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L'infinito... e l'amore per i libri

Testo tratto dal libro omonimo di Giacomo Marcacci "Bibliomania. Possedere e leggere libri" (Bologna, Pendragon, 2018)

200 anni fa Giacomo Leopardi pubblicava “L’infinito”: per rendere omaggio a questo capolavoro della poesia mondiale abbiamo scelto le parole con cui Giacomo Marcacci ne rievoca la genesi nel suo ultimo libro, che descrive con ironia sapiente il mondo misterioso dei bibliomani.

Dovete sapere che tra i libri del sommo Giacomo Leopardi, si è sempre favoleggiato di un testo, una copia autografa della sua “Batracomiomachia” [“La guerra dei topi e delle rane”, poemetto in versi risalente alla Grecia antica - nota del redattore].
Tale copia si narra fosse stata proposta dal libraio antiquario De Marinis di Firenze alla Biblioteca Nazionale di Napoli, al posto di tre preziosissimi incunaboli.
Il cambio, per i vincoli posti dalla legge italiana, non poté andare a buon fine, anche se il direttore del prestigiosissimo Istituto si era esposto personalmente, dichiarandosi assolutamente favorevole.
Si era deciso a tanto perché proprio in Firenze il De Marinis gli aveva permesso di consultare una siffatta meraviglia, fitta di appunti autografi di Leopardi.
Su una pagina bianca, l’accenno di una poesia inedita, dedicata ai libri.
Un vero e proprio maelstrom, un turbinio di emozioni, soprattutto perché per noi bibliomani la famiglia Leopardi rappresenta qualcosa di simile alle famiglie Mazzola o Maldini per i tifosi di calcio, o a quella Ducati per gli amanti del motociclismo, o alla famiglia Barilla per gli appassionati della pasta, o alla famiglia dei Marchesi di Barolo per i cultori del vino.
Sia Giacomo che il padre Monaldo erano, senza ombra di dubbio, due bibliomani virtuosi: la biblioteca di famiglia possedeva più di ventimila volumi.
Monaldo iniziò sin dall’adolescenza a raccogliere libri riuscendo a costituire, in un tempo relativamente breve, un eccezionale patrimonio.
La sua raccolta era paragonabile, per qualità e quantità, alle grandi biblioteche delle case regnanti europee.
Per tale passione il padre portò la famiglia Leopardi sull’orlo della bancarotta, tanto che la madre di Giacomo, la marchesa Adelaide Antici, arrivò a farlo interdire e a gestire lei direttamente le ricchezze di famiglia.
Nel suo testamento Monaldo lasciò prove inequivocabili del suo morbo. Scrisse infatti di aver raccolto la sua biblioteca “con grandi cure e dispendj, non solo per vantaggio e comodo dei discendenti, ma ancora per utile e bene dei concittadini Recanatesi”.
[...]

Anche Giacomo era attratto morbosamente dai libri.
Nella libreria di famiglia crebbe e studiò insieme al fratello Carlo (anch’egli probabile bibliomane) e alla sorella Paolina, sotto la guida premurosa e attenta del padre che, circa ogni sei mesi, organizzava una sorta di verifica pubblica per controllare quanto stessero apprendendo i suoi figli, invitando a tali eventi parenti e amici.
La biblioteca era dunque il baricentro attorno al quale gravitava la vita dell’intero nucleo familiare.
Ai tre ragazzi era possibile accedere a tutti i libri presenti, anche a quelli che venivano considerati “proibiti” perché ritenuti eretici, o pericolosi per la fede.
Dal 1809 al 1816 Giacomo, nella biblioteca di casa, sprofondò in quello che lui stesso definirà “studio matto e disperatissimo”, che durò almeno sette anni, richiese tutte le sue energie e presumibilmente gli provocò gravi danni alla salute.
In tale assorbimento bibliomaniacale il giovane genio apprese il latino, il greco, l’ebraico, il sanscrito, lo yiddish, oltre al francese, all’inglese, al tedesco e allo spagnolo.
Al contempo compose in quel periodo opere di grandissimo valore, impegno ed erudizione.

Per noi bibliomani virtuosi il Leopardi diventa dunque l’emblema ai massimi livelli della straordinaria potenzialità del nostro stesso disturbo.
Ma procediamo con ordine.
Tra il 1815 e il 1816 si avverte in lui un forte cambiamento, una virata quale probabile esito di una profonda crisi spirituale, che lo porterà ad abbandonare l’erudizione per dedicarsi alla poesia.
Giacomo Leopardi stesso definirà questo suo passaggio “dall’erudizione al bello”.
Sant’Agostino sostiene che la bellezza trova la suprema espressione in Dio, in quanto Bellezza della Bellezza, mentre Dostoevskij nel romanzo L’Idiota dichiara che la bellezza è un enigma.
Che intendesse l’enigma di Dio, si domanda Borges in un’intervista?
Di nuovo, dunque, bibliomania e spiritualità.
Bibliomani erano infatti Agostino, Dostoevskij e, soprattutto, Borges.
Bibliomani e spirituali.
E la spiritualità sembra appunto irrompere nella vita di Leopardi, il quale muta repentinamente le sue letture, rivolgendosi ora ai poeti classici più che ai filosofi, quali modelli di poesia da studiare, accanto alle opere di suoi contemporanei, come il Foscolo, il Parini, l’Alfieri e il Monti, ma anche Goethe, Byron, Madame de Staël.
I libri divengono allora il canale per interconnettersi con lo spirito romantico che in quel momento permea i principali panorami letterari.
Da essi, dalla loro lettura e dal loro approfondimento scaturisce il fenomeno straordinario della poesia leopardiana:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.


Le stesure definitive dell’Infinito risalgono proprio agli anni 1818-1819.
La sua poesia è chiaramente la fulgida irradiazione delle suggestioni letterarie che egli ha accumulato nel suo apprendistato bibliomane.
È la bibliomania che fornisce dunque il giusto combustibile al suo astro poetico.
Egli man mano predilige alimentarsi di quei testi animati da una tensione fra il passato e il presente, fra il drammatico e il satirico, fra il polemico e il contemplativo.
Proprio come tra anodo e catodo si sviluppa l’energia nella cella galvanica, tra le differenti polarità Giacomo sembra trarre l’energia necessaria al suo impulso creativo.
E la “Batracomiomachia” è uno dei prodotti di questa prorompente creatività. Egli infatti realizzerà la pregevole traduzione dal testo greco tra il 1821 e il 1822.
Di essa poi, sempre il Nostro, nel 1831 immaginerà una sorta di ideale prosieguo, i Paralipomeni della Batracomiomachia, un ampio poemetto satirico in ottave.

Ma torniamo al passaggio decisivo, quello tra il precedente momento della filologia e della filosofia, e l’altro, quello della poesia.
In una lettera datata 5 marzo 1824 al cugino, il marchese Giuseppe Melchiorri a Roma, che gli chiedeva di comporre una poesia in morte del fratello di un tal Cavallini, Giacomo Leopardi scrive:

Non avete avuto torto, promettendo per me, perché avete dovuto credere che io fossi come son tutti gli altri che fanno versi. Ma sappiate che in questa e in ogni altra cosa io sono molto dissimile e molto inferiore a tutti. E, quanto ai versi, l’intendere la mia natura vi potrà servire da ora innanzi per qualunque simile occasione. Io non ho scritto in mia vita se non pochissime e brevi poesie. Nello scriverle non ho mai seguito altro che un’ispirazione (o frenesia) sopraggiungendo la quale, in due minuti io formava il disegno e la distribuzione di tutto il componimento. Fatto questo, soglio sempre aspettare che mi torni un altro momento, e tornandomi (che ordinariamente non succede se non di là a qualche mese), mi pongo allora a comporre, ma con tanta lentezza, che non mi è possibile di terminare una poesia, benché brevissima, in meno di due o tre settimane. Questo è il mio metodo, e se l’ispirazione non mi nasce da sé, più facilmente uscirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal mio cervello.

È chiaramente la propensione bibliomaniacale ciò che egli congeda come ispirazione o frenesia.
La frenesia è uno stato di grande eccitazione, agitazione, entusiasmo.
È un desiderio smanioso e poco ragionevole, ma spesso è la fonte della creatività.
Tuttavia anche questa esperienza creativa è destinata in breve a non soddisfare più il nostro eccezionale bibliomane.
In quegli anni Giacomo rimane colpito da serissimi problemi fisici e da disagi psicologici.
Egli inizia allora ad attribuire il tutto all’eccessivo studio, all’isolamento e alle posizioni scomode delle lunghe giornate passate nella biblioteca di famiglia.
Ed è questo il corto circuito fatale per ogni bibliomane virtuoso: i libri che, da rimedio, si trasformano in fonte di disagio.
O, per lo meno, i libri che non bastano più ad arginare i dispiaceri della vita, il male del vivere, come avrebbe magnificamente definito il bibliomane virtuoso Eugenio Montale:

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.


Ma credo che sia un altro bibliomane e scrittore austriaco della prima metà del Novecento, Stefan Zweig, che abbia illustrato nella maniera più efficace questo impasse del bibliomane, nel suo meraviglioso Mendel dei libri:

I libri si fanno solo per legarsi agli uomini al di là del nostro breve respiro e difendersi così dall’inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l’oblio.


[Testo tratto dal settimo capitolo]

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli

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