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Il 5 maggio di Celestino

Racconto di Francesco Guccini tratto dal libro “Scrittori nelle case degli scrittori” (Mantova, Tre Lune Edizioni, 2017)

Le Case Museo degli scrittori e dei poeti di Romagna hanno invitato alcuni narratori a varcare le loro soglie per raccontare a modo proprio le atmosfere di questi luoghi aperti alla visita. Nella Casa di Marino Moretti a Cesenatico è entrato, con la sua pacata ironia, Francesco Guccini. Ringraziamo per la lettura Pietro Moroni e l’associazione “Legg’io”.

Marino Moretti stava passeggiando nel giardino della sua casa di Cesenatico. Dopo desinare faceva sempre quei due passi, su e giù, per digerire e per pensare a quello che avrebbe fatto nel pomeriggio, soprattutto la sua mente girava su quello che aveva scritto al mattino e a quello che avrebbe scritto nel tempo che lo attendeva. Rilassarsi un po’ gli avrebbe fatto bene, ma non riusciva a distaccarsi completamente dal lavoro. Era un tiepido maggio e gli arrivò un soffio piacevole di brezza dal mare, carica di salsedine. Se ne riempì i polmoni in un momento di soddisfazione.
Fu la nuova governante a distrarlo, chiamandolo dalla porta finestra. Tonina, la governante consueta, gli aveva chiesto un po’ di tempo, doveva assistere una sorella malata, gli aveva detto, però ho già la sostituta, è brava, le garantisco, non si troverà a disagio, si chiama Maria, vedrà che sarà contento, poi spero di essere di ritorno qui a Cesenatico abbastanza presto, non si preoccupi. Così era arrivata Maria, una donna sui cinquanta (e qualcosa, aveva pensato lui), piccolotta, grassoccia, una discreta cuoca, diligente nei suoi impegni. Maria lo aveva chiamato, professore, mi scusi, professore, mi scusi se la disturbo.
Moretti l’aveva guardata. «Non mi disturbi, cosa c’è?».
«C’è che...» si fece avanti titubante, «è venuto a trovarmi un mio nipote».
«Un tuo nipote? E allora?».
«Be’, sa, ci si vuole bene a cal burdèl. È che gli hanno dato una poesia difficile da studiare, e lui dovrebbe presentarla all’esame, fa la terza media, cià l’esame quest’anno, e la poesia è... dice che non ci capisce niente, lui è bravo sa, si applica, ma delle volte è un po’ zuccone, capisce. Insomma...».
«Ma il professore non gliel’ha spiegata?».
«Sì, l’ha spiegata lui, ma il ragazzo quel giorno non c’era, era assente giustificato, perché aveva tolto le tonsille, e io pensavo che lei, che è un gran professore, per cortesia, potesse spiegargliela un po’, perché dice che lui, in quella poesia, non ci capisce niente».
«Che poesia è?».
«So ben io! Glielo dice poi lui».
«Be’, uno di questi giorni fallo venire».
«È che, vede professore, lui cià tanta angoscia, quasi non dorme la notte per il pensiero della poesia; sarebbe proprio qui fuori, se lei fosse così gentile...».
«Gentile, gentile, non è il fatto di essere più o meno gentile, è che oggi volevo lavorare. Va be’ dai, fallo entrare nello studio, lo aspetto là».

Maria si allontanò. Pensava: «Sì, dice lavorare lui, ma che lavoro fa, sta tutto il giorno lì a sedere, non è micca un lavoro quello, mah, sono strana gente i signori» e aprì la porta e fece entrare il ragazzo.
Dopo un po’ bussò alla porta dello studio. «Professore, c’è qui Celestino».
Celestino apparve sulla soglia.
«Avanti Celestino, entra pure».
Celestino entrò. Era un ragazzotto sui tredici anni, con pantaloni corti a mezza coscia da cui spuntavano due gambe grassocce ricche di peli rossi, come pure rossi erano i fitti capelli, d’un rosso fiammeggiante. Aveva due grossi occhiali da miope dietro ai quali si vedevano, leggermente ingrossati dalle lenti, due occhi di un azzurro cilestrino intenso. Il volto era cosparso di lentiggini. Fra le mani reggeva un libro. A testa china avanzò, poi si fermò a due metri dalla scrivania. «Buon giorno» salutò.
«Buon giorno a te, Celestino, siediti; dimmi anzitutto, di che poesia si tratta?».
Celestino si sedette, sistemando sulla sedia un grosso deretano e agitandosi un po’. Poi, guardando Moretti: «È il Cinque maggio, del Manzoni».
Nientepopò di meno. Moretti stimava moltissimo il Manzoni romanziere, ma sulle liriche aveva qualche perplessità, le sue erano di stile ben diverso.
«E sai per chi è stata scritta? Chi è morto il cinque maggio?».
Celestino lo guardò quasi spaventato. «Chi è morto il cinque maggio? Boh, non lo so io».
«Quest’ode è stata scritta da Alessandro Manzoni di getto, contrariamente alle sue abitudini, il 17 luglio 1821, dopo aver appreso da un giornale della morte di Napoleone Bonaparte, avvenuta appunto il 5 maggio dello stesso anno. Le notizie allora non viaggiavano veloci come oggi. Almeno lo sai chi era Napoleone Bonaparte?».
«Era un generale».
«Non solo un generale, è stato molte altre cose, che vedremo nel corso della lettura della poesia. Va be’, dai, comincia».

Il ragazzo aprì il libro e faticosamente cominciò a compitare: «Dunque, ehm, vediamo; già, ah ecco!» e con voce impostata, che cercava di usare un tono enfatico: Ei fu.
«Fermati, cosa vogliono dire queste due parole?».
«Boh! È un saluto, ei, anche se io lo scrivo con l’acca in mezzo; vuol dire ciao, salve. E fu, boh, è un nome, forse. Un cinese?».
«Ma che cinese, ma che salve. Ei sta per egli, lui, si tratta di Napoleone, e fu è la terza persona del passato remoto del verbo essere, fu nel senso di è stato, non è più vivo, è morto. Manzoni è molto colpito dalla morte di Napoleone, che tanta importanza ha avuto per la storia europea di quegli anni e con due parole secche, sobrie, manifesta la sua sorpresa. Hai capito?».
«Aaah, come il fu Amilcare, che sarebbe poi mio nonno, che poi è morto: fu, come dicono loro, il fu Amilcare, appunto».
In quel momento si udì un discreto bussare alla porta dello studio. Apparve Maria, con un sorriso accattivante. «Scusate» disse, «sono venuta a vedere se va tutto bene».
«Tutto bene, sì, anzi, proprio no; fammi un piacere, portami un’aspirina e un goccio d’acqua che mi sta venendo mal di testa». Maria scomparve.
Moretti si asciugò un velo di sudore sulla fronte. «Abbiamo chiarito l’incipit. Andiamo avanti, coraggio, dai».
Proseguirono. Ci furono altri svariati incidenti d’interpretazione: orba, era chiaro, voleva dire che non ci vedeva da un occhio, come la Rosolina che era chiamata l’Orba; spiro fu un mistero presto risolto ma il clou fu raggiunto dal Massimo Fattor, che suscitò questa scenetta: «Lo sai chi è il Massimo Fattor?».
«Certo, professore!». Celestino qui andava sul sicuro, alzò gli occhi che erano stati quasi perennemente abbassati e li aprì con sicurezza. «Mio nonno Amilcare era fattore, dei conti Anselmi, in un grande podere qui vicino; non so se fosse massimo, ma fattore era, son sicuro».
Arrivarono alla fine del commento che era quasi buio; ripeterono l’ode e Celestino dimostrò di averla, bene o male, capita. Moretti era esausto. Il ragazzo si alzò e goffamente se ne andò. Apparve quasi subito Maria, per ringraziare: «Professore, la ringrazio, mi ha usato una gran gentilezza, mi dica cosa le devo per il suo disturbo».
«Figurati, Maria, niente, non voglio niente, spero solo che tu non abbia altri nipoti».
«Grazie allora professore e, come si dice, a buon rendere; grazie ancora, grazie!».

Qualche tempo dopo Maria si presentò a Moretti con una scatola rettangolare di cartone. La donna sorrideva a tutta bocca. «Professore, lei non ha voluto niente per il piacere che mi ha fatto per Celestino, che è stato così contento e la ringrazia ancora; suo babbo, quello di Celestino dico, è un marinaio e gira il mondo e ha portato a casa questa roba. Abbiamo pensato di regalargliela per sdebitarci, speriamo che le faccia piacere».
Moretti perplesso aprì lentamente la scatola. Apparve una forma a scaglie ossee, rotondeggiante. «Ma è una tartaruga!», esclamò.
«Sì, una tartaruga. Spero tanto che le piaccia. Le farà compagnia, a lei che è spesso da solo».
«Compagnia una tartaruga?! Figuriamoci. Ma dove ce l’ha la testa? E cosa mangia?».
«Boh, non lo so, mangerà dell’insalata».
«Allora vada a prendere dell’insalata».
Dopo che Moretti ebbe messo una foglia di lattuga nella scatola, apparve, dopo poco, una testolina sospettosa, come se si guardasse in giro; la bestiola si avvicinò all’insalata e cominciò a mangiare avidamente, strappando pezzi di lattuga col becco e mostrando una piccola lingua rosa. «Ma brava!» esclamò Moretti. «Allora ce l’hai, la testa! Vieni, ti metterò in giardino, lì vivrai bene. Come posso chiamarti, vediamo... Maria, come si chiamava sua madre?».
«La chiamavano tutti Gonda, o Gondina, ma il suo vero nome era Cunegonda».
«E Cunegonda sia. Ci sono, credo, un paio di sante con questo nome, che vuol dire, mi sembra, “protettrice della propria famiglia”. Così come ha, in qualche modo, protetto Celestino. Vai, Cunegonda, e benvenuta in casa Moretti».

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Pietro Moroni (associazione "Legg'io")