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Lasciar suonare una farfalla

Testo tratto dal libro omonimo di Serena Corsi (sottotitolo: “Storie di Andrea Papini, pianista”; Bosco Mesola, Edizioni ABao AQu, 2019)

Un pianista, una scrittrice e la storia di una vita che, di incontro in incontro, prende la forma di una spirale, densa di ricordi, personaggi, pensieri, coincidenze: è nato così il libro scaturito dalle conversazioni tra Andrea Papini, musicista jazz della scena internazionale, e Serena Corsi, giornalista freelance al suo esordio narrativo.

Novembre

Purché si sentisse bene la palla dov’era, in quel preciso istante

Non so cosa dire, inizi così un po’ come fece John Cage, che nelle sue Conversation About Nothing iniziò dicendo, Non ho nulla da dire, ma intanto lo sto dicendo, poi parlò per quaranta minuti senza mai perdere il filo che si andava materializzando da sé, tanto per dimostrare che anche partendo da una dichiarazione di resa, si può poi tessere una trama di schiuma saltando a pelo d’acqua sugli scogli disseminati qua e là per l’oceano, mai per lo scopo della terraferma, ma solo per il gioco di saltare ancora e ancora, senz’altra destinazione che il salto stesso.
A questo gioco si prestano bene i racconti di una vita oltre che la vita stessa, e così, se la mia idea iniziale era di vederti quattro o cinque volte e intrecciare la tua storia ad altre in un libro che trattasse della magia della vita, la vastità del tuo paesaggio mi ha costretta a perlustrarlo in lungo e in largo, con questi miei occhi e l’assillo della verità.
I nostri appuntamenti diventeranno dozzine, tenderanno un arco di nove mesi e toccheranno tutte le stagioni, da questo novembre giallo di foglie e sole fino agli intrepidi acquazzoni della prossima estate, e alla fine sapremo che, al di là delle parole lasciate sulla carta, tu non finirai mai di raccontarmela, la tua storia, ma sempre con la limpida modestia di quest’inizio: Non so cosa dire.
Si può sempre iniziare da dove si è venuti al mondo, mi viene da suggerirti, e per te è Firenze, un quartiere che all’inizio degli anni ’60 era periferia e adesso è stato inghiottito dal centro e dai suoi lustrini. Tuo padre era un impiegato alla Teti, la telefonica tirrena, e gli apparecchi elettrotecnici lo appassionavano tanto che costruì di proprio conto una radio e una televisione trasmettendo a te, che lo osservavi dal metro scarso dei tuoi quattro anni, tutta la devozione per quel flusso invisibile.
Più tardi avresti coltivato anche tu quella passione, ma poi prevalse la musica, per fortuna nostra e tua. Ma in fondo se un talento abbiamo potuto misurarlo, l’altro è rimasto nel mazzo delle carte eliminate, chissà che non torni buono a fine partita.
Tua madre dal canto suo era stata adottata da Enrica e Renato Patriarchi, l’una esperta nel posare ogni mattina una rosa fresca sui letti appena fatti, l’altro nel raddrizzare carrozzerie in Piazza Beccaria, dov’era padrone di un’officina in cui tu e tua sorella Lucia trascorrevate ore d’olio, al suono delle chiavi inglesi e delle risate aspirate che il nonno spargeva qua e là come marchio della sua presenza gioviale. Ne riempiva persino le stanze d’ospedale da cui facevi avanti e indietro coi tuoi genitori, sposati da così poco e già alle prese con il glaucoma con cui eri venuto al mondo.
Dei tuoi primi quattro anni, così diversi dal resto della vita per via della luce che ti attraversava le pupille, hai raffiche di ricordi condensati in un carosello diafano. L’atmosfera delle tavolate con al centro un fiasco di vino. I colori cangianti delle tovaglie. Il verde accecante dell’erba quando aveva appena piovuto, le forme sornione della frutta quando si trasformava, una volta sbucciata, e tra tutte il cocomero verde scuro, che spaccato dal coltello di tuo nonno esplodeva all’improvviso in un rosso che ti lasciava ogni volta sbalordito.
Le belle stagioni nella casa di Pelago dove il nonno Renato coltivava la gentilezza ed Enrica le rose, circondati da cani e campi che comprendevano tutte le sfumature del verde. Un luogo e un tempo di gioie brutali e minuscole, di avventure spartite con gli insetti ora protagonisti ora vittime sacrificali del tuo primo esperire le forme del mondo. Sopra di te si stendeva un cielo così limpido che neppure il tuo glaucoma riusciva ad appannarlo, e coltivasti in solitudine la passione per guardarlo, di notte, quando nel silenzio della casa spalancavi all’improvviso le palpebre e giocavi con la luna a chi per primo, tra tu e lei, distoglieva lo sguardo.
Al risveglio ti accorgevi sempre che a un certo punto avevi perso, ma non t’importava.

Il piccolo e prezioso repertorio di luci nei tuoi ricordi comprende la luce ballerina delle candele nelle notti in cui l’Arno straripò in quel maledetto autunno del ’66, quando la tragedia si capovolse in commedia per te e tua sorella che, divertiti dall’intermittenza della luce elettrica, vagavate per la casa con le candele in mano, piccoli fantasmi in vestaglia.
Il sole che filtrava al mattino dalle persiane nella tua camera, coi suoi raggi travestiti di polvere magica e la consistenza delle ombre scolpite sulla parete. Infine il getto di luce dai lampioni nelle strade di Sarajevo, la città che ospitò l’atto finale della tua vista, come lo chiami tu, la città sulle cui colline sorgeva una clinica all’avanguardia nella chirurgia dei glaucomi.
Tre mesi alla corte di Tito in un’atmosfera di armonia che non saresti mai riuscito a conciliare dentro di te col massacro che l’aspettava al varco venticinque anni dopo. Stretto per mano a tua madre guardavi passare le automobili di provenienza sovietica e ti incantavi davanti ai musicisti che suonavano la chitarra agli angoli delle piazze e talvolta ti facevano l’occhiolino dall’aldilà dei loro accordi.
Anche voi forestieri venivate guardati con qualche meraviglia e persino con sospetto, per via del mangiadischi che vi eravate portati da Firenze per allietare il lungo soggiorno nella casa di cura con le note della Carmen, che tuo padre faceva risuonare una volta dopo l’altra, anche di notte, forse una mimetica preghiera per la delicata operazione agli occhi che ti aspettava.
E così, ad accogliere il tuo sguardo di bimbo assonnato riemerso dalla notte al giorno, ci furono per tre mesi i finestroni della clinica, che davano sul cupo caseggiato di fronte, e la mattina dopo l’operazione non c’erano più, né quelli e nient’altro.
Quando succedono le cose e ne abbiamo coscienza, dici, possono turbarci le loro conseguenze, ma da bambini siamo sintonizzati su altro, non esiste che il presente, così quando quell’operazione sbagliata mi ha tolto la vista, io non ho provato sconforto.
Pronunci queste parole invulnerabili cinquant’anni dopo, e non sei più a Firenze né a Sarajevo, ma a Reggio Emilia, la città in cui negli anni Sessanta si trovava l’Istituto Ciechi più vicino a Firenze.
Strani motivi ha avuto questa città per attirare nella sua piccola orbita germogli di destino dei più variegati, esseri umani che avevano spaccato altrove la dura crosta della terra per poi continuare da qui. Oltre a un grande Istituto per i ciechi infatti c’era un enorme manicomio, e se aggiungiamo che non molto tempo dopo la stessa piccola città sarebbe stata rinomata per la saggezza dei suoi asili, me la sentirei di ipotizzare che per qualche ragione, proprio da questo fazzoletto di pianura scaturisca una vibrazione dal proposito eccentrico, salvifico, di quelli che ce la mettono tutta per spostare la stolida prospettiva del mondo. Allora forse è solo per camuffare tale mandato cosmico, che da sempre ci si allevano maiali a spron battuto e si sta tutti a mollo in un inquinamento mortifero. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità sarebbe molto in imbarazzo se dovesse valutare la pessima salute delle nostre abitudini e, con lo stesso metro, gli slanci provvidenziali di quest’anima collettiva.

Avevi cinque anni e mezzo quando quest’anima ti iscrisse compiaciuta tra i suoi residenti. C’era ad aspettarti una piovosa giornata di settembre, simile a questa in cui parli del te stesso di allora, con un po’ di tenerezza e parecchia gratitudine per esser stato capace di conservare la mollica in mezzo a tutta quella crosta.
Allora ti sei fidato del mondo perché sei stato costretto, ma poi la fiducia è diventato il tuo biglietto da visita per sempre, anche stavolta che una donna venuta dal nulla ti ha chiesto di raccontarle la tua storia e tu hai detto, senza fare domande, Sì.
Forse in quel tuo primo giorno a Reggio Emilia avresti solo voluto chiedere al mondo, non tanto di farti scendere perché ti fidassi poco, ma semplicemente di rallentare un po’, perché in un attimo arrivò la sera e i tuoi dovettero ripartire per Firenze, tu ti ritrovasti nell’Istituto, solo, con l’aggravante di una minuscola età e l’assedio della candeggina che infestava i corridoi.

Non ti ho interrotto per dirtelo perché mi premeva ascoltare i tuoi ricordi dell’Istituto, ma anche io ho avuto un nonno fiorentino, e anche il mio si chiamava Renato, era nato nel 1903 e si era dichiarato comunista poco dopo aver imparato a leggere e scrivere. Dopo l’ascesa di Mussolini fu spedito al confino a Ventotene dove conobbe anche Pertini e ne diventò amico. Questa amicizia tra un socialista e un comunista al confino mi procurò un memorabile qui pro quo quando mio fratello faceva le medie, che erano intitolate a Pertini, e io intanto le elementari, intitolate a Marco Polo, perché una mattina mi confusi e sostenni che mio nonno, da giovane, era stato a lungo in carcere con Marco Polo. La maestra, una indimenticabile stronza ciellina, ne rise, e io mi offesi a morte, perché a casa se ne parlava come di una cosa molto seria.
In quei sedici anni a Ventotene mio nonno ebbe un grande amore, una comunista jugoslava di nome Iulka. Dopo il 25 luglio e la caduta di Mussolini il confino iniziò a essere smantellato e i prigionieri rispediti sulla terraferma, così Iulka tornò nel suo paese dove, nonostante fosse incinta di Renato, rientrò subito nelle file della resistenza partigiana.
Fu uccisa dai nazifascisti sulle colline di Sarajevo, con un pancione di sette mesi.
Renato, con una cicatrice sul cuore e un passaporto falso in tasca, prese a girare il nord Italia per conto del PCI clandestino per allacciare i fili della Resistenza al nazifascismo. Passò una prima volta da Reggio Emilia, ne scrisse che non c’era nessuna scintilla di ribellione da quelle parti, fatta eccezione per una famiglia di anarchici nella remota Campegine, capitanati dal terzo dei sette fratelli, tale Aldo Cervi.
Ci passò una seconda volta nell’infinito inverno del ’44 e stavolta il suo cuore ancora mezzo congelato notò Alice, una giovane staffetta con gli occhi azzurro cristallino, un colore struggente che poi sarebbe tornato in quelli della sua bisnipote, la piccola N.
Alice aveva un coraggio da disperata, da quando aveva saputo che il ragazzo che doveva sposare, Dante, era morto in Francia mentre portava un messaggio da una base militare a un’altra. Alla notizia, si era sdraiata a letto circondata dalle sue lettere e dalle sue fotografie, che poi avrebbe conservato per sempre, e dopo qualche settimana trascorsa nella più buia inedia, un pomeriggio si era alzata, aveva indossato una gonna comoda ed era uscita di casa per unirsi alla Resistenza.
Si rincontrarono a guerra finita, quei due vedovi di guerra, e si sposarono, Renato quindici anni più vecchio e Alice qualche centimetro più alta. Nel ’52 ebbero una figlia che Alice stessa volle chiamare Giuliana, in nome di quella Iulka sepolta sulle colline di Sarajevo mentre aspettava un figlio dall’uomo che poi le curve della vita avevano condotto fino a lei.
Alice. Mia nonna, ma anche una delle mie molte madri. Con lei ho passato buona parte della mia infanzia, a pigiare a caso i tasti delle macchine da scrivere nella sede dell’Anpi in via Farini, dove era impiegata e dove trascorrevamo insieme i pomeriggi orfani di scuola, le lunghe mattine d’estate.
Renato invece non l’ho conosciuto. È morto all’improvviso nell’agosto del ’64, pochi giorni dopo la dipartita del suo mentore Togliatti e un anno dopo la tua venuta al mondo, col tuo bel glaucoma che aveva in una clinica sulle colline di Sarajevo la sola speranza di essere curato.

Tutto questo te lo leggerò ad alta voce quando l’estate sarà arrivata a darci la misura del tempo che è passato, e sarà il momento di riascoltare il suono delle nostre parole, quelle che tu hai pronunciato e quelle che io ho solo pensato di rimando. Allora tu mi dirai che queste pagine ti ricordano un libro del tuo amico Giorgio Messori, in particolare un passaggio in cui lui si guarda intorno mentre viaggia in treno e all’improvviso vede chiaramente tutti i fili invisibili che ci collegano gli uni agli altri.
 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli

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