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Esame di coscienza di un letterato

Testo tratto dal libro omonimo di Renato Serra (a cura di Vincenzo Gueglio, Palermo, Sellerio, 1994) - seconda puntata.

Un secolo fa, nel luglio del 1914, aveva inizio il primo conflitto mondiale. Qualche mese dopo, prima di partire per la guerra in cui morirà poco più che trentenne, lo scrittore cesenate Renato Serra rifletteva sul da farsi, interrogando la sua coscienza e quella dei suoi contemporanei.

La storia non sarà finita con questa guerra, e neanche modificata essenzialmente; né per i vincitori né per i vinti. E forse, neanche per l’Italia.
Viltà italiana, destino mancato, strade chiuse, posto perduto per sempre: anche noi, in questi mesi di aspettazione, abbiamo parlato di queste cose; o piuttosto non abbiamo avuto il coraggio di parlarne, oppressi da un’angoscia oscura, affrettando con l’animo di giorno in giorno il momento, che non passasse l’occasione, che non si perdesse in modo da non poter esser più ritrovata.
Certo, c’era qualche cosa di vero in queste ansie.
Che l’Italia abbia qualche cosa da fare; un dovere da compiere e un avvenire da preparare o da assicurare, qualche cosa di storicamente determinato e preciso, ai suoi confini, sulla sua strada, lo sappiamo tutti; anche quelli che lo negano e lo impediscono, con uno sforzo che finisce a definire con certezza sempre più semplice il problema presente.
Ma appunto perché questo problema è essenziale e sostanziale nella nostra storia, non possiamo credere che si esaurisca con oggi. Quella ricostituzione della nostra gente, intera e attraversata ancora una volta sul cammino e contro l’urto dei vicini crescenti, quell’anticipazione del nostro avvenire per le antiche perpetuamente rinnovate vie del levante, che avremmo voluto realizzare oggi, sono tutt’una cosa con l’Italia. E l’Italia resta. Non finisce, non muore; anche se sembri ora esclusa dal dramma immenso, sorda al richiamo del suo destino, abbandonata come un pezzo di legno morto fuor della corrente della storia.
Certi problemi non possono rimaner legati al destino di una generazione; che può anche essere fiacca, pettegola, ottusa, cieca, vile; come questa sembra. Ma l’Italia è un’altra cosa. È una realtà. Pare che dorma, in questa distesa grigia, fra queste Alpi taciturne e questo mare scolorito, sotto il cielo basso e chiuso; con tutti i suoi uomini rintanati nel torpore e nello squallore delle piccole case, ognuno stretto fra i suoi muri, seduto alla cenere e al fumo del suo focolare, imprigionato nel suo buco, nel suo orizzonte, nei suoi interessi, nella sua meschinità. Di quali destini o di quale avvenire vorrete parlare al bottegaio della città lassù, o al contadino di questa campagna? Di quali problemi si può accorger l’egoismo, che è la forza sola e la ragion di essere che ha sostenuto e mantenuto attraverso il tempo, al di fuori del tempo, la vitalità del branco, attaccato alla sua terra, alle sue cupidigie, al suo lavoro e al suo dolore, oggi come tremila anni fa; come sempre, fin che ci saranno viventi sotto il sole?
E va bene. Soltanto, la debolezza di oggi può esser la virtù di domani. Questa quasi animalità sorda e irriducibile che esaspera oggi e contrista le nostre coscienze agitate è forse una delle forze sostanziali, è la realtà della razza; che esiste e resiste, cresce, si espande, si moltiplica con una spinta istintiva, oscura e dispersa ancora, ma profonda e tenace, capace di ritrovarsi e di affermarsi al di là della nostra vita che è corta e transitoria.
Questa Italia esiste; vive; fa la sua strada. Se manca oggi alla chiamata, risponderà forse domani; fra cinquanta anni, fra cento; e sarà ancora in tempo. Che cosa sono gli anni a un popolo?
Il mare, i monti, il teatro della storia non si muta: l’Italia ha tempo. Non c’è niente mai di fallito o di perduto in un popolo che ha la vitalità e la vivacità di questo. Anche se non avrà preso parte alla guerra.
Ciò può essere un po’ duro da ammettere. Ripugna a qualcuno di dover concludere che in fondo in fondo tutta questa brava gente che abbiamo d’intorno e che pare abbia in pugno le sorti del nostro paese, parlamento, stampa, professori, Giolitti eccellente uomo, e diplomatici, preti, socialisti ancora migliori – non avranno fatto molto male, come non erano capaci di far molto bene; e l’ira verso di loro è tanto esagerata quanto inutile il disprezzo. Il destino dell’Italia non era nelle loro mani. Non avremo niente da vendicare. Quel fremito di vergogna e di rabbia, che volevamo portare chiuso nel cuore, fino al momento dello sfogo, finisce quasi in un sorriso.
E anche questa è una cosa malinconica. Una cosa sciupata. Ma ce n’è tante!
E tutte insieme sono niente se penso a quello che va sciupato, a ogni minuto, intanto che io parlo, intanto che io penso, intanto che scrivo, sangue e dolore e travaglio di uomini presi in questo gorgo vasto della guerra. Gorgo che si consuma in se stesso.
Che cosa diventano i resultati, le rivendicazioni di territori o di confini, le indennità e i patti e la liquidazione ultima, sia pur piena e compiuta, di fronte a ciò?
Crediamo pure, per un momento, che gli oppressi saranno vendicati e gli oppressori saranno abbassati; l’esito finale sarà tutta la giustizia e tutto il maggior bene possibile su questa terra. Ma non c’è bene che paghi la lagrima pianta invano, il lamento del ferito che è rimasto solo, il dolore del tormentato di cui nessuno ha avuta notizia, il sangue e lo strazio umano che non ha servito a niente. Il bene degli altri, di quelli che restano, non compensa il male, abbandonato senza rimedio all’eternità.
E poi, di qual bene si tratta? Anche gli esuli che aspettano la fine come il compimento della profezia e l’avvento del cielo sulla terra, sanno che il sogno è vano.
Forse il beneficio della guerra, come di tutte le cose, è in se stessa: un sacrificio che si fa, un dovere che si adempie. Si impara a soffrire, a resistere, a contentarsi di poco, a vivere più degnamente, con più seria fraternità, con più religiosa semplicità, individui e nazioni: finché non disimparino...
Ma del resto è una perdita cieca, un dolore, uno sperpero, una distruzione enorme e inutile.
Parlavo prima di coloro che vorrebbero, per un istinto del cuore, sospendere quasi il corso dell’universo: obbligare tutte le cose a subire l’effetto di questa guerra, a conservarla, a continuarla, a non lasciar perdere niente dello sforzo durato dall’umanità.
È un’illusione; non meno naturale che vana.
Il cuore, che s’è ribellato per un istante, torna presto alla sua quiete usata: si rassegna a questa che non è né maggiore né minore di tutte le altre ingiustizie, intollerabili e tollerate, del vivere. Il mondo è pieno di cose senza compenso. Tale è la sua legge. Penso che anch’io ho pianto fanciullo sulle corone antiche, sui popoli scomparsi senza colpa dalla scena del mondo, su tutte le cose che si sono perdute e più di lor non si ragiona: ho letto con una lacrima negli occhi fissi, i denti stretti in silenzio, la storia delle conquiste e delle distruzioni, le vittorie dei Romani e dei barbari, le guerre degli Spagnuoli e le rivolte dei villani, le guerre dei trent’anni e le guerre di religione. Ero un fanciullo solo, e non sapevo come avrei potuto continuare a vivere. Ma ho potuto continuare. Ho rinunciato a vendicare le vittime, ho dimenticato di consolare quelli che erano morti senza consolazione: ho vissuto egualmente. (Ho vissuto accanto ai miei cari che sono morti. Li ho lasciati sotto terra e me ne sono andato per le strade del mondo). Posso fare così anche adesso.
Questa storia, che chiamiamo presente, non è diversa da quelle, che crediamo di aver letto soltanto nei libri: partecipiamo all’una come alle altre con lo stesso titolo. Vicini, ma anche così lontani!
Facciano i Tedeschi e i loro amici tutto quello che vogliono e che possono. Noi abbiamo una cosa sola da offrire per compenso a tutte le ingiustizie dell’universo: ma questa ci basta, e il nostro cristianesimo, che ha perduto tutto il Dio e tutta la speranza, non ha perduto la tristezza e il gusto dell’eternità.
Del resto, viviamo, poiché non se ne può fare a meno, e la vita è così.
E facciamo magari della letteratura. Perché no? Questa letteratura, che io ho sempre amato con tutta la trascuranza e l’ironia che è propria del mio amore, che mi son vergognato di prender sul serio fino al punto di aspettarne o cavarne qualche bene, è forse, fra tante altre, una delle cose più degne.
Non c’è mica bisogno per tutti del genio aspro e assoluto di quello che rideva a vedere i Prussiani sedere e trionfare nello squallore del suo vecchio paese; li osservava con un cinismo libero di ogni umanità, candido e ingenuo, e ne augurava degli altri.
Aggiungerò che io non saprei neanche avere nel nostro lavoro la fiducia superba di alcuni miei vicini; vivo troppo fuori del secolo, per credere a una conquista dell’assoluto, che debba essere la parte esclusiva di questa generazione.
A parte ciò, devo pur riconoscere che la nostra letteratura è una cosa non affatto futile né inutile. Non ce ne sono molte altre che valgano meglio, e che sian degne di più rispetto, in Italia.
È una realtà. C’è intorno a me una semplificazione, un istinto di riduzione all’essenziale, una moltiplicazione di esigenze, che sono un tormento e una forza viva innegabile. Non importa se ci sia in tutto questo una astrazione e una povertà non sempre volontaria, in cui io ritrovo tanto di me stesso, che mi impedisce di essere giusto. Insieme coi difetti, che sono un poco anche i miei, ci son pur qualità vere e progresso e suono e felicità, che non mi appartiene e che non posso negare.
E allora, dopo tanto tempo che ho perduto a prender sul serio ciò che non mi riguarda, il meglio che mi resti da fare è forse di tornare, per quel tanto che mi è concesso, proprio a quella letteratura, che ho sempre considerata la cosa più estrinseca e meno compromettente.
Dopo aver lasciato tutto il resto, questa è l’unica parte che mi rimane; e peggio per me, se mi par così poco. La prenderò come una lezione, che so di aver meritato. E non parliamo più della guerra.

Anzi, parliamone ancora.
M’è voluto del tempo, per riuscire a quella conclusione, i giorni son passati intanto che me la ripetevo, e forse mi sono scordato di qualche cosa. Bisognerà tornare indietro, per un minuto, e ricapitolare, per fermarmi a oggi. Vediamo.
Il conto non è finito. Ho detto che questi pensieri mi pesavano, che bisognava liberarmene.
E, dunque, sono libero. Di pensieri.
Non era una cosa molto semplice. Erano tanti, penetrati così dentro, un’abitudine, un’ombra oramai naturale e stabilita sopra tutte e altre cose di passaggio. Mi avevano fatto compagnia quando l’inverno giaceva sui colli duri, imminenti nell’aria di vetro; e il seccume giallo giù per le prode mostrava immobilmente le righe dell’acqua traboccante e della neve scolata via a rivoletti. Mi avevano fatto compagnia senza parlare, come un peso inevitabile.
E poi adesso li ho portati ancora a spasso con me per queste sere di primavera che tarda a venire; livida, scura, irritata dalle colonne di una polvere arida ancora d’inverno che si alzano e corrono via strisciando sulle strade di una bianchezza che è falsa sotto le nubi di mobile piombo.
Li ho portati e li ho tollerati tanto che alla fine me ne son liberato. Li ho consumati, appunto, come un’abitudine che a poco a poco perde ogni significato; finché uno si domanda, nel riprenderla, quasi meccanicamente, ma perché? e si volta indietro, e si meraviglia di aver durato tanto, nella ripetizione senza motivo; ed è finita.
Così è accaduto a tutte queste inquietudini e angoscie e pensieri, che stringevo dentro di me fin da quei giorni ultimi di luglio; chiuse, come una tristezza o un amore, che non si discute; esiste, dentro, e si applica a tutti i momenti e a tutti gli atti del vivere quotidiano. E poi viene il giorno che si discute. Così, passo passo. Si tira fuori e si guarda. Parte per parte, pezzettino per pezzettino. A guardarlo fuori, è un’altra cosa; tutta lisa, limata, logora, vana; e si comincia a buttar via, con una irritazione per ciò che si è subìto così stupidamente, che si confonde con la gioia di sentirsi leggeri e col desiderio di aver finito presto, del tutto. Si fruga in tutti gli angoli, si scruta, si tenta, si esaminano tutte le reliquie, i compromessi, le traccie dissimulate e profonde: par che non s’abbia mai terminato questo lavoro di revisione e di pulizia, che alla fine ci farà tirare un sospiro così profondo di liberazione.
Ma anche questa volta ho terminato. Uno per uno, li ho esaminati tutti, i pretesti dietro cui mi ero rifugiato in un momento di debolezza; e nessuno ha potuto resistere alla interrogazione di uno sguardo freddo.
Sono libero e vuoto, alla fine. Un passo dietro l’altro, su per la rampata di ciottoli vecchi e lisci, con un muro alla fine e una porta aperta sul cielo; e di là il mondo. A ogni passo la corona del pino, che pareva stampata come un’incisione fredda lassù su una pagina d’aria grigia, si sposta; si addensa, affonda i suoi aghi di un verde fosco e fresco in un cielo più vasto, che scioglie tanti stracci di nuvole erranti in una gran trasparenza scolorata. C’è una punta d’oro in quegli aghi che si tuffano nell’aria così vuota, così nuova. Anch’io son vuoto, e nuovo.
Me n’accorgo, che ho agio di guardar tante cose. L’erba, per esempio; questa vecchia erba stinta, che par che aspetti le prime acquate brillanti, fra argento e sole: ma non è vecchia; è la luce spenta, senza riflesso che la fa parere; c’è tante puntine sottili, e gambi nuovi, e foglie e lancie di una tenerezza appena dispiegata; ma tutto è un po’ piatto, tisico, senza succhio e senza vernice. La polvere che ci soffia sopra è intonata a quella freddezza. Il vento la butta anche nei miei occhi con una puntura di ironia. Sicuro, c’era qualche altro fastidio, prima di questo grano di polvere che non arrivo a stropicciar via dall’angolo della palpebra; c’era... una lacrima calda sul mio dito. E il fruscio della polvere che m’ha oltrepassato oramai e corre via dietro a me come un piccolo turbine. E poi la pausa del vento e il ritorno dei colori e delle forme nelle mie pupille libere. Il verde magro della proda, e poi tutto il pendio, attraverso la siepe brulla; grano sopra, prati e prati giù, fino in basso; verde raso, a gradi freddi in ombra. E quella casa là di fronte improvvisa, come uno squillo; la facciata con l’intonaco crepato, e le finestrine buie; una pennellata d’oltre mare, così crudo, così fresco. Lo sfondo di aria tinta ne prende dei riflessi caldi, quasi di rosa. Finalmente! So che cosa è questa.
I colori che rincrudiscono sulla terra nuda e netta, l’ombra che si muove, una zona di tepore diffuso e brillante sotto le nubi gonfie; il verde che si rinfresca e il turchino che s’agghiaccia; luce di primavera nel finire del giorno.
Ecco quello che importa. Resto così sospeso ad assaporare la mia libertà nelle sensazioni che l’attraversano; erranti, senza corpo: aria lavata e vuota; colori muti. Libertà.

[continua]

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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