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Il mago dell’Appennino

Testo tratto dal romanzo omonimo di Laura Falqui (sottotitolo: “La leggenda del conte Mattei e della sua Rocchetta”, Imola, Editrice La Mandragora, 2018)

Architetto, medico e artista, il conte Cesare Mattei fu “un uomo irrequieto alla ricerca del divino abbraccio con la Natura”. Dalle torri della sua Rocchetta, annidata sulle alture di Riola di Vergato, diffuse nel mondo l’elettromeopatia, medicina alternativa divenuta celebre sul finire dell’Ottocento. A lui è dedicata la biografia immaginaria scritta dalla saggista e drammaturga Laura Falqui.

Parte Prima

“In giovinezza io conobbi uno con il quale la Terra
Si teneva in comunione segreta, ed egli con lei
Alla luce del giorno...”
.
Edgar Allan Poe, Comunione con la natura

1
Cynara scolymus
Il fiorire dei sensi


Avvenne pressappoco al tempo delle lezioni di Paolo Costa. Dal maestro si respirava un’aria diversa: non c’era la Bologna dei salotti con le sue frivolezze intellettuali, ma la luce pungente e varia di una visione cosmica; infatti era una specie di mappa delle strutture che costituiscono il mondo quella che si squadernava ogni volta davanti ai suoi occhi di giovane sognatore e a quelli dei suoi compagni di classe. Veramente, poi, non si poteva parlare proprio di ‘classe’, perché, sebbene fosse definita ‘scuola privata’, quella del Costa non era certo una scuola vera e propria, quanto, piuttosto, un appassionato gruppo di studio. Dopo che il governo papalino aveva chiuso il liceo dov’era stato insegnante di filosofia, Costa aveva aperto la sua casa. Sì: era lì che faceva lezione ai giovani allievi rimastigli affezionati. Costa era uno spirito libero, in perenne contrasto con le autorità politiche, illuminista e sensista, alla costante ricerca di nuove vie del sapere che collegava con audacia ad antiche teorie. Con lui era naturale passare dallo studio della botanica allo studio del cervello in modo da andare oltre ciò che era semplicemente visibile, “perché i sensi sono più ampi di quanto noi non crediamo”, diceva. Le scienze, la filosofia, la poesia potevano aprire squarci di comprensione sul magnetismo o la chiaroveggenza o sulle leggi matematiche in una visione del mondo sempre nuova, elettrizzante. A quel tempo Cesare Mattei cominciò a pensare che oltre i cinque conosciuti dovevano essercene altri, di sensi... immaginava delle antenne sottili come bava di ragno, ma resistenti, intrecciate: una massa intricata di fili che incoronava la testa delle persone anche se queste non se ne rendevano conto. E fu a quel tempo, si era nel 1833, che questo giovanotto di ventiquattro anni ebbe una visione. In realtà non fu proprio una visione, quanto un viaggio della mente e dei sensi indotto da un’immaginazione eccitata.

Era appena rientrato da una lezione e si era seduto davanti al tavolo della cucina, come faceva di solito in attesa che la cameriera Isolina gli portasse il caffè, quando fu colpito dall’innaturale vivezza di un mazzo di carciofi appoggiati lì, in attesa d’esser preparati per la cena. Il raggio radente di un delicato sole di fine inverno si era adagiato sulla tavola illuminandoli. Ne prese uno in mano e se lo rigirò tra le dita. Era come se lo scoprisse in quel momento: chiudendo le palpebre poteva vederlo nella sua interezza, ma anche penetrarlo fino al cuore violetto. Si addentrava seguendo i giri delle foglie turgide in un movimento a spirale, fin nella polpa della cavità più interna, stretta, profonda, bianca. Continuò scavando l’anima del gambo, scivolando nella costa di una foglia, percorrendo le nervature profumate d’amaro fino ad uscirne di nuovo ritrovando le dimensioni della realtà: “Sono Cesare Mattei, un essere umano, e siedo al tavolo della cucina di casa mia”, si disse sentendosi un po’ sottosopra, e guardò il carciofo a occhi aperti; ma non era più come prima. Gli pareva di essere approdato a una diversa relazione tra sé e ciò che lo circondava. Intanto ecco arrivare Isolina con la tazzina di caffè fumante e Cesare bevve con gusto ritrovando ancora una volta il senso della concretezza delle cose quotidiane, con una piccola beatitudine: il profumo scuro, il sapore deciso, il colore bruno e denso... sorbì la bevanda sorridendo in silenzio.

“Ti eri addormentato?”, chiese Paolo Costa quando Cesare, il giorno dopo, gli raccontò l’esperienza.
“No, non credo... o forse, chiudendo gli occhi, mi sono appisolato senza rendermene conto. Però la mia impressione era d’essere ben sveglio. Ho percepito che mi era facile scivolare dentro quella forma così ben conosciuta, quella d’un semplice ortaggio: l’ho vista così perfetta, completa e, sa professore, c’era qualcosa che ora non riesco a ricordare; un diverso modo di conoscere che però non so spiegare... c’è che, adesso, sono molto più attento di prima alle cose della Natura”.
“Allo studio della botanica, in definitiva. Giusto?”.
“Giusto, sì, professor Costa”.
“E allora segui questo tuo istinto, caro Cesare; scorgo in te una determinazione, anzi, direi una passione che ti consiglio vivamente di non trascurare. Grazie alle residenze di famiglia fuori città, ti sarà facile dedicarti allo studio della botanica, della geologia e insomma delle scienze naturali”.
“Volevo anche dirvi, professor Costa, che tutti i miei sensi erano coinvolti: sentivo l’odore amarognolo e spinoso dell’ortaggio, e poi era come se lo toccassi, ne avevo l’esatta sensazione... la vista, poi, era acutissima! E, sapete, addirittura a un certo punto ho sentito il sapore, le mie papille gustative erano sollecitate. Tutto questo mi viene in mente adesso mentre ve lo racconto; ma la cosa forse più straordinaria è stato ascoltare il rumore sottile del muoversi delle foglie attorno al centro: si trattava di una vibrazione dal suono soffocato. Ho pensato, anzi, ho capito che la linfa non riusciva a scorrere pienamente e ciò, è chiaro, era dovuto al fatto che l’ortaggio era ormai separato dalla pianta e dunque non poteva succhiare più... la vita dalla terra”.
“Però di questa vitalità ne conservava l’essenza, no?”.
“Avevo l’impressione di trovarmi in un ruscello di cui udivo lo scroscio continuo e quella vibrazione quasi elettrica, un po’ irritante. Quando l’esperienza si è dissolta e ho aperto gli occhi, mi sono accorto che avevo sulle braccia i peli irti...”.
“Sai cosa ti dico, caro Cesare? La tua esperienza mi fa pensare alle suggestioni arboree di Goethe e alla sua ricerca della ‘pianta originaria’. Ricordi? Ne parlammo qualche mese fa a proposito del modo di osservare la natura e dei molti sentieri che i campi, i boschi, le montagne, la vegetazione, le acque aprono davanti alla nostra curiosità di osservatori sensibili. Tu hai fatto esperienza sensibile dell’energia che permea e innerva il mondo”.
“Ah, questo è proprio vero! E voglio ringraziarvi, professore, per questa straordinaria conversazione: man mano che parlo con voi mi si chiariscono le impressioni, le sensazioni”.
“Ci stiamo addentrando in un campo che unisce la botanica alla capacità di percepire visivamente cose non visibili naturalmente. Non hai pensato di aver vissuto un fenomeno di chiaroveggenza?”.

Quando Cesare uscì dalla casa del suo maestro, era pomeriggio inoltrato, un pomeriggio uggioso di marzo. Non aveva voglia di rientrare subito a casa, assorto com’era a ripensare alla conversazione appena avvenuta. Paolo Costa era stato accogliente con il suo allievo: lo aveva ascoltato con attenzione come si addice a uno studioso che istintivamente verifica le asserzioni di un interlocutore attorno a un evento. In questo caso particolare, poi, vi era il fervore di una stima reciproca, tanto che, a poco a poco, tra docente e allievo era nata un’amicizia sincera. Costa scorgeva in Mattei un’attitudine allo studio delle scienze naturali e un interesse profondo per le questioni legate al magnetismo animale, all’ipnosi e in genere alle percezioni sensoriali estese e il giovane Mattei, dal canto suo, riconosceva in Costa colui che sapeva mettere in luce le sue inclinazioni quando ancora non si erano manifestate: aveva, insomma, l’intuito e l’attenzione del vero maestro. Mentre camminava, i pensieri si muovevano come un vento tra le foglie: come il vento s’allontanavano e tornavano a girare intorno all’idea della vita delle piante che gli si presentavano alla mente con le loro varietà, la loro potenza o delicatezza di forme, la loro estensione nello spazio, il loro nascere crescere morire con le stagioni.
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Note

A cura di Vittorio Ferorelli e Rita Giannini