lo sguardo d’ametista
e distingue il buio dalla luce,
il silenzio e la parola.
Di notte balla nuda e si accarezza il viso.
Le trema il corpo dopo una lunga corsa,
si porta la mia vita chiusa nella bocca.



Risveglio

Pronuncio il mio nome.
Lo sillabo piano.
Mi immergo nel profumo
di sonno e di viole.

Mi sfioro la bocca.
Respiro,
respiro.

Il corpo si alza,
poi si abbassa
si rialza.

(mis pulmones dos palomas
que abren y cierran las alas.
Mi sangre un río profundo
en venas de nácar y azul).

Definisco il mistero dell’essere,
di un mattino di sole,
l’assenza di ogni cosa cattiva.

Il giorno sarà un cielo di rame,
un canto d’infanzia,
una cesta di more lungo una strada bianca.



Luglio

Una goccia di sudore
e lo stupore bianco che acceca le saline.

Sei terra antica
torri di pietra e chiese barocche.
Sei il legno dell’ulivo
spuma di mare,
campo d’estate senza vento e senza suono.



San Lorenzo

Un velo di nebbia sull’acqua.
Nuotiamo nel buio,
verso un confine impreciso.
I riflettori sulla spiaggia
ci illuminano solo metà del viso.
L’anello affonda nella sabbia.
Un cane scava, annusa l’aria.

Lo scompiglio minimo dell’acqua
ad ogni mia bracciata.
Lo scompiglio minimo.

*

Il silenzio del giardino si posa sulla nuca,
sul filo di luci della città teso ad arco sul mare.
La notte raccoglie il buio fra gli ulivi.
Si aprono le nuvole
scoprendo una profezia di luce
che dura solo un attimo.
Congiunture d’astri e di pianeti
nel disegno esatto del cielo.

Le mani raccolte sul grembo,
incontro di stelle
nel segno ultimo del tempo.
Restiamo legati alle voci,
alla parte più tenera di noi
la più amata, la più segreta.

Il tuo respiro ha il suono del riposo.

*

Il canto nuziale dei grilli sui rovi,
fra i canneti piegati sul fiume.
I piedi delle bambine scivolano nell’acqua.
Ascoltiamo le loro risa seduti sulla riva
mentre il grido delle cicale
smuove il biancore sui campi.
La nostra ombra è immobile.
L’attesa si arena
in quest’ora venata di luce.

Nella foto che mi hai fatto
ho i capelli sciolti, la testa abbassata.
Cammino fra le ruote di fieno
che risplendono lungo la collina.

*

Il sole delle sette scalda le rocce,
increspa la spuma del mare.
La luce si annida
nella crosta aperta dei sugheri.
Questo attimo di gioia
può folgorare il dolore con il suo candore.

“Pensi a questo azzurro
quando sei lontana?” – mi chiedi.

I campanili di Alghero
fermi su una lingua di terra distante.
La luce si spande sulle nostre ciglia,
sulle braccia intrecciate delle bambine
addormentate sul sedile.
Io guido e la tua voce racconta
degli ultimi giorni insieme a chi hai amato.
La tua voce mi dice che l’amore è più forte.
Più della pena che resta.
Più di ogni morte.



Diario della luce


“Il male si allontana
dal giardino e dalla casa”.
Antonella Anedda

06:48

Dio ha scordato un poco di luna nel cielo
ma la notte deve compiersi,
aprire un varco verso la luce.

L’alba soffia sul mondo l’azzurro mattutino.
Il corpo è pesante di sonno
lentamente risale:
gli occhi semichiusi, la pelle dolce.

Il mio giorno inizia adesso,
con il latte che schiuma
e un piccolo gesto di pazienza.

La brace del sole è ancora lontana.
C’è un respiro di uccelle sui rami –
i loro cuori attendono.

*

12.02

A piedi nudi.
Un lago di luce nel portico.
L’aria brilla, vola sui capelli
con la sua benedizione.

Sul tavolo
un catino di stagno e il pesce lavato.

La fame si acquieta
con la goccia d’olio sul pane
la sete, con un sorso d’acqua.

Non chiediamo altro:
solo queste terre felici,
l’assenza della colpa.

*

14:16

È questo che vogliono i morti:
una luce che allaga, il sonno senz’ombra.

Le api ubriache
hanno perso la via del ritorno.
Una calma senza tempo
svapora dalle gole arse della terra.

Sognamo il ritorno della pioggia,
l’arcano soffio delle fecondazioni.
L’ora è quieta come un’assenza.
Pura come l’acqua
e la pietra.

*

17:03

Piantare un arancio
è un gesto senza tempo:
la terra spalancata al cielo,
bellezza e buio dischiusi in una zolla.

Gli utensili brillano
il piede affonda.

Riordiniamo l’opera.
Per un momento
immortali.

Il sudore cola sulle tempie
mentre educo la calma del cuore.
Dietro gli ulivi
è la quiete celeste del mare.

*

20:49

Il sole libera a stento
l’ultimo segno della sua perfezione.

La terra si rassegna al sacrificio della luce.
Il buio si apre ad altro buio.

Ora non c’è pietà:
la notte si tende sull’abisso,
ripete di nuovo
il suo cieco destino.

È difficile adesso
credere ancora nella luce,
nel miracolo della sua redenzione.

Chiudo le persiane.
Un suono mi nasce sulla bocca:
“Consegnami al silenzio.
Fa’ che questa notte sia vuota di sogni,
pura e splendente come una reliquia.

Fa’ che questa notte sia un campo felice:
una terra senza vento dove possa germinare
la poca felicità che ci appartiene”.

*

01:16

La luna è sorta dal suo grembo nerissimo.
Tinge di bianco i rami degli ulivi,
brucia la tenerezza degli oleandri.

Il mio corpo
come un roseto in fiamme.

Dalla terra nasce
un odore di oro e di cenere.
Sono la regina egizia
dagli occhi sempre aperti,
il mio sangue scintilla.

Nella stanza notturna
visi sconosciuti si chinano
ad osservare la mia veglia,
respirano sopra il tumulto del petto.

La fine del rumore inizia qui:
in questo silenzio gotico,
nell’inferno africano del mio fiato.

L’insonnia stanotte è una serra di sospiri,
una fila di piccole morti.
Fuori dura la sete dell’estate.
Nell’aria tintinnano ninnoli cinesi.

*

06:36

La luna si rivolta per l’ultima volta
nelle sue distruzioni:
succhia l’onda del mare,
fermenta i tuberi, i semi delle rose.

Non c’è più lotta fra la notte e il giorno.
Nulla agita il buio, il suo male piumato.

Il mondo adesso non ha più colore:
la notte è ferma
il mio corpo acqua.

Non c’è vento nel cielo:
solo stelle dolorose,
una partenza.

*

06:53

Chiusa in questo rosso che respira,
la rosa di vetro
nel fragilissimo centro del petto.
Solo così io esisto:
in questo suono scuro, dolce come sangue.

Il guanto della notte sfiora il mio corpo,
rimuove il velo funebre del buio.
Il nuovo giorno nasce
in una ciotola d’azzurro.

Tocco di nuovo il mondo
con le mie mani primitive.
Oggi vivrò senza fatica.
Bacerò la bocca rossa del giorno,
getterò piccoli sassi
nei cerchi infiniti dell’acqua.

settembre 2009

 

Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Daniela Raimondi su musiche del quintetto Faxtet.