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I giardini venuti dal vento

Un testo di Maria Gabriella Bùccioli tratto dal libro omonimo (Bologna, Pendragon, 2003)

A Loiano, sulle prime colline dell’Appennino bolognese, esiste un luogo magico: sono i Giardini del Casoncello. La donna che li ha creati racconta una parte importante del suo lavoro, frutto di mani sapienti e rispetto per la natura.

Nei miei incontri con le piante, a volte, mi trovo in difficoltà a identificarle.
Ricorro allora a una persona che ho avuto la fortuna di conoscere proprio grazie al giardino. È il professor Carlo Ferrari del Dipartimento di Biologia evoluzionistica e sperimentale dell’Università di Bologna. Quando lo vado a trovare, portando con me le erbe sconosciute, spesso accuratamente pressate tra fogli bianchi, è di una squisita disponibilità nell’aiutarmi a risolvere i miei dubbi. È lui che mi ha fatto scoprire quale strano e affascinante mondo diventino i fiori visti attraverso le lenti del microscopio. Gli sono molto grata di tutto e mi sento onorata di sapere che apprezza il mio giardino.
Spesso, quando mi dedico al lavoro del diserbo, mi torna alla mente una frase della lettera che mi scrisse dopo una sua visita. “Nel suo giardino del Casoncello, come nei migliori esempi stranieri di wild gardens, tutta l’arte (la nobile arte!) del giardiniere sta nel nascondere se stessa”. In gran parte è proprio grazie a quel mio intervento, di cui quasi nessuno si accorge, che il giardino offre un affascinante aspetto di naturalità.
Il diserbo è un lavoro pressoché continuo durante tutta la stagione vegetativa, ma è nella primavera che tocca le punte più alte. Soprattutto nei primi anni le ore dedicate a questa mansione (le ritrovo annotate sui miei quaderni) erano moltissime; è proprio attraverso quegli interventi che, poco alla volta, si sono andate formando molte delle piacevoli scene di oggi. Se infatti in alcune zone, come per esempio l’ORTO-GIARDINO o le bordure di erbacee perenni, il diserbo è soltanto un mezzo per liberare da erbe indesiderate, in molte altre invece è un attento lavoro di selezione.
Eliminando alcune piante, e incoraggiandone altre, cerco progressivamente di mutare l’equilibrio vegetale andando verso una nuova situazione che desidero e che, a grandi linee, riesco a prevedere: diserbare diventa allora un atto creativo. Modificare l’esistente è già creazione ma, spesso, mi viene offerta la possibilità di scoprire inattese situazioni dalle quali partire per dare origine ad altre più elaborate. Ma anche quando è solamente un lavoro di pulizia, diserbare in giardino è una delle attività che preferisco.
Nelle ore che trascorro seduta per terra o carponi, lavorando spesso a mani nude, si crea fra le piante e me come una specie di comunanza. Mi ritrovo spesso a scusarmi con loro e, quando il tempo me lo permette, vado a trapiantarne alcune in altri spazi, dove possono continuare a vivere indisturbate. Anche quando ciò non avviene, restituisco sempre alla terra quello che le tolgo, trasformato in humus, dopo aver soggiornato nel cumulo del composto, o, spesso, lascio che si decomponga direttamente nello stesso luogo da cui l’ho estirpato.
Non ho mai capito perché alle erbe indesiderate vengono dati nomi dispregiativi: erbacce, malerbe... in fondo il loro unico torto è quello di crescere rigogliosamente dove è loro diritto crescere! Per me non ci sono erbe cattive o erbe buone, le trovo tutte meravigliose, ma il mio terreno, anche se ampio, è pur sempre limitato e io ho scelto di farne un giardino; così, necessariamente ci sono piante che accolgo e altre che devo allontanare. A volte si creano dei compromessi fra le mie esigenze e il loro desiderio di indipendenza: perciò, spesso, anche quelle a cui permetto di restare devono accettare i limiti che impongo.

[...]

Delego sempre di malavoglia il lavoro del diserbo: anche quando può sembrare monotono mi riserva piacevoli sorprese. La parte più emozionante di questo lavoro è infatti scoprire gli inattesi regali del vento: sono piante già conosciute che spesso aspettavo da tempo e che sono felice di poter finalmente accogliere; altre volte sono invece piante sconosciute, mai viste prima. Allora, alla gioia del ritrovamento si unisce la soddisfazione di riuscire a scoprirne l’identità (operazione non sempre facile). È anche attraverso questo lavoro che negli anni ho arricchito la mia conoscenza del mondo delle piante (e ancora continuo a farlo).
Diserbare mi serve inoltre per conoscere meglio le piante che già conosco. Quando le tolgo dal terreno mi accorgo che ce ne sono di discrete che si lasciano sradicare facilmente: spesso riescono a capire che lì non sono bene accette e, dopo poco, emigrano. Ce ne sono altre terribilmente pervicaci che ritornano incessantemente: guai lasciarle andare a seme più di tanto! Nonostante i miei sforzi, a volte mi ritrovo a ingaggiare una vera e propria battaglia. Lasciarle libere vorrebbe dire rinunciare a tante altre specie più deboli e a volte, per me, più interessanti. Poi ce ne sono di tenaci, che si abbarbicano alla terra con le loro lunghe radici, spesso fittonanti, simili a enormi carote: per toglierle facilmente l’unico mezzo credo sia proprio quel famoso attrezzo promessomi dal mio amico veneto! Ancora peggiori sono le piante subdole, come per esempio la gramigna, che striscia sotterranea con le sue bianche ramificazioni e che, se ti azzardi a lasciarne un solo pezzetto, in poco tempo invade di nuovo la zona.
Ho molta simpatia per quelle esuberanti che, invece, si ramificano e si espandono alla luce del sole. In genere sono piccolette, spesso rasoterra, velocissime nel guadagnare terreno: la maggior parte di loro per il giardino è una vera provvidenza! Tappezzanti a prezzo zero, basta solo tenerle un po’ a bada per vederle colonizzare ampie zone, scacciando, spesso, altre sorelle meno desiderate. Le piante tappezzanti sono proprio quelle che aiutano a contenere, e spesso a eliminare, il lavoro del diserbo; ricoprono rapidamente il terreno, diminuendo o addirittura impedendo la crescita di altre erbe. Costituiscono anche una comoda copertura permanente che, fra l’altro, i merli non riescono a scompigliare.

[...]

Nulla eguaglia la vitalità delle piante spontanee, soprattutto di quelle considerate infestanti. Imparando a osservarle e ad accoglierle ci si può accorgere che, spesso, sono preziose per dare vita a imprevedibili giardini, proprio dove sarebbe difficile far crescere altre piante, e per di più senza dispendio di energia e di denaro. Una delle scene più belle, di una esuberanza che io non sarei mai riuscita a ottenere in un luogo così ingrato, è stata, due anni fa, la fioritura con cui Lunaria annua e Chelidonium majus avevano letteralmente invaso la parte di fosso sotto al fienile. Il mio solo lavoro è stato quello di lasciare qua e là, al momento dello sfalcio, qualche pianta di lunaria al primo anno. Il meraviglioso quadro che si formò a primavera non era quindi opera mia: non avevo né seminato né trapiantato, né avevo scelto l’accostamento delle forme e dei colori, che risultava perfetto. Ho voluto fermarlo con delle immagini fotografiche perché non sapevo se l’anno dopo l’avrei ritrovato.
Approfittare dei giardini del vento, che si formano lasciando una certa libertà alle piante, vuol dire accettare, a volte, la loro fragilità. Soltanto se fossero formati da piante perenni si avrebbe la certezza di ritrovarli, ma scene naturali così sontuose e ricche sono, in genere, formate da piante annuali.
Sempre nel fosso, ma più verso la strada, c’è un’altra piacevole scena che, da un po’ di tempo, si è venuta creando. Ai rossi papaveri, Papaver rhoeas, che già da qualche anno sono arrivati, si è mescolato Erigeron annuus, una pianta con steli alti e ramificati, fitti di piccolissime margherite bianche, simili a quelle dello strisciante Erigeron karvinskianus. In quella zona, a dire il vero, ho curato per qualche anno la propagazione dei primi papaveri, ma senza eccessivo lavoro. Lasciavo qualche isola madre in alto, quando tutto il resto veniva falciato: le capsule potevano così arrivare a maturazione e disperdere i preziosi semi.
Proprio lì ho scoperto da poco un piccolo tesoro: Erodium ciconium. È una pianta della nostra flora spontanea considerata piuttosto rara: popolarmente viene chiamata “becco di gru maggiore” per la forma a rostro del frutto, comune a tutte le geraniacee. In questa specie è lunghissimo: quelli delle mie piante misurano dieci centimetri! Scoprirne i primi esemplari è stato bellissimo. Fu durante il giro di ricognizione che di solito compio al mattino prima che il sole di alzi, per respirare l’aria ancora fresca, per salutare ogni pianta e rendermi conto di come procede la vita del mio popolo vegetale.
Guardando il bordo del fosso già invaso da alte erbe che avrei dovuto tagliare, mi accorsi di alcune corolle violette, mai viste prima, che emergevano. Fu un caso fortuito, perché soltanto qualche ora dopo non avrei potuto scoprire le piante. Una delle caratteristiche della specie è infatti proprio quella di avere fiori molto effimeri che lasciano cadere i petali poco dopo essersi schiusi. [...].
Ma la meraviglia fu la scoperta dei semi, o meglio, del loro comportamento per dare origine alla progenie. Tenendo le piante sotto controllo avevo già visto il formarsi dei lunghi rostri a mazzetti, come prima i fiori, in cima agli steli; durante un diserbo ne sfiorai uno che già era arrivato a maturazione. Con mia sorpresa lo vidi fendersi in strisce (ciascuna portava un seme) che cominciarono ad arrotolarsi su se stesse. Prima che cadessero le raccolsi sul palmo della mano e rimasi incantata a osservare: con movimenti impercettibili continuò il lavoro di avvolgimento, fino a che, al posto della striscia, non restò che una stretta spirale, come una specie di trivella che portava all’inizio il seme puntuto, pronto a conficcarsi nel terreno. Mi sentivo emozionata, come se avessi assistito a una specie di magia: una delle tante che Madre Natura sa offrirci.

 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Alessia Del Bianco

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