Salta al contenuto principale Salta alla mappa del sito a fondo pagina

Natalina

Racconto tratto dal libro di Millo Caffagnini “Sotto il pino del Pavone. Storia e storie a Bardi” (Colorno, Tielleci, 2004)

Giornalista, a lungo corrispondente della “Gazzetta di Parma” in Val Ceno, Millo Caffagnini ha raccontato luoghi, vicende e personaggi di Bardi dal suo punto di vista quotidiano sotto il pino del “Pavone”, l’albergo che ha gestito per anni.

«Vieni, andiamo insieme a cantare maggio». Risuonava per l’intera valle l’invito a salutare l’arrivo della primavera nella notte tra il 30 aprile e l’inizio di maggio, mese delle rose. Ci trovavamo per tempo con tutti quelli che rispondevano alla chiamata e sulla piazza cominciavamo l’uscita con la scelta dell’itinerario e del repertorio delle canzoni. Anche qualche componente della banda musicale era solito accompagnarci. Rodolfo e Carlino, Peppino e Carletto, Giacomino e Attilio trasmettevano con le loro note la continuità con il passato dei nonni e dei bisnonni. «Maggio bel maggio, fior d’ogni fiore, mistico fiore d’ogni sentimento, oh, oh Maria, non essere restìa, ti chiedo un bacio e tu dammene cento». Erano le strofe più ricorrenti nelle serenate dei “maggianti”, giovani e meno giovani che si fermavano sotto le finestre delle fanciulle ambite. I testi originali, composti negli anni Venti dal maestro Augusto Morisi, direttore della banda municipale, facevano assumere un certo tono alla tradizione radicata nel tempo.
Vestiti con abiti eleganti, fiore di campo all’occhiello, cadenzavamo il passo secondo le note dei suonatori. Il nostro girovagare non riguardava soltanto le vie del paese, ma spaziava anche ai casolari vicini in un’incessante ripetizione del motivetto fino alle prime luci dell’alba. Qualche volta le condizioni atmosferiche non erano per niente favorevoli, ma anche con pioggia o magari qualche fiocco di neve tardiva, lo spettacolo doveva andare avanti. Al mattino mettevamo un ramo di “sirene” in fiore sulla fontana della piazza, segno di saluto alla buona stagione in arrivo, festoso richiamo della notte trascorsa in allegria tra canti e suoni. Ed era molto piacevole, per chi, immerso nei sogni, era svegliato da quel rituale che sembrava venire dalla notte dei tempi.

Nei giorni successivi visitavamo di nuovo le case oggetto delle serenate notturne. Ricevevamo il simbolico dono delle uova che poi vendevamo al mercato ricavando il gruzzolo da impiegare per l’àgape celebrativa. Quando arrivava l’otto del mese ci riunivamo di nuovo per partecipare alla festa della Madonnina di Pompei, una di quelle occasioni che a Bardi nessuno si lasciava sfuggire per la tradizionale sortita fuori delle mura.
Scendevamo in massa dal paese attraverso borgo Riolo e raggiungevamo il viottolo che conduce alla Fratta, dove alla fine del 1800 era stato costruito un oratorio dedicato alla Madonna. La festa non era soltanto messe e benedizioni dentro e fuori lo straripante tempietto ma anche un’allegra sagra campestre all’ombra delle frondose querce dello spiazzeru, il boschetto sotto il castello. Dopo le celebrazioni, infatti, non si andava a casa, ma ci si fermava per il resto della giornata a consumare con abbondanti brindisi le specialità gastronomiche della cucina povera. Salumi e formaggini, gelati fatti in casa, “panetti della Madonna” e tortelli dolci. A volte con un fisarmonicista comparso come per incanto, sull’aia della Fratta improvvisavamo una parvenza di ballo. Con le danze, però, dovevamo andarci piano, pena gli strali da parte del parroco.
La nascita della cappella di Pompei era stata iniziativa di Giuseppe Mazzocchi della Colombara, meglio conosciuto come Pino. Correva l’anno 1889 quando, come narrano le “historie” locali, la notte del 29 aprile Pino ebbe in sogno la visione di una signora che lo chiamava per dirgli di innalzare all’incrocio tra le strade del Riolo e del Landolo una cappella dedicata a lei, rassicurandolo che avrebbe trovato appoggio da tutti i fedeli.
Giuseppe, non certo ricco di finanze ma in possesso di grande volontà, iniziò con pazienza, insistenza e costanza la questua in paese, nelle frazioni e in tutte le montagne della vallata. Come incoraggiamento la prima offerta fu quella della sorella Domenica con la somma di due centesimi. L’offerta avrebbe scoraggiato il più temerario frate questuante, ma non fece recedere Pino dalla sua iniziativa: partendo dai due centesimi, in pochi mesi arrivò a ventimila lire e il 27 settembre del 1891 Bardi era in grande festa per la posa della prima pietra, benedetta dal parroco don Salvi.

Puntualmente ogni estate arrivava il circo. L’avvenimento metteva in subbuglio il paese, specialmente i più giovani, gli sbarbatelli alle prese con le prime boccate di sigaretta.
Il circo dei Fratelli Cavedo appariva con tre carrozzoni, due a rimorchio di vecchi camion e uno trainato da un ossuto cavallo. Sotto un telone rabberciato, le panche a gradoni talvolta cedevano sotto il peso degli spettatori divertiti dal programma di Toni il pagliaccio, Luciano e Alberto. Il loro padre “Fiacca”, dall’andatura ondivaga, annunciava un numero acrobatico come «il massimo del “chilibrio” mondiale».
Tutti applaudivano convinti ma l’attenzione di noi ragazzi non era rivolta tanto ai numeri atletici di Luciano oppure allo sketch della Lauretta, quanto all’esercizio con la scala sulla sbarra del trapezio, eseguito da Natalina. Era la sorella di Luciano e Alberto Cavedo e si presentava con un grazioso inchino, fasciata in un bellissimo costume rosa. Bionda, bel viso con un giusto numero di efelidi, leggermente formosa, era sempre sorridente, sia in scena come dietro il banco del tiro a segno.
Chiaro che ne fossimo tutti un po’ invaghiti, al punto che, pur di gioire della sua vicinanza, dilapidavamo nel tiro ai gessetti le scarse risorse monetarie.
Lei, meno giovane di qualche anno, si divertiva un mondo a tenerci tutti sulla corda con la promessa di un bacio che non arrivava mai. Noi, nella speranza di fare colpo, saccheggiavamo i frutteti intorno al paese per portarle mele e pere, forse ancora un po’ acerbe, nel carrozzone parcheggiato nella piazza del mercato, davanti alla chiesa di San Giovanni.
Natalina. Il sogno di tante notti di mezza estate dopo un certo periodo di tempo uscì dalle nostre fantasticherie, anche perché il circo, per diversi anni, non fece più la sua comparsa in paese.
Dopo la guerra, però, quando i fratelli Cavedo ritornarono con il loro spettacolo in fondo alla piazza del mercato, in molti accorremmo per rivedere Natalina.
La trovammo sposata, tre bambini intorno, intenta a lavare pannolini in un bigoncio. Non andammo più alle rappresentazioni, tanto lei era uscita di scena, ma forse facemmo male: la famiglia del circo si era notevolmente allargata e il nostro contributo sarebbe stato ben accetto. In mancanza d’altro potevamo sempre rifugiarci sotto il pino del pavone. Inseguendo discordi note anche di orchestrine fatte in casa bruciavamo, con i primi incerti balli, prorompenti energie insieme a fanciulle come noi frustrate dalla lunga attesa del tempo di guerra. Un’altra scappatoia era rappresentata dalle festicciole private a casa di chi possedeva grammofono e dischi. Non sempre tutti riuscivano a trovare il partner e c’era spesso qualcuno che a turno doveva accontentarsi di cambiare dischi e puntine.

A Bardi c’era anche il cinema. La sua storia era collegata strettamente al vecchio palazzo del Comune dove nel Teatro di Maria Luigia, verso gli anni Trenta, la ditta Sormani e Tedeschi aveva iniziato le proiezioni. Erano i tempi di Frankenstein, Shirley Temple, Charlie Chan e Tom Mix, personaggi che riuscivano a entrare in un piccolo centro di montagna collegato con il resto del mondo da una sola strada, spesso interrotta da frane o grandi nevicate. E, allora, addio pellicola, addio spettacolo. Quando era in funzione il campanello e i dischi diffondevano i motivi “Ma cos’è questa crisi” oppure “Vento, vento portami via con te” , significava che era ormai l’ora di affrettarsi per non perdere nemmeno un minuto del film in programma.
Il campanello e il grammofono erano piazzati sul davanzale della cabina di proiezione, al secondo piano del Palazzo, e il loro invito si diffondeva a distesa per strada Maestra rimbalzando di muro in muro.
Non erano molte le altre fonti di spettacolo. Qualche domenica sera, però, il concerto della banda musicale cittadina, davanti al caffé dell’Aurelia, era un gradito diversivo.
Le donne nei panni della festa partecipavano affacciate alle finestre o sedute sulle panchette, il maestro Marzani in impeccabile abito scuro con le code dirigeva gli ottoni lucidati di fresco, Pietro detto Popolo sul balcone di Casa Lavanga faceva l’assolo con la sua magica tromba. Il teatro all’aperto era illuminato da una lampadina da cento candele che per l’occasione sostituiva quella alquanto fioca dell’illuminazione pubblica. Nel programma della banda si mettevano in evidenza le note basse del trombone di Bunèn, i trilli dei clarinetti dello zio Carlino, dei fratelli Nicandri e di Bertèn Losa, i botti con la grancassa di Gianettòn, e gli acuti della cornetta d’u Veciu.
Era festa grande anche per i tre bar dello slargo, Centrale, Commercio e Italia. Il concerto durava più di due ore e gli spettatori presenti approfittavano delle pause per completare la speciale serata con un liquorino o un caffé preparato con la moka. Le signore delle vecchie case padronali della via Maestra, agghindate con il vestito delle grandi occasioni, si sporgevano dai balconcini, qualcuna intenta a gustare il sorbetto premurosamente allungato da un cameriere in giacchetta bianca.
Fra una marcia e l’altra tutti festeggiavano, il tempo trascorreva veloce, e, con le ultime squillanti note, si spegnevano le luci della ribalta dell’estemporaneo spettacolo. Il mattino dopo, mentre gli addetti della banda erano impegnati a portare via i leggii e le panche, l’incaricato della società elettrica rimuoveva la lampada da cento watt, rimettendo al suo posto quella di tutti i giorni.

Erano i tempi di Rossi del Comune, dell’Americano, Turlèn e Bocamòra, personaggi dediti al culto del dio Bacco che avevano la loro parte nell’atmosfera del paese, anche perché, mancando i divertimenti, le stranezze e le avventure che li portavano a essere presi in mezzo aiutavano a trascorrere qualche ora in allegria.
Dell’Americano, un tipo che veniva in paese con l’inseparabile cagnolino, si diceva che avesse fatto parte dell’“onorata società” newyorkese. Uomo molto forte, addormentatosi una sera vicino al canale Mangialupo, si era risvegliato il mattino dopo sepolto dalla neve caduta durante la notte. Fu l’alcool che aveva in corpo a evitargli la morte per assideramento. Rossi del Comune, famoso per le lunghe e incomprensibili discussioni di politica ‒ il Duce, lui lo chiamava Marzolini ‒, contro ogni previsione riuscì a tornare dal campo di concentramento in Germania. Turlén si arrabbiava molto quando sentiva qualcuno fischiare e doveva avere qualcosa in sospeso con quelli di Bettola perché soleva dire: «dimmi turco, dimmi inglese ma non dirmi bettolese». Bocamòra, esperto paratore di bestiame, spesso brontolava perché il suo alloggio, la greppia di una stalla, ogni tanto era invasa da qualche intruso.

 

Tags

Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

Commenti

commenti gestiti con Disqus