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Fino a Cahors

Testo tratto dal libro omonimo di Ginetta Maria Fino (Arcidosso, Effigi Edizioni, 2016)

Pedagogista, insegnante, autrice e interprete di spettacoli teatrali, Ginetta Maria Fino è nata in Francia, dove fu chiamata Ginette Marie. Nel suo libro più recente racconta la sua infanzia in una famiglia di emigrati italiani e poi la giovinezza a Bologna, vissuta da immigrata di ritorno, tra emarginazione ed emancipazione. Le abbiamo chiesto di leggerci le pagine iniziali.

Cahors 1954-1963

Momenti, scene avvolte dal silenzio, rotto dal suono della voce di bimba di Madame Jeannette Richard, marraine [madrina] per me soltanto.
«Ta mère eut sa perte des eaux pendant qu’elle vendangeait. Quand tu es née, ma petite, aux joues rouges et aux cheveux blonds, que tu étais mignonne. Mon oncle Ghirodet l’amena à l’hôpital avec sa camionnette. Ta mère te fit baptiser à l’hôpital, elle craignait que tu meures comme tes soeurs Filomena et Raffaella. Ils t’appelèrent Ginette come la belle Ginette Boisset»
[«Tua mamma perse le acque mentre vendemmiava. Quando sei nata, mia piccola, con le gote rosse e i capelli biondi, com’eri carina. Mio zio Ghirodet l’accompagnò all’ospedale con il suo camioncino. Tua mamma ti fece battezzare all’ospedale, temeva che tu morissi come le tue sorelle Filomena e Raffaella. Ti chiamarono Ginette come la bella Ginette Boisset»].

Mia sorella Tamara, maggiore di soli tre anni, mi teneva in braccio lavandomi il sederino in un catino bianco dal bordino blu; a quattro anni, trattenendomi dal grembiulino, mi aiutava a fare i primi passi. Ho imparato da lei a catturare le mosche con i bicchieri. Noi due, appoggiate al tavolo della cucina, la testa sulle braccia incrociate, osservavamo incantate le mosche che tastavano con la proboscide la campana di vetro sfregandosi continuamente la testa e le ali fra le zampette. Non avevamo dubbi: si lavavano perché andavano sopra la cacca della concimaia.
Com’è la casa dei miei ricordi? Odore di legno misto all’aroma del tabacco e, nei mesi caldi, un continuo ronzio di mosche. Del freddo dell’inverno ricordo il tubo ghiacciato che papà scaldava accendendo uno straccio imbevuto di nafta per ridarci l’acqua in casa.
Unico per importanza e dimensioni era il lavandino sormontato da uno specchio quadrato troppo alto per me. Non ho fatto in tempo a specchiarmici. Quando maman [mamma] si pettinava, alcuni capelli restavano fra i denti del pettine, lei li arrotolava fra le dita prima di buttarli. Una volta mi raccontò di come si fossero tramutati in serpentelli dopo averli lasciati a bagno in un bicchiere d’acqua per trenta giorni. Ero piccola, ci ho provato una volta, ma i serpentelli lunghi e fini come capelli non sono mai nati. A Cabessut raccontano che maman era la più bella di tutte, di una bellezza fiera e antica; ricordano che si acconciava le lunghe trecce sulla nuca in un modo mai visto [Cabessut è un sobborgo di Cahors, città della Francia meridionale].
Tamara ed io lavavamo le lunghe assi del parquet con sacchi di iuta e capitava che piccole schegge di legno si infilassero nella pelle delicata delle nostre piccole mani. Non dovevamo usare troppa acqua. Il ticchettio del bastone della padrona di casa, Madame Henras, ne anticipava la visita quando l’acqua era filtrata in camera sua al piano di sotto.
«Questo non è compito per bambine», mormorava scuotendo la testa.

Il bagno non c’era. A ridosso del letamaio in un angusto pertugio con porticina c’era un buco alla turca. Avevo il terrore di sprofondare in quell’oscura voragine nauseabonda e facevo la pipì in apnea o al piano di sopra nel secchio fuori dalle camere. Ogni tanto, la mattina, dei lunghi palloncini trasparenti galleggiavano nella pipì, non capivo chi e perché ci giocasse solo la notte e poi li gettasse proprio lì dentro.
Quando a pranzo c’erano molti braccianti, una maledetta sedia verde di ferro, sbilenca e pieghevole, mi perseguitava. Finiva immancabilmente sotto il mio sedere. Molto piccola, non arrivavo alla spalliera e nonostante le doti di equilibrista, mi ritrovavo spesso a terra.
La scala esterna per salire in casa al primo piano era coperta da un pergolato di viti e il muro che la conteneva era uno scivolo ambito da noi bambini. In primavera papà, con una pompa a spalla, irrorava la pianta con solfato di rame. Sbuffi d’azzurro coloravano la facciata.
Il letto matrimoniale che dividevo con Tamara occupava quasi tutto lo spazio della camera e non c’erano altri mobili. La stanza dei miei genitori era solo più grande e nel corridoio c’era l’unico armadio a muro a un’anta. Frugavo nelle tasche del vestito buono di papà alla ricerca di monete italiane. Convinta che i muri contenessero tesori infilavo il ditino nell’intonaco scrostato aggiungendo monete da cento lire nelle fessure, traccia e tesoro che lasciavo ai posteri, «così un giorno qualcuno le troverà e saprà che qui ci abitavano degli italiani» pensavo. Mi piace credere che qualcuno abbia trovato una moneta italiana.
A scuola non avevamo la merenda come gli altri, forse non l’avevamo proprio. Guardavo con occhi desideranti il pane, burro e cacao delle mie compagne; il pranzo consisteva in una fetta di pane dilatato in un piatto di brodaglia e un secondo che non ricordo neppure.
Tamara divenne presto un’esperta Robin Hood e, misteriosamente, mi faceva trovare nel cestino ottime merende che mi invitava a mangiare di nascosto dietro i cappotti appesi fuori dalle classi; mi proponeva giochi e soluzioni sempre vantaggiose per lei, più forte e soprattutto più grande di me. Condividevamo con Gesù Bambino il letto appoggiato al muro facendo a gara a chi gli lasciava molto posto. Era una sua trovata, lei si stampava sulla parete aderendovi come un ragnetto, io cadevo a terra e perdevo la partita. Nelle notti d’inverno, il sonno ci coglieva intente a scaccolarci le orecchie. Era un piacere intenso diventare a turno scimmia e madre.

In cucina c’era un grande tavolo pesante e un comò. Con l’aiuto di una sedia raggiungevo il primo cassetto per gustare la dolce polvere lattea di mio fratello André Raphael. Papà aveva voluto a tutti i costi un maschio e benché avesse tutti i privilegi riservati al suo sesso gli volli bene in modo speciale. Eravamo forti, facevamo la lotta e litigavamo, ma se maman interveniva per separarci ero sempre io la colpevole perché ero la più grande.
Il nostro primo giorno d’asilo le suore divisero i maschi dalle femmine mettendoli in classi distinte, scoprii che una differenza poteva creare distacchi dolorosi. André piangeva, voleva stare con me e io con lui. Avevamo anche bagni divisi. Il secondo anno di scuola, un prodigio inaspettato apparve nel bagno delle bimbe: la turca era scomparsa e un bianco, lucido e comodissimo water aveva preso il suo posto. Era la prima volta che ne vedevo uno. A mio fratello restava la solita fetida turca voragine. Il modo di fare la pipì era una sufficiente ragione per la separazione? Era un birichino terribile, assestava ovunque cacche micidiali che Tamara raccoglieva, dalla primavera inoltrata all’autunno, utilizzando le grandi foglie della paulonia.

La scala di legno per salire alle camere del piano superiore fu scenografia di avvenimenti vari. Maman sdraiata sugli scalini e papà piegato su di lei che la batte è parte di un dramma che ricordo e per quel momento non esiste passato.
Sono sotto il tavolo, papà grida, maman dice qualcosa, piange, grida anche lei e gli dice che non deve uscire con Assunta e lui la picchia. In piedi, attaccata alla gamba del tavolo, ho due anni e Tamara cinque.
«Attention à ne pas tomber!» [«Attenti a non cadere!»] ci ricordava continuamente maman e noi bimbi dovevamo salire adagio, tenendoci per bene. Mi domandai perché invece lei salisse di corsa piangendo forte e togliendosi la camicetta. Era arrivata la notizia che era morta nonna Filomena, ma perché spogliarsi salendo le scale? Perché doveva indossare una camicetta nera? Avevo due anni e da quel giorno mi dispiacque vederla sempre vestita di nero, lei che preferiva e indossava soltanto abiti dalle tinte pastello. Tutti i miei compagni avevano i nonni, io non ne ho conosciuto nessuno. Sono morti prima che tornassimo in Italia. Mi sono mancati.

Soffitta

La scala di legno portava al granaio, il luogo più caldo della casa e costruito interamente con grandi assi di legno. Piante di tabacco a centinaia, fissate a un grosso chiodo, venivano appese dal gambo al soffitto altissimo in file ordinate. Impiccate a testa in giù, mi perdevo per ore a osservarle col naso in su. Sulle piante scorrevano tutti i colori dell’autunno e alle soglie dell’inverno il granaio profumava di cioccolato. Papà, Domenico e il figlio Quintillio, braccianti di Foligno, ne arrotolavano e fumavano le foglie. Quanto era buono quell’odore! Tamara ed io li imitammo con dei gambi d’aglio secco, ma ci sconquassammo in una tosse tremenda. Nessuna delle due è fumatrice.
In fondo alla soffitta c’era la porticina che portava al sottotetto di Madame Henras. Osai entrarci con Tamara una volta sola. Salimmo i piccoli gradini facendo molta attenzione a non far rumore altrimenti la signora o il figlio che abitavano di sotto ci avrebbero sentite. Davanti ai nostri occhi comparve il frammento di un mondo sconosciuto. A terra, patate, mele e cipolle e un vecchio ventilatore, ma fu un ferruginoso sbattiuova con le palette triangolari ad attrarre per primo la nostra attenzione. Lo provammo in cucina e scoprimmo presto perché era stato buttato lassù: sbatté sì le uova, ma addosso a noi e sulle pareti, ovunque, tranne che nella terrina. Sgattaiolammo furtive a rimettere a posto l’oggetto e ci guardammo intorno ancora un po’. Le pareti di casa nostra erano nude e lassù, coperti di polvere e ragnatele, appoggiati a terra, quadri, grandi ritratti di uomini e donne, una serie di bottiglie dalle forme mai viste e su un vecchio mobile uno strano orologio incastrato in una scultura di metallo scuro. Raffigurava una donna seduta su un aratro con delle spighe di grano in mano. Aprimmo un grande baule in cuoio che sembrava un armadio, conteneva cappelli con veletta, vestiti lunghi, cinture, camicette. Un rumore proveniente dal piano di sotto ci fece sobbalzare. Ci ripromettemmo di tornarci per vedere meglio i vestiti, ma non facemmo in tempo perché emigrammo anche da lì.
Ci rifugiavamo spesso nel granaio e, giorno dopo giorno, riuscimmo ad allargare una fessura su un’asse del pavimento, tanto da ottenere un piccolo buco all’altezza della concimaia. Divertite, spiando quello che succedeva di sotto, intravedemmo Monsieur Croq, il nostro scorbutico vicino, che, con un lunghissimo bastone fra le mani, rimestava chissà cosa nella concimaia. Una volta che ci scappava la pipì decidemmo di farla dal buchino, purtroppo senza un’adeguata ricognizione e Monsieur Croq si fece uno shampoo con la nostra pipì calda. Purtroppo andò a lamentarsi da maman, che la sera stessa ci prese per il grembiule e, avvicinato il volto di Tamara al buco, le intimò di leccarlo. Certa che non avremmo osato mai più pisciare dal buco, ci lasciò andare sopraffatte.
Mi promisi che non avrei mai terrorizzato la mia bambina come faceva lei. Sapeva farci stare buoni tutti con poco: il volto severamente teso, ci guardava con gli occhi un po’ più sgranati del solito e rimproveri taciuti fra le labbra strette ci facevano diventare buonissimi.

 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Ginetta Maria Fino

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