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Incontro con Osvaldo Bot

Testo di Stefano Fugazza tratto dal libro “Osvaldo Bot” (Piacenza, Papero Editore, 2015)

Stefano Fugazza ha diretto per quindici anni la Galleria d’arte moderna “Ricci Oddi” di Piacenza, sperimentandosi nella scrittura anche al di là dei confini tradizionali della critica. Come in questa intervista impossibile al futurista Osvaldo Bot, che considerava uno degli artisti piacentini più creativi del Novecento. Davide Corona e Gabriele Dadati stanno pubblicando per Papero Editore i suoi scritti.

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Siamo contenti, caro Bot, di incontrarla...
Anch’io sono contento, caro lei. Quando ero vivo, a Piacenza non mi tenevano molto in conto: per tutti, o quasi, ero il pittore mezzo matto, un originale, anche trasandato nel vestire; un morto di fame. Da un po’ di anni, guarda te che roba: mostre, articoli, conferenze. Me li vedo, quei piacentini che avevano messo in cantina o in soffitta qualche cosa mia, andare a rovistare, buttare tutto all’aria, per l’idea che possa valere dei soldi (Disgrasià! Dove hai messo quello sbrabucion d’al Bot). Adesso, le mie cose le tengono nel salotto buono, ma allora, due lire non me le davano; chi l’avrebbe mai detto, eh? Una bella rivincita, la mia!

È vero, adesso lei va di moda, e anche certi suoi scarabocchi (mi scusi) li presentano come capolavori di inventiva, e lei è diventato un genio.
Uno genio lo sono, davvero, lo ero già allora, solo che nessuno (o quasi) se ne accorgeva. Marinetti, il mio amico Marinetti, lo aveva detto a chiare lettere, a quei piacentini incapaci di vedere al di là del loro naso: “Sappiate che a Piacenza non c’è che un artista: Bot. Il Futurismo, guidato da me e dal mio caro amico Bot, sempre ha trionfato e sempre trionferà”.

A proposito di Marinetti: a un certo punto avete litigato, e lei perse un protettore influente, il più importante di tutti. Come mai avvenne questa rottura?
Mah, Marinetti pretendeva che tutti riconoscessero la sua superiorità, e io non ci stavo, a questi patti. Poi c’è la storia che secondo lui dovevo essere futurista e basta, ma io volevo essere libero, e se mi andava, o se me lo chiedevano, dipingevo paesaggi “passatisti”, come li chiamavano. Non volevo essere appiattito sul Futurimo, come direste oggi. Comunque, incontrerei volentieri Marinetti, ma qui non s’è mai visto: che sia finito all’Inferno?

Qualcuno dice che lei però i futuristi li copiava anche troppo, che “grattava” qualche idea ai vari Depero, Prampolini eccetera. Era così o no?
Nel Futurismo le idee circolavano dall’uno all’altro, non c’era la paternità eclusiva di un’idea, di un’invenzione. Si prendevano le cose dove capitava, poi le si rimescolava, le si capovolgeva: il modo di personalizzarle si trovava. Anche altri avranno preso da me, mi avranno imitato. Ma insomma, questa idea che io “grattavo” mi ha perseguitato per un bel po’. E adesso, l’ha visto?, salta fuori Arisi che, in un articolo sulla “Libertà”, dimostra che il mio famoso volantino distribuito l’11 ottobre 1931, quando fu inaugurata la Ricci Oddi (Ricorda? Si canterà il DE PROFUNDIS ai vivi e il GLORIA ai morti) l’avrei ripreso da un articolo di Aide Piazza di qualche tempo prima. Sarà, ma io ho adattato la frase alla Ricci Oddi, le ho dato una nuova vita. Questo fa l’artista.

Già, Giuseppe Ricci Oddi. Nel 1931 lei lo critica, poi – dopo che il collezionista le acquistò il primo quadretto – comincia a rivolgersi a lui nei toni più ossequiosi, e finisce col definirlo “genio”. Non ci siamo molto, in quanto a coerenza, mi pare.
La coerenza di un artista non è quella di voialtri gente comune. Noi abbiamo il diritto, che dico?, il dovere dell’incoerenza, che significa poi seguire i nostri percorsi mentali, che sono imprevedibili, erratici. Ecco, anche questa accusa mi hanno fatto piovere addosso: e per esempio hanno detto che ho fatto in fretta a passare dall’altra parte, verso la fine della guerra.

Infatti, ci ricordiamo del suo volantino dell’1 maggio 1945 (“Per anni ventiquattro / soffrimmo amaramente, con quel che segue”) e poi pensiamo alla cartella Dux (1934) o alle tempere per il Municipio di Carpaneto (sempre del 1934) sul tema delle opere del regime...
Lo sapevo che avrebbe tirato in ballo questa storia, che io ero un fascista della più bell’acqua eccetera. Ma, torno a ripetere, gli artisti non sono persone comuni, e devono soprattutto seguire il loro genio. Poi potrei dirle che fascisti allora erano un po’ tutti (quanti avevano il coraggio di dissentire?), e potrei aggiungere che comunque i miei lavori mettevano in evidenza, del fascismo, gli aspetti costruttivi, moderni, audaci, cose che magari ai fascisti doc non garbavano neanche tanto. E poi le mie Casacce, negli anni della guerra, non dimostrano che sentivo la fine di un mondo?

Insomma, lei ha sempre ragione. Ma anche lì dove si trova ora riesce a tener banco, a stupire tutti con le sue invenzioni? Ha trovato qualche nuovo materiale da manipolare, che so?, delle nuvole da attorcigliare in forme più strane delle solite?
Lei scherza, ma effettivamente qui ho un gran daffare per accontentare tutti: si sono passati la voce che riesco a trasformare in oro quel che tocco, così è tutta una processione di gente e io non ho un momento libero. Sono molto richiesto anche per le opere religiose, sa? Si sono ricordati della decorazione della cappella di Sant’Eufemia (mi dia retta, una cosa così così, niente di che), che ho fatto a Piacenza nel 1953, e molti pensano che il tema religioso sia più adatto per il posto dove ci troviamo. Ma altri mi chiedono di tutto: ritratti, paesaggi, vedute di Piacenza (sono quelli che hanno nostalgia della loro città), nature morte col fiasco di vino (anche qualche collega pittore).

Piacenza. La sua città ritorna ogni tanto nei suoi discorsi. Vuol dire che c’era affezionato.
Sì, sì, anche se mi facevano dannare mi trovavo bene, mi divertivo un mondo. Prendevo in giro tutti, prendevo in giro me. Ah, sì, ho nostalgia di Piacenza... Per fortuna che qui con me ci sono tanti dei miei amici di allora, e anche qualche mio amico-nemico, come Ricchetti.

Il pittore Luciano Ricchetti è lì con lei?
Sì, ma lo vedo pochissimo, perché lui ha ingranato coi preti e passa il tempo a dipingere opere immense, tra una nuvola e l’altra: i ritratti di cento e cento santi, e la Chiesa trionfante e quella militante e il giudizio finale e che ne so io. È tutto contento perché può sfogarsi così tutto il giorno, ha trovato proprio la sua manna. Però quando ci vediamo è una festa: è tutto un seguito di “Ti ricordi?”, “Ti ricordi?”. Parliamo dei nostri tempi, e qualche volta anche della Piacenza di oggi, e dei pittori di oggi... No, non mi chieda niente di preciso: mi hanno ordinato di non dire niente, guai se parlo. A me viene voglia, proprio perché me lo hanno ordinato, di fare il contrario, ma... sarà per un’altra volta.

Come vuole lei. Ma, mi dica, chi conosce dei piacentini di oggi? Non si pretende che ci racconti chi le sta antipatico, ma almeno qualcuno che le va a genio ci sarà.
Posso dirle che provo molta simpatia per quel personaggio, come si chiama?, Gian Carlo Camoni, che fa l’editore in proprio e si è appassionato alle mie cose, e ristampa i miei libri e le mie cartelle, in anastatica, e s’è messo in testa di riprodurre in legno i miei animali fantastici, quelli della fauna futurista, gli animali di Taauruk (come mi ero divertito!): il fluccone, il còrfero, l’irlòco, il pirolonte, il coltro, il bicùcculo, l’erfone, il falonte, il blurno...

Va bene, va bene, abbiamo capito. Lei si sta facendo pubblicità e la sta facendo a Camoni. Non si fa così.
Lasci perdere. La pubblicità si fa sempre, e io sono un genio della pubblicità. Se ci fossi adesso, con i mezzi che ci sono ora, che cose mirabolanti potrei fare. Altro che Oliviero Toscani!

In questo le diamo ragione. Lei è stato un vero precursore, in questo campo. Onore al merito. Però adesso si è fatto tardi, e dobbiamo salutarci. Le concediamo l’ultima battuta: vuole lasciare un messaggio per i piacentini, o dire qualcosa? Oppure, guardi, dica cosa le dispiace di più, stando qui nell’aldilà.
È presto detto. Sono contento che si torni a parlare di me, ma ho l’impressione che i giovani mi conoscano poco, o per nulla. Che qualche borghese recuperi i miei lavori fa piacere, ma fino a un certo punto. È ai giovani che io vorrei parlare, mostrargli i miei lavori, contagiarli magari con la mia creatività, con la mia voglia di vivere, di fare, di viaggiare, di stupire. Può aiutarmi, può fare qualcosa per far conoscere i miei lavori?


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[Il testo da cui è tratta l’intervista immaginaria di Stefano Fugazza a Osvaldo Bot è stato pubblicato nella rivista “Panorama Piacentino 1998”, pp. 53-56]

 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Vittorio Ferorelli e Fulvio Redeghieri

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