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Melanconia con stupore

Testo tratto dal libro omonimo di Karen Venturini (Rimini, Raffaelli Editore, 2016)

Trentaquattro storie di donne, immaginate a partire dalle schede con cui vennero identificate all’interno di un manicomio, sul finire dell’Ottocento: sono i racconti fulminei che compongono il libro scritto da Karen Venturini, figlia dell’ultimo direttore dell’Ospedale psichiatrico dell’Osservanza di Imola, già collaboratore di Franco Basaglia nella lotta per cambiare i metodi di cura della malattia mentale. Abbiamo chiesto di leggerne alcune all’attrice Anna Amadori.

Rachele era nata in un casolare
nelle campagne di Cesena.
Un sabato mattina, nei suoi dodici anni,
mentre andava a comperare la farina al mercato,
fu spinta alle spalle,
buttata a terra e montata da un corpo pesante.
Sentì solo la puzza dell’alito,
un misto di vino e formaggio ammuffito,
il rumore dell’aria buttata fuori
come di un cane quando afferra la gallina,
e il dolore tra le gambe,
prima fuori e poi dentro.
Da quella mattina, con l’erba e la terra tra i denti
e con la gonna alle caviglie,
Rachele decise che sarebbe diventata una malinconica semplice.

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Il padre di Barbara era un pittore socialista
che sbarcava il lunario dipingendo scene evangeliche per i preti del circondario.
Rappresentava ripetutamente il Cristo in croce, grondante sangue dalle ferite
delle sopracciglia e delle mani;
pennellate rosse colavano dal torace e dai piedi.
Il Cristo si levava a destra della tela su uno sfondo bianco mentre a sinistra
una popolana sofferente compativa il suo dolore.
La modella del pittore era la figlia.
Barbara si immedesimò talmente nella parte, che subì, per tutta la vita, il dolore altrui,
fu invasa dai patimenti dei poveri, sopraffatta dalla loro disperazione.
La sua fu una follia volontaria,
indotta dalla volontà di espiare le ingiustizie del mondo.
La vista di un bambino morto per bronchite e di una madre ammalata di pellagra,
le provocava convulsioni; il racconto di pestaggi e incarceramenti di anarchici le suscitava deliri;
il pensiero delle case luride e malsane dei braccianti e delle ville sontuose degli aristocratici
la spingeva a spogliarsi, a gridare, a compiere atti di oscenità.

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Teresa non si era mai sposata.
Era rimasta in casa con il padre, per accudirlo, e un marito non l’aveva voluto.
Aveva sempre sognato di diventare una maestra.
Entrando a scuola, la mattina, il direttore le avrebbe dato la mano
e i bambini si sarebbero alzati diligentemente e ordinatamente
salutando in coro: “Buongiorno, signora maestra”.
Si trovò per miseria a vivere due vite parallele,
una in manicomio dietro alle sbarre, l’altra davanti alla lavagna nera,
richiedendo somme e sottrazioni.

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Veronica rideva sempre, in ogni istante trascorso in posizione verticale.
Non si capiva bene cosa la facesse ridere tanto...
le facce delle persone, il loro modo di parlare, di muoversi,
la vita in generale.
Il giorno della sua prima comunione,
in chiesa spiava le altre bambine che, con aria compunta, abbassavano lo sguardo
addolorate per i peccati del mondo e aprivano la bocca con beatitudine.
Veronica scoppiò in una risata così sguaiata che la sentirono anche i cani
della casa del povero Ninetto.

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Emilia adorava ballare nelle feste paesane,
girava in tondo, con le braccia aperte
prendeva lo spazio, lo respingeva,
batteva i piedi con le gambe flesse, si piegava fino a toccare terra con le mani
e risaliva, vertebra per vertebra,
fino ad alzare la testa e guardare fiera la gente.
I paesani la additarono come posseduta da un demone africano
di una qualche tribù primitiva.

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Ninfa non aveva mai parlato.
Dalla sua bocca non era mai uscita una parola e neanche un suono.
Si racconta, tra le donne di Ravenna, che la sorella minore di Ninfa, un tardo pomeriggio
al calar del giorno, l’avesse vista scendere al Montone, dove dapprima si era spogliata delle vesti,
poi si era coperta, dalle unghie dei piedi fino alla cima dei capelli, della poltiglia fangosa del fiume,
quindi, dopo un lungo colloquio con le acque stagnanti, era stata scossa, per tutto il corpo
da un tremito incessante. Nascosta dietro un cespuglio, la sorella aveva assistito,
a bocca aperta e occhi spalancati, a un evento fuori dal credibile.
Sulla schiena di Ninfa era spuntata una pinna di cartilagine con una membrana di pelle,
le gambe si erano unite in una appendice di colore verdastro e le braccia avevano assunto
la forma di due pinne laterali. Il corpo si era allungato, e nel contempo allargato,
ricoprendosi di scaglie. Gli occhi e la bocca si erano protratti verso l’esterno, il naso ritirato
e un dosso convesso era sbucato dietro la nuca in corrispondenza del collo.
Così Ninfa era divenuta una carpa. In equilibrio sulla coda, aveva spiccato un piccolo tuffo
e con estrema velocità si era inabissata nella profondità del fiume.
La sorella, sconvolta dalla metamorfosi, era rientrata a casa, ondeggiando in un mare di pensieri
ma decisa a custodire il segreto.
Ninfa visse con malinconia la sua condizione di donna e di pesce, perseguitata dal desiderio
di saltar giù a capofitto nell’abisso delle acque.
Quando la sorella, in preda a pruriti di notorietà, svelò il mistero, il paese pretese all’unanimità
che alla donna fosse impedita la trasformazione e che le sue braccia fossero imprigionate
in un lenzuolo bianco.

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Teodora era figlia del direttore della banda di Coriano e della pianista Ivanova Chumachova.
Il maestro aveva conosciuto la sua sposa in un viaggio in Russia.
Ivanova suonava il pianoforte nelle sale da tè e nei dopo cena aristocratici
ed era leggera, come le sue dita sui tasti bianchi e neri.
Suonando Bach, i piedi, le gambe e il busto si sollevavano e si libravano sopra il pianoforte
mentre le mani continuavano a evocare i suoni.
Il maestro rimase folgorato alla vista di quell’angelo vestito di bianco,
che volteggiava intorno alla musica.
Teodora nacque in Italia, un anno dopo il matrimonio. Passò un’infanzia felice, vibrando
con Schumann, Haydn, Beethoven, guardando la madre in un alone luminoso.
I genitori nutrivano grandi speranze. Teodora avrebbe potuto diventare una pianista, una flautista,
un primo violino, una violoncellista di fama internazionale. La discendenza genetica
e l’ambiente nel quale la fanciulla era cresciuta non lasciavano alternative.
Purtroppo Teodora non riusciva a far suonare nessuno strumento musicale:
davanti al pianoforte le mani le si bloccavano, con il flauto la gola le si chiudeva,
il violoncello le causava il blocco del gomito. Provò per anni, ostinatamente, tutti gli strumenti,
finanche i piatti, ma non riusciva a sbatterli l’uno contro l’altro: un piatto era sempre troppo alto
e l’altro sempre troppo basso.
Un giorno si arrese e, spossata si chiuse in un offeso silenzio.

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Clarina era una creatura stupefatta.
Non riusciva ad abituarsi all’ascesa del sole e della luna,
alle stelle in cielo, alla caduta della neve.
Continuava ripetutamente a meravigliarsi davanti alle mammelle della mucca sgorganti latte,
agli alveari delle api, ai colori dei fiori in primavera, al luccichio degli olivi in agosto,
al profumo del gelsomino, al gusto dolce delle pere e delle ciliegie.
A Rimini scoprì il mare e ululò incredula per giorni interi
fino a che quell’espressione stupefatta le si impresse definitivamente sul volto.

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Elena sognava spesso di passeggiare nuda per le strade di Bagnacavallo.
Nei sogni si ritrovava in piazza della Libertà, davanti alla chiesa o al teatro,
completamente svestita, priva di qualsiasi indumento,
così come uscita dalla pancia della madre.
Elena correva ridendo tra la folla scandalizzata che additandola urlava.
Si sentiva libera, l’aria carezzava la pelle,
le onde sonore percuotevano i suoi seni,
il profumo dei fiori circondava i suoi arti.
La nudità intensificava la connessione con la natura, amplificava le percezioni sensoriali,
ricordava l’appartenenza al mondo animale.
I sogni divennero così frequenti e intensi che ebbero il sopravvento
trasformandosi in allucinazioni e infine in realtà.
L’8 gennaio del 1891 fu prelevata mentre danzava nuda sotto la neve e condotta tra i pazzi di Imola.
Fu sottoposta, qualche giorno dopo, a un’operazione di asportazione delle ovaie,
essendo considerata, la sua mancanza di pudore, una degenerazione ginecologica.

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Rosa aveva la balbuzie. Inciampava continuamente nei viottoli delle parole,
sulle mulattiere delle sillabe, nei varchi delle congiunzioni.
Si perdeva tra i dittonghi, rimaneva sospesa sopra le vocali scoraggiando il più imperterrito interlocutore,
che presto si allontanava.
Solo con gli animali, che non le ponevano domande, il suo discorso si muoveva fluente.
Il direttore del manicomio, nel quale Rosa finì dopo un consulto medico,
provò a riceverla nel suo ufficio indossando una grande testa di mucca in cartapesta,
un’altra volta provò con una testa di maiale. Rosa non cadde mai in quel tranello terapeutico.

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Ernesta di notte apriva la finestra e urlava: “ku-vitt ku-vitt ku-vitt”.
Aveva grandi occhi e un viso tondo, ricordava una civetta.
Una notte volò sull’edificio del manicomio e lì rimase
per tenere compagnia a tutti con il suo canto.


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Ringraziamenti
Siamo grati ad Anna Amadori per la lettura, a Guido Sodo per la registrazione, a Marco Belcastro e a Barbara Seppi per la canzone finale.
 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli e Rita Giannini. Lettura di Anna Amadori

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