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C'è gente in giardino

Dal libro omonimo di Carlo Pagani e Mimma Pallavicini (sottotitolo: “Le piccole storie verdi del maestro giardiniere”, Bologna, Pendragon, 2017)

Giardiniere, paesaggista, divulgatore televisivo, Carlo Pagani dialoga da anni, dalla sua Budrio, con i lettori della rubrica che tiene sulla rivista “Gardenia”. Abbiamo scelto qualche pagina dal libro in cui, insieme alla giornalista Mimma Pallavicini, ha raccolto alcuni di questi episodi di ordinaria magia vegetale.

Chi sogna di giorno...

Ha 37 anni, il cognome che parla della sua passione per le piante, una quasi laurea in archeologia (le mancano tre esami), il piacere del contatto con la gente e un’attività di commerciante abbandonata il luglio dello scorso anno. Un giorno mi ha mandato una mail: “Ho deciso di scriverle perché, leggendo con attenzione ogni mese la sua rubrica, ho avuto l’impressione che tra i tanti consigli lei sappia esprimere sempre un vivo interesse per le persone che amano la natura e le piante; risponde a nonni, bambini, extracomunitari... allora ho pensato che avrebbe potuto dare retta anche a me. L’e-mail parte un po’ in ritardo, forse perché avevo paura di una non risposta”.
Paola, questo il suo nome, racconta che ha trovato la felicità, da tre anni, imparando a coltivare il giardino e mi chiede se è sensato da parte sua provare a dedicarsi come professione all’arte dei giardini. Dietro alla richiesta indirizzata a me (per quanto lei dica, mi sento assai più esperto di rose e fiori che di persone), colgo nella ragazza il timore di comportarsi da visionaria, che vola via a caccia di sogni gratificanti invece di tenere i piedi per terra, come serve sempre di più per non perdere l’equilibrio in questo strano mondo in cui viviamo.
Invece di raccontarle che non c’è lavoro sufficiente per tutti, che la strada è in salita e tutti gli altri discorsi ricorrenti sulla congiuntura negativa, io ho battuto per lei sui tasti del mio computer una frase di Edgar Allan Poe: “Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto la notte”. E, ricordandole che se si è animati da una passione è bene consegnarsi a essa senza indugi, le ho augurato di diventare presto una mia collega. E in segreto ho desiderato di poter passare in futuro il testimone di giardiniere a gente come lei.

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Orti per condividere felicità

Tempo fa è venuta nel bosco una delegazione di artigiani pensionati, spinti da alcuni ad appassionarsi nella gestione di un grande orto collettivo. Presto mi sono accorto che lo scopo vero della visita era farmi decidere quali erano gli ortolani più ferrati in materia. In realtà quasi tutti ne sapevano più del diavolo, in testa una distinta signora ancora relativamente giovane di nome Olga, rivelatasi la badante russa del più anziano e acciaccato del gruppo, tale Palmiro.
“Non la chiami badante, per favore” – mi ha detto il vecchio camminando appoggiato al bastone – “perché lei è la mia assistente, e le assicuro che è la più esperta di tutti. Chieda a lei come mai”. La madre di Olga ai tempi dell’Unione Sovietica era la responsabile di una grande cooperativa che produceva ortaggi, in mezzo ai quali la ragazza era cresciuta. Quando per Olga era arrivato il momento di prendere il posto della madre, cadde il regime e lei si trovò senza lavoro e dovette emigrare, guadagnandosi da vivere come badante, ma mantenendo una profonda passione per la terra; cosa che, insieme ai modi riservati e intelligenti, le aveva guadagnato la stima del gruppo di ortisti.
Insomma, ci siamo scambiati segreti di ogni genere e, quando l’atmosfera è diventata quella calda e affettuosa di tanti amici uniti dallo stesso interesse, ho proposto di eleggere il presidente dell’orto collettivo, seduti attorno al ciliegio Zivago del mio bosco. Olga è stata eletta per acclamazione, direi con un consenso... bulgaro. Ha avuto in regalo un cestino delle ciliegie prodotte da Zivago e la foto ricordo accanto a Palmiro impettito e fiero e, dietro, tutti gli altri. Mentre se ne andavano ho ragionato che per gli anziani l’orto è anche questo, un modo per condividere momenti felici nonostante l’età fragile tra artriti e mal di cuore o, come per Olga, con il ricordo di una vita che poteva essere e non è stata, ma è recuperabile ogni giorno tra le parcelle di insalata.

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Chi insegnerà le regole alla signora?

Mi è rimasta in sospeso una storia che dice quanto la gente non abbia più regole, quanto pretenda senza dare nulla in cambio. Una signora bolognese con il doppio cognome viene nel mio garden center attorno al 20 maggio, vede una rosa Glamis Castle tutta in fiore e, puntandole contro il dito, esclama: “Lei!”. Questa rosa inglese è considerata la migliore rosa bianca ibridata da Austin, ha una forma proprio da rosa antica e ha anche un buon profumo. La signora mi racconta che a metà giugno il nipotino fa la prima comunione e per il ricevimento a casa sua il giardino deve essere uno splendore, tutto bianco di rose. Commento che il problema è il periodo: se quella bella rosa è in piena fioritura alla terza settimana di maggio, non lo sarà più di certo alla seconda di giugno, quando si prenderà un periodo di riposo per formare altri boccioli dopo la potatura di riordino.
La signora insiste sull’orlo di una crisi di nervi; cerco ogni soluzione possibile per accontentarla e alla fine le propongo un’alternativa, scegliendo tra le rose bianche più generose, che cioè non hanno un lungo intervallo tra un ciclo di fioritura e il successivo. Le faccio vedere la rosa Iceberg, le dico quanto abbia dato alla causa dei giardini eleganti, le assicuro un colpo d’occhio da favola da subito e, con una minima pausa in piena estate, di nuovo sino a Natale. Lei sembra capire e accetta, io spedisco i miei uomini a mettere a dimora macchie di Iceberg, un po’ fitte perché non si capisca che sono state appena piantate. Alla fine sono passato a controllare il lavoro e non ho potuto fare a meno di scattare una foto del risultato: un pronto effetto eccellente.
Passa un mese e passa pure l’evento che stava tanto a cuore alla mia cliente. Una mattina mi telefona: “Pagani, che schifo quelle rose là, comuni, popolari. Io non so perché me le abbia imposte a tutti i costi”. Ho preso un bel respiro e le ho annunciato che nel giro di qualche ora i miei giardinieri sarebbero andati a togliere dal suo sguardo un simile “obbrobrio”, e così ho fatto senza una parola in più. Ma il dolore che ho provato a sentir apostrofare quelle rose con spregio mi ha fatto cercare la consolazione del mio bosco, che è un recinto con le sue regole: metà mele a me e metà alle ghiandaie, le ranocchie quando si formano pozzanghere e nessuna ranocchia quando non c’è acqua, nocciole per me ma prima ancora per lo scoiattolo Ugo, che vive principalmente di quelle. La natura ha le sue regole, il mondo intero si regge su regole; persino le star del calcio devono sottostare a regole se vogliono raccogliere allori con quel mestiere. E invece una signora ricca e capricciosa, ignara dei ritmi della natura, vorrebbe imporre alle rose, ma solo a quelle che le sembrano degne, di fiorire al ritmo deciso da lei.

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Il miausoleo di Adelina

Dire che la signora Adelina è un’anziana arzilla è farle un torto. Intanto perché, a dispetto dei suoi ottant’anni suonati, è di ottimo aspetto, allegra e piena di energia. Poi perché coltiva con baldanza giovanile un gran numero di interessi, per esempio ha letto tutti i romanzi di Elizabeth von Arnim e di tanto in tanto ne cita qualche brano a memoria e si dice batta tutti al bridge, quando soggiorna a Cattolica nella sua casa al mare. In cima alle sue passioni ci sono i gatti, che spesso chiama con nomi di re e principi importanti della storia. Se li porta dietro ovunque. La gatta Nerina è stata a lungo il suo personale portafortuna, accovacciata accanto a lei in una lussuosa gabbietta al circolo del bridge: che fosse la viziatissima micina la causa dei cattivi risultati a carte degli altri giocatori, lo hanno fatto intendere probabilmente proprio loro.
Insomma Adelina, con il suo marcato accento bolognese e la “s” che fischia, viene nel mio garden con una certa frequenza, sempre chiedendo erbacee perenni con fiori che durino poco, ma la cui fioritura si rinnovi tutti gli anni negli stessi giorni. “Ohibò” – dico io – “gli altri clienti vorrebbero piante che schiudano fiori di continuo da gennaio a dicembre, e lei in controtendenza vuole fioriture lampo”. Ripeto a me stesso che dovrò indagare su una simile bizzarria, sino a quando si presenta l’occasione: l’invito della signora Adelina nel suo giardino.
“Non si aspetti un giardino come quelli che fa lei” – mi apostrofa mentre ci avviamo alla visita – “ma un miausoleo come il mio non ce l’ha nessuno”. Ed è così che, prima ancora di arrivare a destinazione, collegando il suo amore per i gatti capisco che ha creato, per quelli passati a miglior vita, un cimitero in giardino e che deve esserci un nesso con la storia delle piante a fioritura breve. Infatti non mi sbaglio. È la signora stessa a confessare che i fiori servono per marcare la data esatta di anniversario del trapasso. “Solo a inizio novembre è tutto fiorito. Lei dovrebbe saperlo, perché tutti quei bulbi di nerine li ho comperati da lei ed è straordinario che abbiano colonizzato il miausoleo ovunque: ho pensato che così ci sono fiori per tutti i miei amici felini che mi hanno lasciata e intanto il nome della specie botanica ricorda quello della mia gattina prediletta”.

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Il paradiso dipende da noi

Conosco da parecchio tempo una signora che ha diretto l’ufficio postale in un paese sulle montagne imolesi. A 53 anni riesce ad andare in pensione, lasciando al cinquantanovenne marito l’impegno di portare a casa lo stipendio. Non me ne ero mai accorto prima, o forse lei non aveva ancora avuto la folgorazione. Sta di fatto che, appena dopo il pensionamento, dice di avere una passione sfrenata per l’orto e di leggere libri a tutto spiano, anche tutto ciò che io scrivo in merito nella rubrica di “Gardenia”. Vive in condominio e, per poter dare sfogo alla passione, chiede al suo Comune l’assegnazione di un lotto di terra degli orti urbani. Ma non ha ancora sessant’anni, requisito necessario per vedere esaudita la richiesta.
Pensa allora che sia una buona idea chiedere ospitalità ai frati di un convento della zona, ma dopo lunghe trattative la cosa non va in porto. La mia conoscente ormai è intristita e rassegnata a occuparsi d’altro, quando alla periferia del paese ha occasione di parlare per caso con un anziano e competente agricoltore rimasto solo, e che per questo ha dovuto avvalersi della collaborazione di una badante per qualche ora ogni giorno. Così la mia conoscente pensionata che a tutti i costi voleva coltivare un orto pensa di fare una proposta al contadino: “Ci penso io ai lavori di casa nella tua cascina e tu in cambio mi insegni a fare l’orto più bello di questa comunità montana”. Sono lì da vedere: lui, rivitalizzato dall’impegno, dalla compagnia e dalla gratificazione nel sentirsi utile; lei, braccia forti e determinazione più forte ancora, mai ferma un attimo.
L’ultima volta l’ho incontrata che si avviava a passo deciso verso quella sua “seconda casa” ai margini del paese reggendo il “corbo”, il tradizionale cestone alto con il buco in mezzo per il trasporto delle galline: dentro c’erano otto pulcini di gallina padovana e i sogni per un altro anno. E suo marito come ha reagito? “Mi vede così felice” – dice lei – “che per poter condividere la mia felicità non gli resta che imparare le regole dell’orto”. Credo stia già imparando: da qualche tempo a far la spesa di materiali e sementi nel mio garden è venuto lui. Invece di una morale con le mie parole, mi sembra calzi a pennello (e ditemi se sbaglio) un verso di Emily Dickinson: “Il paradiso dipende da noi”.

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Musiche: Chicago Children’s Choir: “Freedom Train”; Giorgio Zagnoni, Alessandro Specchi: “Fantasia su ‘Il Barbiere di Siviglia’” di Raffaele Galli; Giuseppe Guarrera: “Grande Valse in la bemolle maggiore op. 42” di Frédéric François Chopin
 

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A cura di Vittorio Ferorelli

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