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Fola per il Natale

Testo di Luciano De Nardis tratto dal volume “Romagna popolare. Scritti folklorici. 1923-1960” (a cura di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, Imola, Editrice La Mandragora, 2003).

Tra il 1923 e il 1960, con lo pseudonimo di Luciano De Nardis, il forlivese Livio Carloni, appassionato di ricerche sul folklore, collaborò con la rivista romagnola «La Piê». Questo scritto rievoca la magia di un’usanza natalizia d’altri tempi...


Nelle case di Romagna, per la notte di Natale, ancora è usanza porre accosto all’arola su cui rimangon vive la brace e la fiamma, tre belle sedie che onorino la casa, per il riposo della Santa Famiglia che ritorna, pellegrina, a camminare il mondo. All’avaro presepio degli Evangeli si contrappone qui la pia ospitalità delle case e dei cuori. C’è poi chi completa il dono dell’ospitalità, ponendo sulle sedie una fascia e dei candidi pannicelli.
Altre versioni vogliono che il riposo venga offerto nella sera vigilia dell’Epifania, quando, nel credo del popolo, la Famiglia di Gesù fugge a proteggerlo contro i coltelli di Erode: che allora ad Essa è dolce il riposo nella casa vegliante e nella fede commossa dei buoni.
Ma, comunque si consideri il giorno dedicato al pio costume, rimane, del costume, inalterato lo stesso significato prezioso, per cui il senso umano e il senso divino si confondono in un perfetto atto di innamorata fede: appunto quella che è semplice espressione delle semplici anime, religione e poesia di popolo.
La fola che qui sotto riportiamo, trae così motivo dalla tradizione del Natale romagnolo; e con altre fole di pari fattura nostrana, è proprietà del “Giornalino della Domenica” e fu dedicata a quel portentoso creatore di serene magìe che si chiamò Vamba.

Il mio fratellino Gesù

Dolci sere delle veglie:
– la più dolce, di Natale!
Che non spegne mai il fuoco
e ci chiama a riscaldare
dalle vie stanche del mondo
che han la neve, sempre, in fondo.
Che il suo chiaro è la cometa
tanto fida nel cammino,
sin che giungo a questa cuna:
del mio cuore di bambino.

– Toc, toc, toc. – chi c’è a quest’ora? –
– Nonna, sai, ricordo ancora
come dice il pellegrino:
“Chiede il pane un poverino!”.
La bellezza della fola
che rivisse sull’arola
tutta amore, in un mattino
assai lontano: del bambino
senza babbo e senza mamma
senza latte e senza nanna,
che chiamai mio fratellino.
Sempre al povero si dà,
nonna, un po’ di carità.

« – ed era il Signore appena nato
che venne un Angelo per dire:
– San Giuseppe, devi subito partire.
Prendi il Bambino e prendi la tua Sposa
e vai e ancora vai senza mai posa.
Il tristo re vuol morto il Re divino! –
E fra le siepi c’era un viottolino
nascosto che portava in riva al mare.
Ma sono così stanchi, per tanto camminare!
Ma sono così stanchi, cammina che cammina! ... – »

Di notte si fermavano
qui nella mia casina.
Perché il Signore benedetto
va per il mondo in cerca di un tetto.

Allora
mettevo accanto al fuoco il mio panchetto
fra le due sedie nuove.
– Per il tuo riposo, Signore!
E questa qui sarà di San Giuseppe
e quest’altra sarà della Madonna. –
Ravvivavo la fiamma; ed alla nonna
poi domandavo un bacio. – Bel sognare! –
(–Mi raccomando, non la far smorzare!–)

Sopra il mio passo che si allontanava
c’era quello del sogno che già entrava.

Ma sono così stanchi, cammina che cammina!
Si fermavano di notte, qui, nella mia casina.

Si sentivano ancor le cennamelle
nella notte, lontane, ritornare
per i loro sentieri, erti, di stelle
che hanno in cima un chiuso casolare.

E di mattina trovai sul panchettino
(un anno che non so, tanto è perduto!)
seduto
un meschinello fanciullino.
– Non ha più il babbo e non ha più la mamma:
povero, senza latte e senza nanna! –

Io lo so, che il Signore benedetto
va per il mondo in cerca di un tetto!

Lo guardai nei begli occhi color blu
e me lo strinsi dolce, contro il cuore:
– Tutto per te, il mio fedele amore,
piccolo fratellino mio Gesù! –

        Natale 1920.

[«La Piê», 5 (1924): pp. 242-243]

Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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